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Come ci cureremo. Se potremo farlo

In questo articolo del «NYT» si illustra la pericolosità di spostare il carico della tassazione USA dai redditi al consumo. Una tassazione sul consumo stronca i poveri ed il ceto medio già abbastanza malandato, laddove una tassazione sul reddito (o una patrimoniale) del solo primo quinto di ricchi del Paese farebbe recuperare 128miliardi di dollari.

Tassare solo l’un percento dei più ricchi porterebbe ad un recupero di 68 miliardi di dollari, pari a dieci volte i tagli quinquennali operati nell’istruzione superiore negli USA.

Immaginate, dunque, cosa si potrebbe recuperare tassando tutti i ricchi.

Avrete pure immaginato, nel contempo, che non è una cosa facile da attuare. Patrimoniali e tasse sul reddito non piacciono a nessun Governo, in USA tantomeno in Italia. I possidenti hanno più potere di qualunque massa popolare; fanno donazioni alla politica; sovvenzionano candidati e campagne elettorali; foraggiano lobbies e fondazioni politico-economiche. In USA come in Italia.

Meno introiti da tasse, tuttavia, è un grande pericolo per ogni bilancio statale. Lo sappiamo bene noi in Italia alle prese con deficit di bilancio abissali.

In Italia, inoltre, la lotta all’evasione non si fa per bene. Mi fanno ridere le dichiarazione della Direttora Generale dell’Agenzia delle Entrate che vuole puntare sugli ’spioni’ e sulle soffiate anonime per scovare gli evasori. Significa che non ha potere di indagare meglio e a fondo sui patrimoni e i flussi di denaro delle persone.

L’evasione e la frode fiscale in Italia sono così vaste che al poveretto con reddito da lavoro dipendente il quale si vede arrivare l’invito dell’Agenzia delle Entrate per la verifica gli trabocca la bile dalle orecchie e non crede più a nessuno. Il problema è che manco va più a votare, favorendo le lobbies elettorali foraggiate dai ricchi&potenti.

Poiché io vivo al limite inferiore dell’ex ceto medio, questi argomenti mi amareggiano. Non è questione d’invidia. Ci mancherebbe. Diciamo che vivere in questa Italia non mi ha dato alcuna opportunità di vita migliore, di occupazione pari al livello degli studi; né un’opportunità di avanzare anche solo di qualche gradino nella scala sociale. E a mio figlio non andrà meglio.

Forse, vivere in Italia ha ancora qualche senso per il sistema di sanità universale.

Forse.

Negli USA, se non hai soldi non ti curi. Se hai già qualche malattia le assicurazioni sanitarie non ti vorranno tra gli assicurati, a meno che non paghi premi altissimi. Ma a quel punto non ti fai proprio un’assicurazione e incroci le dita per vincere una lotteria e curarti, o per chiedere a qualche divinità di non farti ammalare più, ovvero di farti morire di morte accidentale e sul colpo.

Per questi motivi, io negli USA non potrei (ed ideologicamente non vorrei) vivere: non ho abbastanza soldi per curarmi da qualunque accidente mi possa accadere. Abituati come siamo, noi Europei, al welfare state, ci sconvolge pensare che la vita, la morte, la salute dipendano solo e soltanto dai soldi che si hanno. Idem per l’istruzione universitaria. Un anno alla Ivy League costa quanto tre anni della mia retribuzione lorda. Diventano grandezze inconcepibili.

Ho letto un editoriale statunitense in cui ci si lamentava quasi inorriditi delle riforme obamiane sulla possibilità di lavorare solo fino al raggiungimento della contribuzione previdenziale sanitaria. Questa riforma avrebbe portato ad un lassismo inusitato e creato orde di giovani pensionati al limite del parassitismo. I lavoratori che a sessantacinque anni avrebbero scelto di pensionarsi, avrebbero creato un pericoloso vuoto occupazionale, favorendo la contrattazione al rialzo dei salari individuali, il che sarebbe stata una vera batosta per le aziende.

Mi girava la testa. Ragionamenti simili in Italia non sono possibili. Noi abbiamo già un sistema previdenziale e sanitario che ci consente (anzi ci obbliga) di lasciare in tempi stabiliti il lavoro, ciò non di meno, la disoccupazione rimane a livelli stratosferici e ciò favorisce la contrattazione al ribasso dei salari collettivi.

Ci sarebbe rimasta la sanità universale, quindi. Siamo un popolo che ha come slogan ufficioso il "pienz’ a’ salutë" e il nostro SSN è comunque uno dei migliori al mondo. Per qualità (nonostante tutto) e per organizzazione. Così come stiamo combinati con salari e disoccupazione, un sistema all’americana sterminerebbe il popolo italiano.

Il problema è che però anche il nostro decantato SSN subisce uno smantellamento continuo.
La vicenda del Sovaldi — il farmaco miracoloso che debella completamente l’Epatite C – è emblematica. La cura per eliminare l’Epatite C dall’Italia ha un suo alto costo (37mila euro a paziente), ma i costi per tamponare la cronicità della malattia sono ancora più alti (interferone ed altri farmaci, trapianti, indagini diagnostiche, assenze dal lavoro, assegni d’invalidità, costi sociali). Lo Stato italiano non ha ancora deciso se fornire il farmaco a tutti. Scegliere a chi somministrarlo, tuttavia, sarebbe incostituzionale, della serie ‘ci sono pazienti più pazienti di altri’ (c’è anche un doppio senso).

Fosse solo per il Sovaldi. Chemioterapici indisponibili in alcune parti d’Italia (come nella nostra regione, per esempio, la quale è ultima per qualità). Liste di attesa così lunghe che per aver un accertamento diagnostico ambulatoriale occorre rivolgersi al privato, neanche al privato convenzionato.

Nei fatti, dunque, stiamo arrivando a pagare la sanità, a colpi di scure e machete. Non mi meraviglierei se prima o poi il nostro (sempre meno) fantastico SSN venisse soppiantato dalle assicurazioni sanitarie. Come negli USA.

Chissà se ci pensiamo su quando scegliamo i nostri rappresentanti nazionali e locali.

Tag(s) : #sanità, #epatite C, #tasse, #previdenza

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