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Per una sociologia dei giornalisti in formazione obbligatoria

Seconda puntata

Eppure ero partita in auto con largo anticipo. Tutta colpa dei Longobardi! Quella loro urbanistica reticolare di sale e casali molto simili tra loro trasforma il territorio in un vero labirinto.

No, che non mi trovo al nord. I Longobardi sono scesi fin qui dalle mie parti ed hanno lasciato un'impronta netta -- seppur dislocata disomogeneamente -- sui nostri territori. Lo possiamo capire dalla toponomastica, dalla cognomastica e dall'urbanistica.

L'areale vastissimo che interseca la mia provincia a sud-ovest (e per frange anche ad est) è stata terra di Longobardi. I Longobardi convertiti al cristianesimo, poi, avevano una devozione fortissima per gli angeli (tutti), ma ancor di più per gli angeli e per i santi guerrieri: San Michele Argangelo è raffigurato con uno spadone roteante (un ninja assoluto!), San Giorgio pure ne aveva una per sconfiggere il drago. Anche i paesi fondati dai Longobardi sono riconoscibili dal nome spesso dedicato a questi santi.

Il luogo che ospita questa nuova giornata di formazione (la seconda per me di quest'anno) si trova in uno dei paesi di questo vasto areale longobardo, fuori della mia provincia. É sabato mattina, c'è un bellissimo sole e non c'è traffico sull'autostrada. Sono io che ho la febbre con accessi di tosse stizzosa che mi fanno piangere copiosamente.

Per questo, una volta nella sala, motivo decido di posizionarmi in ultima fila, pronta a scappare quando la tosse comincerà a destare l'attenzione della platea, finora abbastanza vuota.

L'argomento di oggi ha qualche aggancio con la bruta realtà dell'editoria. Si dovrebbe parlare anche di nuove forme societarie per salvare le testate. Ho letto che ben duecento siano a rischio in Italia.

I grafici della débâcle nazionale li trovate qui.

I giornali locali -- unica fonte per capire cosa succede nelle province -- soffrono più degli altri.

I motivi della crisi sono molteplici, tra questi -- accidenti -- anche la qualità dei contenuti. Perché a quantità hai voglia, ma è la qualità che deficita. Todos periodistas, con spocchie lunghe e ridicole.

Come i tipi (soprattutto i tipi) e le tipe che lentissimamente riempiono questa fredda sala di un bel palazzo antico. Arrivare presto è segno di poca importanza data a se stessi: perché i veri personaggi hanno sempre qualcos'altro da fare e il ritardo è simbolo di importanza.

Suppongo ci sarà gente che arriverà ai saluti finali, o addirittura non arriverà proprio, eppure stranamente (?) potrebbe pure risultare presente. Non è un buon sistema di rilevazione delle presenze, fin qui adottato. Una firma non indica nulla, perché si può sempre firmare dopo e altrove.

In ultima fila siamo in due. Siamo due donne. Si avvicina un tizio azzimato che tenta l'approccio. Ha capito che noi, arrivate in anticipo, non sappiamo assolutamente chi sia, per questo prova a ripristinare l'ordine delle cose in questo luogo che evidentemente ritiene suo feudo. Non ce lo filiamo proprio. Ci chiede da dove arriviamo e capisce che non caverà da noialtre nessun microgrammo di deferenza.

Poco dopo capisco che è il presidente di una locale associazione di giornalisti e che è anche giorno di tesseramento. Ovvio che io non m'iscriverò a questa associazione. In primis perché non sono di qua (e non lo è neanche la tizia in ultima fila con me), poi perché non ho bisogno di arruffianarmi chicche&sia per avere un incarico di addetta stampa di nessuna azienda del posto.

Sarà che ho la febbre e vedo un po' tutto distorto, ma qua gli uomini presenti mi sembrano tutti un po' viscidi. Indossano sguardi porcini e si soffermano su ginocchia, caviglie e alto-busti delle donne che si avvicinano o cui si avvicinano. Chi può svaccarsi (nel senso psico-sociale), lo fa tranquillamente. Non siamo in una sede universitaria, tutt'altro: qui sembra un buffet da evento aziendale di socialità con matricole e peones, i quali salutandosi si sbracciano ("Che bello rivederti!") e, data la giovane età, vai di selfie. Qua saremmo tutti colleghi alla pari, anche perché la formazione obbligatoria ci livella, ma il balletto di baci e salamelecchi svela una tassativa sociometria piramidale.

