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A che serve il sindacato?

La notizia è questa: i lavoratori dei Paesi in cui il Sindacato è debole vivono maggiori disuguaglianze.

In prima istanza, l’equazione ’meno sindacato=maggiori sperequazioni’ sembra lapalissiana, eppure ce la siamo dimenticata. Ci siamo dimenticati a cosa serve un sindacato, ma soprattutto, ci siamo dimenticati com’è fatto un sindacato efficace.

Le due attribuzioni non hanno la stessa causazione.

Nel primo caso, la parola sindacato insiste nella sua radice etimologica (syn che significa ’assieme’ e dyke che significa ’giustizia’, in greco antico). Nel senso che il sindacato agisce la sua missione affinché assieme si trovi più giustizia. Infatti, nel tempo, il sindaco era il ’patrocinatore’, poi, è diventato anche ’rappresentante’. Mancando la voce dei sindacalisti, ovverosia di ’coloro che chiedono giustizia’ per la collettività, si crea un vuoto che viene colmato dalla politica, ovvero da cordate più vigorose, come quella dei datori di lavoro e dei loro rappresentanti (no, non mi riferisco a Confindustria).

Nel secondo caso — ovverosia l’essersi dimenticati di cosa consti l’efficacia di un’azione sindacale —, purtroppo e ahinoi, la parola sindacato assume il significato di ’cordata per tutelare la propria autoreferenzialità’. Insomma, troppi dirigenti (lo sono tutti nel sindacato, basta entrare in qualsiasi consesso elettivo a qualunque livello territoriale) sono diventati patrocinatori di se stessi.

Un’accorata (ed inaspettata) difesa del sindacato ’com’era’ si può leggere qui assieme ad una critica alle giovani generazioni (che non condivido appieno perché un sindacato che cresce e si aggiorna dovrebbe aver avuto modi e maniere per intercettare prontamente giovani e precari. Ci provò Cofferati avvicinando la CGIL alle galassie dei social forum, ma venne rapidamente bloccato dall’interno). In effetti, il sindacato ’di una volta’ è l’autore, il promotore e il patrocinatore delle più grandi conquiste per il lavoro e per i lavoratori. Tutta roba in corso di smantellamento e dismissione, assieme al welfare. Ovviamente, parlo della situazione italiana, perché altrove (per esempio, in Germania) il sindacato ha un importante e riconosciuto ruolo socio-economico.

Ma perché in Italia l’azione sindacale di un tempo era più efficace? Per due motivi essenziali (ma ce ne sono altri concomitanti, seppur di minor portata): l’essersi inconsciamente convinti che la lotta era finita (in altre parole, che una conquista fosse per sempre) e la perdurante inadeguatezza dei gruppi dirigenti.

Poiché noi uomini siamo fondamentalmente opportunisti e avidi, succede che col tempo ogni ottima istituzione rischi la deriva. Compreso il sindacato, che perde la capacità di scaldare i cuori e convincere i lavoratori ad intraprendere azioni collettive. Tuttavia, succede pure che, quand’anche si riesca a smuovere alcune coscienze, ciò non basta più per scalzare chi nell’assenza propositiva e di tutela collettiva ha colmato il vuoto, perché nel frattempo la deriva organizzativa (la ’questione morale’, l’insipienza competenziale e il direttorismo) ha minato molte fondamenta.

Nel caso di specie, il vuoto, anche sindacale e di contrattazione, è stato colmato dal Partito di Renzi, il che non ha impedito l’aumento delle disuguaglianze. Anzi. Ve ne dico una, una sola. Per effetto della abominevole Legge Fornero, la sottoscritta andrà in pensione (se non muoio prima) a settant’anni. Cosa posso dare io a settant’anni? Cosa potrà garantirmi lo Stato a settant’anni? Quanti giovani rimarranno disoccupati (o espatrieranno) perché a settant’anni ancora occuperò una posizione di lavoro? Cosa ha fatto il Governo Renzi per modificare questa tragedia?

Ve lo dico io che ha fatto! Ha nominato alla presidenza dell’INPS il professor Tito Boeri, un ex critico nei suoi confronti. L’ha arruolato, insomma. Tito Boeri ha dichiarato (durante una puntata di "Ottoemezzo") che attiverà una massiccia campagna di comunicazione individuale. Arriveranno a casa degli Italiani milioni di lettere dettaglianti la posizione contributiva di ognuno di noi, nonché le proiezioni pensionistiche relative, in modo da sollecitare i contribuenti a integrare i contributi. Da quello che ho compreso, i giovani saranno gli ultimi a ricevere la nota dell’Inps (immagino perfidamente il perché). Ora — dico io — quali proiezioni possono mai essere elaborate per un giovane disoccupato? Quali integrazioni può attivare un disoccupato? O un precario?

