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A comando

Alcune settimane fa, ha impazzato in rete una teoria di articoli suscitati da un esperimento di psicologia applicata. Si trattava di riuscire far innamorare qualcuno di sé stessi attraverso lo scambio vicendevole di ben trentasei domande e uno sguardo fisso occhi-negli-occhi di quattro minuti al termine del questionario.

L’argomento, la vicenda e l’esperimento hanno avuto un impatto incredibile sull’opinione pubblica, tanto che pure la seguitissima sit-com "The Big Bang Theory" ha dedicato una puntata all’argomento, coinvolgendo nel questionario i due personaggi più lontani in termini di carattere/gusti/indole/scala valoriale: Sheldon e Penny. (La puntata è andata in onda solo negli USA. Io lo seguita in streaming.)

La faccenda ha inquietato molti: come sarebbe possibile far innamorare di sé chiunque, attraverso una serie di domande?

Anche a me la cosa ha perplesso parecchio, considerato che ci sono più esopianeti simili alla Terra nell’Universo che non potenziali anime gemelle sul questa Terra. Il rapporto è diecimila potenziali Terre contro ventisei potenziali metà di mela.

Metteteci che i continenti sono cinque ed ecco che le possibilità di incontrare la nostra anima gemella in Italia scendono di brutto. Poi, viene fuori questa tecnica delle trentasei domande e — paf! — posso far innamorare chiunque mi dedichi un po’ del suo tempo a rispondere alle mie domande ed ad ascoltare le mie risposte.

Probabilmente succede che nessuno dedica così tanto tempo a nessun altro e fermarsi (per gioco, per studio) a colloquiare di se stessi (le domande vertono sulle storie personali di ciascuno) è una rivoluzione sociometrica, che provoca interesse riflesso e vicendevole.

La mia teoria sull’innamoramento è invece piuttosto semplice e banale: la prossimità. Non credo ai colpi di fulmine, ma all’amicizia, al fare le cose assieme.

Ho notato che le domande per far innamorare sono tutte in chiave narrativa e tendono a suscitare i ricordi e parlare a qualcuno dei propri ricordi fa intimità. Insomma intimità mentale stimolata ad hoc ed in brevissimo tempo. Poiché si svela parecchio di sé stessi, si diventa vulnerabili agli occhi dell’altro e quindi non lo si trasforma in nemico perché conosce i nostri segreti o quanto meno i nostri ricordi.

Diciamo che l’esperimento ha una sua validità nel brevissimo tempo, ma che tuttavia non riproduce la vita reale. Fino a che punto si può mantenere vitale un feeling suscitato dalla condivisione momentanea di ricordi personali? La quotidianità è un mostro orrendo che divora i petali di rosa. Per questo — secondo me — la migliore relazione è un sodalizio basato sul fare, su impegni comuni. Per citare un’altra serie TV di grandissimo successo (almeno negli USA) la migliore relazione è quella tra Richard Castle e Kate Beckett, basata su di un lunghissimo sodalizio di lavoro.

L’antidoto all’innamoramento ’spintaneo’ delle 36-domande è rappresentato da un’altra serie di domande, sempre in numero di trentasei, pubblicate da «The New Yorker».Sono domande che stroncano le relazioni e sono pure domande che spesso emergono nella quotidianità delle relazioni della gente comune.

Penso che chi sopravvive a questo secondo test ha davvero ottime probabilità di proseguire nella relazione.

Tag(s) : #Amore 3.0, #Castle, #La Cugina di Parascandolo

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