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Lamentazioni

C’è un aforisma di H.G. Wells secondo il quale "Ogni progresso è dovuto agli scontenti. Le persone contente non desiderano alcun cambiamento."

Ne discende che noi Avellinesi, essendo molto scontenti (mangiamo pane e lamentele qui in Città, dopo il caffè c’è la lamentela e non la sigaretta), dovremmo anche essere in prima linea nella costruzione del progresso. Ovviamente — ed è sotto gli occhi di tutti — che di progresso&sviluppo manco l’odore. Ma neanche di una miserrima soluzione!

La lista è nota: inquinamento ambientale, disorganizzazione amministrativa, impasse politica, traffico, impraticabilità urbana, invecchiamento demografico, spopolamento, suicidi, crisi del commercio, disoccupazione, crisi economica municipale, mancanza di conveniente rapporto costo/qualità dei servizi alla comunità e alle persone, mancanza spazi/attività per i giovani.

Molti aspetti sono comuni anche ad altre realtà territoriali, per carità. Tuttavia, considerate che, rapportando il numero di problemi di cui sopra alla contemporaneità, alla durata e al numero di abitanti, il tasso di problemi/difetti/guasti in capo alla nostra Città è davvero alto.

Pertanto, è più che legittima ogni lamentazione. E se ci scappasse anche qualche sacramentazione non sarebbe inopportuna.

La conseguenza psico-sociale di vivere immersi nei problemi è la deriva civica e comportamentale, nel senso che siamo diventati oltremodo cazzisti, oltremodo diffidenti, oltremodo scoraggiati e rassegnati. Inoltre — ed è questo il guaio — ci siamo anche abituati. Lo siamo così tanto che i problemi hanno perso la loro carica quale stimolo di progresso. Siamo così immersi nei problemi, circondati dai problemi, conviventi con i problemi che oramai ci sembra la normalità. Questo crogiuolo di casini è la nostra normalità. Lo è per noi semplici cittadini, come è la normalità anche per i nostri amministratori.

Alla domanda "Ma Lei pensa che per la prossima stagione teatrale potremo avere Piazza Castello fruibile?", l’Assessore ai Lavori Pubblici si è stretto nelle spalle e guardando di lato il conduttore televisivo ha sussurrato: "Penso proprio di no."Alla domanda "Ma i controlli su strada per il traffico?", la risposta è stata: "Il parco vigili è quello che è". Insomma, rassegnati pure loro. Non c’è soluzione, insomma. Non c’è progresso. Tutte le lamentazioni sarebbero a fondo perduto, quindi.

Per questo, quando qualcuno dei nostri lettori si lamenta perché noi giornalisti critichiamo troppo, sembra che, paradossalmente, abbia ragione. Io, tuttavia, oserei – provocatoriamente — rilanciare: basta lamentazioni perché semplicemente non servono. Abbiamo capito che non si muove e non si muoverà nulla.

Stranamente, però, mi colpisce la circostanza del disappunto dei cittadini per le troppe lamentazioni pubbliche sui media locali. Immagino che dal punto di vista della sanità psicologica sia anche giusto evadere e distrarsi un po’ con la mente. Tuttavia, non è buona cosa allentare la pressione nel segnalare tutte le inadempienze e tutti gli errori (e gli orrori) che una più sentita partecipazione della cittadinanza alla gestione/amministrazione potrebbero evitare.

Non è che le lamentazioni sui disastri di Avellino colpiscano le coscienze della cittadinanza, la quale non vorrebbe le si rinfacciasse l’errore più grave, ovverosia aver votato le persone sbagliate?

Vabbe’, in provincia, per fortuna, le situazioni sono migliori che non nel capoluogo. E basterebbe già questa circostanza da utilizzare come confronto per capire come stiamo ‘nguaiati. Non occorre andare a Mantova (o a Trento, o a Ravenna) per mortificarci nel confronto.

Fino a che punto Avellino è una città ‘a misura d’uomo’, come noi abitanti usiamo orgogliosamente dichiarare? Misura di quale uomo? Non è una città a misura di disabili, né di anziani, né di giovani. Mancano servizi, nidi. Tutt’intorno è pieno di barriere architettoniche e non abbiamo neanche la solidarietà naturale che troviamo nelle comunità piccole, quelle ‘a misura d’uomo’.

‘Avellino si gira a piedi’, si dice. Avellino è lunga e dalla chiesa oltre Gennarelli a Pianodardine sono kilometri. Idem da San Tommaso fino a Valle o ai Pennini. A piedi non è sempre agevole. E, considerato che si prende l’auto per scendere – chenesò — da Valle, è ovvio che si provi a parcheggiare fino al punto più vicino al luogo d’interesse, no? Se devo svolgere un’incombenza all’Agenzia delle Entrate, per esempio, difficilmente vado a piedi.

I parcheggi d’interscambio valgono per le città medio grandi. Ovvero, se vogliamo meno traffico, aumentiamo i parcheggi e diminuiamo (sottolineo il ‘diminuiamo’) le tariffe, oppure immaginiamoci un abbonamento mensile non legato alle zone cittadine e a prezzi abbordabili.

Non è che per l’ingordigia del ricavo da parcheggio, si salassano i singoli senza davvero assicurare un servizio all’automobilista (trovare un luogo di sosta) e alla comunità (ridurre il traffico e l’inquinamento)?

In situazioni così gravi come quelle attuali (i cantieri, il blocco del centro), personalmente eliminerei le strisce blu, in modo che gli automobilisti possano trovare conveniente parcheggiare e avvicinarsi a piedi al centro. Poi, una volta sistemati i lavori, rimodulerei il piano-parcheggi, bene attenta alla migliore combinazione costi-benefici per la cittadinanza.

Per esempio, in una media città di mare delle Marche (dove ho tenuto anche un workshop) non esistevano i parcheggi a pagamento. Gli automobilisti erano incentivati a lasciare l’auto anche per molto tempo nelle strisce bianche e di traffico neanche l’accenno. Neanche nei mesi estivi.

Questo esempio c’insegna molto e non c’è neanche bisogno di troppe parole.

Tag(s) : #Avellino, #traffico

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