L’unica possibile proiezione (o l’unico augurio) è trovare un lavoro, possibilmente stabile, ma questo né Renzi, tantomeno Boeri sono in grado di garantirlo, né di prevederlo. Forse solo augurarlo.

Ma anche: se nella mia lettera ci sarà scritto che dovrò andare in pensione a settant’anni e con una misera somma mensile, come si può pensare che io riesca a correre ai ripari con una pensione integrativa? E dove li trovo io i soldi per attivare un piano d’accumulo? Dove trovo io un lavoro migliore? O un secondo lavoro?

(Sono convinta che quando arriveranno queste comunicazioni, molta gente s’incazzerà.)

Sono tutti dilemmi cui noi cittadini semplici non possiamo trovare soluzione. Una volta c’era il sindacato che pensava e studiava anche per noi.

Se n’è accorto Maurizio Landini che prova a riprendere un ruolo politico tradizionalmente assunto dalla CGIL nei decenni in cui era il partitismo ad affogare nell’autoreferenzialità e nell’insipienza (nonché negli scandali, ma questo è ancora). Se n’è accorto anche il Sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. Entrambi puntano alla fondazione ed al radicamento di laboratori sociali, con iniziali chiari intenti pedagogici, prima ancora che politici. Pedagogici perché occorre ri-spiegare alla gente cosa significhi solidarietà e re-istruire (attraverso l’esperienza e la militanza) gruppi dirigenti capaci. Soprattutto capaci di non farsi blandire dalle lusinghe del potere, ovvero dalle conseguenze del potere (qualunque sia, anche e soprattutto all’interno delle organizzazioni in cui operano): visibilità, cortigianerie, spocchia, avidità, ’comandosità’, allontanamento dalla mission istituzionale per seguire intenti e/o rivendicazioni collaterali di portata minima.

(In tutta sincerità, consiglierei di migliorare anche le competenze lessicali e sintattiche, onde evitare vergognosi ’stermicidi’ verbali da parte di numerosi dirigenti sindacali.)

La recente polemica tra Landini e Camusso sulla manifestazione del prossimo 28 marzo, ad esempio appartiene alla categoria dei ’cappelli’. Nel senso (e ciò è successo spesso in CGIL, tanto che negli anni molte teste di segretari ad ogni livello organizzativo sono rotolate via) che la gerarchizzazione estrema di queste organizzazioni (nonché la lotta per mantenere codesta piramidale e granitica struttura) non ammette deviazioni, né autonomie: non ammette, cioè, che nessuno di livello gerarchico inferiore possa mettersi un ’cappello’ decidendo in autonomia dal pensiero unico del capo.

Il che potrebbe essere un valore aggiunto (l’unità fa la forza) quando il leader sia capace. Ma quando non lo è? La regola è sempre quella: il capo non si discute, anche se sbaglia, perché è il capo che determina carriere, cordate, correnti, quote e nomine. Vige nelle organizzazioni sindacali (e in molte associazioni) la stessa ’regola aurea’ dei partiti, esplicitata da Renzi recentemente: «Chi rema contro si fa fuori da solo, anche dal governo». Per non perdere i vantaggi che una posizione (anche minima) di potere contempla, ci si adegua a tutto, alla mediocrità in primis; poi tutto il resto: despotismo, pronazione, corporativismo, e così via.

La polemica Camusso-Landini è fortunatamente rientrata, ma ci si accorge subito che le istanze della popolazione più debole e massacrata dalla crisi economica, nonché maltrattata dalle riforme governative (non politiche, chè quelle sarebbero ben altro in un Paese civile e democratico) non propriamente sociali, sono portate avanti con più efficacia da Landini che non da Camusso. Sarebbe stato un errore bloccare l’iniziativa del Segretario FIOM. Anche perché — come si dice qua — ’rotto per rotto...’ ci si aggrappa a qualunque zattera di salvataggio.

Possiamo raccontare della stessa resipiscenza delle organizzazioni sindacali nei territori? Quanta autonomia politica e d’innovazione hanno i territori rispetto ai livelli a loro superiori? Quanta autonomia propositiva hanno i delegati dai luoghi di lavoro rispetto alle organizzazioni provinciali e/o di categoria? E per autonomia non intendo ’anarchia’, bensì capacità e competenze cognitivamente migliori nonché aggiornate, utili agli iscritti e non alla perpetuazione dell’autoreferenzialità.

A che serve il sindacato?
Tag(s) : #sindacato

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