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La Sindrome Musto-D'Amore

La notizia — per chi avesse mancato il servizio de «L’Espresso» — è qui.

Un nostro conterraneo, Carlo Musto D’Amore da Montoro ex Inferiore (ora uscita autostradale Montoro Sud), ne avrebbe fatte di tutti i colori in quel di Roma, come ’dominus’ ancora attivo ed in servizio all’Università La Sapienza benché pensionato, tanto da essere contemporaneamente sotto processo e ... sotto contratto. Insomma, i decreti madiani (da Marianna Madia, Ministro per la Funzione Pubblica, cioè) pare contengano una deroga non codificata solo per lui. Uno schiaffo a tutti gli Italiani che ci hanno creduto davvero all’abolizione dei contratti d’oro post pensionamento dell’era renziana.

Uno che — sempre alla faccia di chi si fa un cuoricino così sui libri — con un semplice diploma tecnico ha scalato posizioni, ha movimentato soldi e appalti, ha deciso carriere, ha sistemato famigliari. E continua a farlo, grazie alla benevolenza del nuovo Rettore, Eugenio Gaudio, un medico cosentino, la cui storia famigliare viene definita simile a quella del Musto D’Amore, dal settimanale citato. L’intreccio tra Gaudio e Musto D’Amore è tale che il contratto anomalo quasi sicuramente non verrà rescisso, nonostante l’inopportunità (e forse più di questa) così palese.

Certo che ci dispiacciamo assai assai, quando leggiamo di nostri conterranei alla ribalta delle cronache per attività non meritorie. La vicenda di Musto D’Amore, tuttavia, è meritevole di qualche riflessione ulteriore, oltre che del nostro sdegno. Duplice sdegno, per la precisione: per il suo comportamento e per il fatto che alimenta il luogo comune dell’Irpinia come terra di maneggioni.

(Mica vi siete dimenticati di un certo Marco Mario Milanese, ex GdF, braccio destro di Tremonti? Oppure di un certo Pasquale Lombardi, geometra anch’egli come Musto D’Amore? Però, ’sti geometri!)

Sono tutte carriere progredite negli interstizi vischiosi di un sistema che vorrebbe definirsi meritevole e trasparente, ma non è né l’una cosa né l’altra.

(No, dico, vorrei sapere che ne pensa il noto moralizzatore Renzi di questa faccenda.)

Io ne ho timore e tenderei a tenere nascosta questa poco nobile vicenda, perché è uno degli ultimi esempi di ascensore sociale atipico: un direttore generale di ateneo che non è laureato e che fa carriera in ambiti lontanissimi dal suo cursus studiorum. Mentre a noi, ci hanno fatto il marcio nelle orecchie: "Studia, studia, studia. Senza laurea, oggigiorno non vai de nessuna parte".

Così, noi martelliamo i nostri figli: "Studia, studia, studia..." E così via.

Poi, eccoti che sui media esce fuori ’sta storia di Musto D’Amore e addio autorità (e autorevolezza) genitoriale. Meglio che lo nascondo, il numero de «L’Espresso», sennò mio figlio mi lascia su due piedi l’università e mi rimprovera pure che non conosco nessuno. Nel senso che non conosco nessuno che mi aiuti a fare carriera, oppure dia un posto a mio figlio.

Anche perché — ed è questa la beffa — io, per dare retta ai miei, ho studiato finanche troppo, ma a stento arrivo a fine mese. Non vorrei che mio figlio facesse un po’ di conti e decidesse di ergere a suo idolo un Musto D’Amore anziché Don Ciotti. Ma volendo, potrebbe pure esaltare sua madre, tipico esempio di generazione persa appresso agli studi senza ricavarci niente.

Eh sì, perché in Italia il merito non esiste. Mo’ ve lo scandisco: n-o-n e-s-i-s-t-e. Ho una mia carissima amica, piena di titoli nel campo della psico-pedagogia. In Irpinia non riusciva ad avere incarichi, manco gratis. Ha espatriato ed ora è consulente del Governo di una nazione africana. È contenta, ma è anche incazzatissima perché nel suo amato Paese non ha credito, o meglio: non le è mai stata data l’opportunità di farsi riconoscere il merito. Come lei, tantissimi. Laureati e non.

~~Esiste e funziona nel nostro Paese soltanto la ’relazionalità’, ovverosia essere in una rete ampia di conoscenze. Una sorta di LinkedIn, ma reale, benché spesso di ’sottobosco’. La carriera di Musto D’Amore — ma non solo la sua — è costellata di passaggi giusti, ovvero di approdi a nodi relazionali svoltanti. Le reti giuste, inoltre, sono anche blindate, percorribili solo da elementi (e loro famigliari) che portano in dote altre relazioni.

In Italia, ci si può muovere solo e soltanto se si conosce qualcuno. La modalità è talmente radicata nella vita quotidiana che — ampliando e banalizzando il concetto — si sceglie il dietologo/il parrucchiere/lo specialista/l’avvocato attraverso chi-conosce-chi. Il miglior parrucchiere di solito è quello le cui clienti hanno più relazioni sociali. Va senza dire che il consulente più contrattualizzato e quello che conosce più persone. Quelle giuste.

La relazionalità sopperisce alla competenza, che si detenga un titolo di studio o meno, che si possa essere davvero bravi in una professione/mestiere o meno. Tant’è che noi in Italia abbiamo container di ’figli/nipoti/parenti di’, pur titolati, tuttavia emeriti somari, spesso arroganti, sicuramente ladri di merito (o di titoli accademici) e di stipendi a tradimento, offendendo l’Italia e chi è davvero bravo.

Non sono per niente ottimista sulle #voltebuone e i #cambiamentidiverso. Fino ad un certo punto si tratta di politica buona, giusta e riformatrice. I conti devono essere fatti con la nostra antropologia, così come con la nostra morale. Non ci sarà mai nuova legge o decreto applicativo che possa debellare la Sindrome Musto-D’Amore dalle nostre coscienze.

La Sindrome Musto-D'Amore
Tag(s) : #meritocrazia, #corruzione

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