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La grancassa di Beethoven

"Potremo eliminare il suono della grancassa da una sinfonia di Beethoven solo perché non gradite i rumori molesti e tuttavia chiamarlo ancora Beethoven?"

Questo è un tweet di Margaret Atwood, scrittrice, apparso il 26 marzo scorso, in risposta alle polemiche suscitate da una nuova App che elimina da un testo/un libro ogni parola considerata sconveniente.

Ho trovato e letto di questa novità sul sito della National Public Radio statunitense.

Questa nuovissima app — che può essere implementata su numerose applicazioni di lettura digitale (tipo kindle) — offre alcune opzioni per emendare un libro da parole ritenute oscene, ovvero offensive o più blandamente irritanti.

La genialata è venuta a due genitori dell’Idaho che volevano disinfettare i libri letti dalla loro figlia, disinfestandoli da ciò che la loro morale ritenesse lessicalmente sconcio. Probabilmente, i due zelanti genitori avranno ritenuto che le sconcezze verbali e le cattive parole potessero incidere sull’educazione, ovvero sulla serenità o sul candore della ragazza.

Insomma, una sorta di censura fai-da-te, operata unicamente sul lessico.

L’App in questione — che ha nome "Squeaky Clean", ovvero "Pulizia a fondo" — riesce addirittura a suggerire sostituti delle parole ritenute imbarazzanti. Molte piattaforme di vendita di e-book hanno inserito l’opzione di pulizia nei loro download per e-reader (gli scaricamenti del testo sui dispositivi elettronici di lettura, #dilloinitaliano), ma questa possibilità ha imbestialito molti autori, i quali hanno deciso di impedire la vendita dei loro testi su piattaforme che includono "Squeaky Clean".

Mi ricordo di mio padre che — al contrario dei genitori dell’Idaho — voleva che imparassimo tutte le parolacce peggiori per non scandalizzarci e per avere la risposta pronta. Mi ricordo anche che ci portava con sé nel suo lavoro per una azienda alimentare, attraverso campi e stazioni di raccolta affinché imparassimo i dialetti e le imprecazioni, perché la cultura antropologica era il miglior sostegno nella vita quotidiana. Mi ricordo che mia madre borbottava sempre di questa idea, che ella trovava inadeguata. Ricordo ancora che invece io mi divertivo assai.

L’applicazione, tuttavia, non aiuta ad eliminare testi o parti di essi che — pur emendati e candidi nel lessico — continuano a veicolare concetti sessisti, perpetuando — ahimè — quegli stereotipi ben descritti da Lorella Zanardo nel suo "Il corpo delle donne" e da due ottime Autrici (Loredana Lipperini e Elena Gianini Belotti) in "Dalla parte delle bambine" e "Ancora dalla parte delle bambine"; ovvero razzismi più o meno subdoli nei confronti di etnie, religioni, diversità. È l’esposizione quotidiana a queste situazioni (principalmente veicolate dai media) che sostiene il perpetuarsi di atteggiamenti quotidiani predatori, possessivi e offensivi nei confronti di donne, deboli e diversi.

Per queste situazioni, non c’è null’altro che la sensibilità individuale e talvolta l’intervento pubblico, come ha fatto Ignazio Marino, Sindaco di Roma. http://www.linkiesta.it/organizzazione-spazio-pubblico-sessista-0

Ovvero il ricorso — per quel poco che incide — allo IAP.

Morale? La ’pulizia a fondo’ immaginata nell’Idaho contribuisce tuttavia a sostenere un pregiudizio bigotto nei confronti del lessico pericoloso (ma in che termini è pericoloso?), non certo di comportamenti per altri versi discutibili. E poi — si sa — i bambini le parolacce spesso le dicono a dispetto e a nulla valgono rimproveri e punizioni.

Tag(s) : #La Cugina di Parascandolo, #discriminazioni di genere, #comunicazione, #censura

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