Accidenti, ci sono dei cameramen ed alcuni fotografi con megateleobiettivo. Mmh, l'evento è una celebrazione di 'potentatini' locali. La fauna non è spaesata, ci si conosce un po' tutti qui, anche se a gruppi. La sala si è riempita, l'evento è uno di quelli in cui l'assenza si paga.

L'unico dato confermato è che i giornalisti sono davvero troppi.

Il tizio che ci ha avvicinato all'inizio parla per primo. Ha un che di biscardiano, pure nella sfacciata tintura tricologica. Sul palco saluta tout le monde, soprattutto gli assenti (pare più una sorta di avvertimento che di affettuosità!).

I relatori di oggi se la tirano maledettamente. Il primo di essi afferma che non si può parlar male del proprio territorio perché l'Estero ci legge. Embe'? Siamo in un corso per giornalisti o per addetti stampa?

Questo relatore -- il quale se la tira maledettamente -- infila "un attimino" nel suo discorso, nell'annunciare di essere sul punto di avviarsi al termine dell'intervento. (Ohimamma! C'è ancora chi dice "un attimino".) La sala si zittisce e dedica un minuto di raccoglimento per silenziosi auspici di rapida conclusione.

Io, invece, mi 'sconsolo' ancor di più quando attacca un pipponcino sulla necessità di avere 'corpi sociali intermedi' autonomi, intellettualmente ed economicamente. Per quello che ne so (ma ora dubito di ogni cosa) i corpi sociali intermedi sono i sindacati in primis, tuttavia intuisco che intenda roba come gli Ordini, gli Albi e soprattutto Confindustria.

Infatti, bacchetta i giornalisti perché sono sempre più ignoranti ("Studiate!", esorta) e non fanno domande. Ma quali domande scomode vogliono mai fare giovani e precarissimi giornalisti? Fai una domanda scomoda e ti chiama il vicedirettore a rapporto.

Tra l'altro, chi giovane e precarissimo giornalista ha voglia e tempo per specializzarsi nel giornalismo economico o in quello tecnologico ovvero scientifico?

Uno dalla platea si alza e dice una sacrosanta verità (come ha osato?): "Non ci può essere qualità se c'è precarietà." Capisco (anche dall'età) che il declamatore di questa perla di verità non è assolutamente un precario, ma un altro cirasiello inamovibile che può permettersi intemerate. (Perché queste -- a queste latitudini e di questi tempi -- sono intemerate.)

L'età media degli astanti è alta, per questo si può parlare liberamente di precarietà, che evidentemente non tocca la maggioranza dei presenti.

Anche qui ci sono personaggi che vorrebbero distinguersi per abbigliamento stravagante e pittoresco, riuscendo invece solo ad apparire abbastanza ridicoli.

Pare che ci sia un'iconografia del 'personaggio giornalista', la quale comprende montature di occhiali color cocozza (variante giallo limone, oppure rosso caviale), capelli striati e/o dal taglio asimmetrico, minigonne inguinali da cougar, tacchi da bondage, papillon e/o bretelle. Noto che qualcuna si scoccia talmente da tirar fuori un romanzo rosa e mettersi a leggere rannicchiandosi nella poltroncina.

Sale un sindaco per tardivi saluti. Si produce in un " ...bisogna tamponare [sic] le Amministrazioni!", tradendo nel lapsus freudiano la voglia di sostegno mediatico da parte dei giornalisti locali, oppure il fatto che sia stato fin troppo tampinato dai giornalisti. Sicuro indica qualche problema relazionale con la stampa locale.

Dai successivi interventi, mi risulta chiaro che a molti giornalisti mancano diverse puntate di aggiornamento, soprattutto è chiaro che non conoscono esempi di giornalismo internazionale, né sono informati sulle tendenze editoriali o sulle trasformazioni in atto.

Per iniziare la seconda parte dopo il break ci vuole parecchio: i partecipanti non mostrano intenzione di rientrare in sala.

Il successivo relatore ha un tono lamentoso e monocorde. Tre quarti dei presenti ora è china a smanettare sugli smartphone.

Arriva salvifica la mia tosse: è così stizzosa e continua che ho finalmente la scusa giusta per scappare via in lacrime.

La prossima volta, nuova città, nuovo ambiente, nuove sfaccettature sociologiche. E, si spera, migliore qualità della formazione.

Per una sociologia dei giornalisti in formazione obbligatoria
Tag(s) : #giornalismo, #giornalisti, #formazione obbligatoria dei giornalisti

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