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Una Sant'Angelo non fa primavera

Chi irpino non avrebbe un moto di rincuorante tenerezza ed un sano impeto d’orgoglio a leggere le dichiarazioni di Monsieur Latouche sulla nostra terra? È scritto qui, in un fondo de «IlSole24Ore».

L’economista della decrescita felice (o meglio ‘serena’) ci considera – noi Irpini — uno splendido esempio di vita occidentale sostenibile. La sua descrizione di Sant’Angelo dei Lombardi e della splendida sindachessa ci scuote come una ventata di aria primaverile e profumata: siamo davvero noi? Che bello!

Ripenso a Sant’Angelo dei Lombardi, ma anche a Nusco, o a Rocca San Felice, a Morra de Santis e a Gesualdo, ad Aquilonia, a San Michele di Serino, a Santo Stefano del Sole e a tutti i nostri solidi paesi e paesini ordinati, con le strade di pietra, la gente silenziosa e un po’ ostinata, anche abbastanza attaccata alle proprie tradizioni. Ma una Sant’Angelo non fa primavera, ancorché splendido esempio d’integrazione possibile, perché realizzata.

Quella che lascia sottendere Latouche è l’iconografia classica dell’Irpinia, la Terra dei Lupi. A starci un poco è proprio come dice Monsieur Serge, che comunque è un uomo fortunato: può viaggiare molto e prendere solo il bello di ogni posto in cui si ferma, da vero snob. Anche io vorrei essere fortunata ed aver avuto le opportunità di Serge Latouche: scriverei i miei saggi di sociologia spicciola sulla costa occidentale del Pacifico, dopo essermi ispirata passeggiando per NewYork, nel meglio del melting pot. Riposerei nel mio Salento, mi rigenererei a Marsala o a Durban.

Anche gli splendidi posti del mondo che ho citato hanno certamente i loro lati negativi, ma a viverci per poco tempo e avendo possibilità economiche per risolvere problemi, tutto è splendido. Ogni luogo è come il giardino di Jeronimus Bosch.

Se è così idilliaco, dunque, perché l’Irpinia si spopola? Su «L’Espresso» della scorsa settimana c’è il racconto di Filippo Gatti sulla SATA di Melfi. A pag. 34 si parla di un ragazzo di Lioni che fa il pendolare per poter lavorare e che si addormenta sulla pressa a causa della stanchezza.

Latouche conosce le vicende delle zone industriali dell’Irpinia, che dovevano portare un po’ di serenità esistenziale (non ricchezza) alle popolazioni delle aree interne? Latouche sa che l’Irpinia non è tutta uguale a Sant’Angelo dei Lombardi e che esistono realtà troppo diverse man mano che ci si sposta da est verso ovest? Latouche sa che antropologicamente siamo alquanto restii alla cooperazione specie in campo agro-alimentare e viti-vinicolo perdendo occasioni? Ma, soprattutto, Latouche conosce le vicende della nostra Amministrazione comunale? Vivrebbe mai a lungo nel Capoluogo? Avellino Città non è simile a Sant’Angelo dei Lombardi e non ci prova neanche ad assomigliarle.

Per carità, io ammiro il filosofo Latouche, perché parla di piccole cose, di ‘less is more’ , di felicità possibili. Ha una visione della felicità/serenità che è simile all’epicureismo di Seneca di cui sono granitica seguace. Di certo, però, ha una vita facile, più facile degli ex operai e dei giovani irpini che non trovano lavoro e che non possono campare solo dell’aria buona o felicitarsi dei ciottoli della pavimentazione dei borghi. Se possono, questi espatriano.

Diciamo che se ‘decrescita felice’ significa che ognuno di noi irpini (specialmente quelli che stentano) possa — in regime di reciprocità solidale — godere di una settimana a Parigi, come Latouche ha goduto di una settimana a Sant’Angelo, io mi iscrivo al suo club. Sarà che sono cresciuta con l’idea (iper-marxista) che la lotta non doveva renderci uguali verso il basso, ma uguali verso l’alto. Combattere affinché tutti potessero raggiungere il benessere e la salute, magari con la redistribuzione del reddito e politiche sociali adeguate. Non attraverso la mortificazione savonaroliana delle genti affinché sopportassero serenamente il loro fardello di povertà e privazione.

Latouche ha una prospettiva molto personale e personalizzata dello sviluppo, o meglio dell’esistenza, ma il mondo non è fatto né potrà mai essere trasformato in una comunità planetaria di borghi autosufficienti, in cui l’importante è sopravvivere minimalisticamente. La sua teoria si basa sul principio di economia sostanziale, quella che produce solo per il soddisfacimento dei bisogni di base, che ha come fondamentali la sobrietà ed il senso del limite. Va da sé che rivoltare il pianeta sulla base del minimalismo produttivo e consumistico sa di utopia e che le idee di Latouche hanno un che di romantico e di eroico insieme. Giusto quello che serve a farsi bastare quello che si ha, con ispirate giustificazioni filosofiche, in un periodo di perdurante crisi e disperazione. Se dovessi scegliere, preferisco le tesi di Piketty, che sta facendo dannare tutti gli economisti.

Tuttavia, vorrei capire chi deve avere il senso del limite e della sobrietà, quelli che per forza di cose sono già sobri e limitati? E quale sarebbe il limite? Chi stabilirebbe i limiti alla crescita? Ci sarebbero persone uguali o persone più uguali delle altre, come raccontava Orwell? Gli individui più abbienti dove porrebbero il loro limite? Sicuramente la loro asticella si porrebbe più in alto di tantissimi individui il cui sogno non è una decrescita (felice o infelice) ma almeno uno sviluppo possibile e/o sostenibile.

La teoria di Latouche – come già detto – ha molto di filosofico e a me starebbe certamente bene: essendo appunto cresciuta in questa terra d’Irpinia è tutta una vita che faccio di necessità virtù. Tanto che sono abituata ad accontentarmi – come molti miei concittadini e conterranei – e riesco a sopravvivere, scovando bellezza e resistenza in angoli e momenti ascosi, finanche in un articolo de «IlSole24Ore» che parla di un pezzetto di noi. Ma vorrei che Latouche, i suoi libri li scrivesse in un appartamento che affacci sull’Isochimica o sul Mercatone, non nei Pirenei del Sud, lato Catalogna. Poi, ne riparliamo.

Tag(s) : #Irpinia, #Latouche, #Sant'Angelo dei Lombardi, #Decrescita

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