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Scrivi che ti passa

Sempre della serie ’copia-che-ti passa’, fèisbuk mi ha proposto questo articolo dell’«HuffPo» Italia a sua volta ricondizionato da un’editoriale del «NYT» di gennaio scorso.

Che in Italia siano sempre a corto d’idee giornalistiche è stra-noto; che si prenda a man bassa dai giornali stranieri (statunitensi in primis) non è così diffusamente risaputo, visto che si continua imperterriti a copiare idee e talvolta anche interi paragrafi o articoli.

C’è anche il fatto che gli Italiani non leggono molto, figurarsi quanti di questi leggono giornali stranieri.

Così, quando mi è capitato di skimmare il pezzo sull’«Huffington Post» nostrano ho riconosciuto qualcosa che avevo già letto. (Per un piccolo excursus sullo skimming, qui).

Tuttavia, al di là del ripetere la lamentazione sulla cronica carenza di idee, la mia attenzione questa settimana si concentra sul valore terapeutico della scrittura, che è l’argomento degli articoli su citati. Diari, taccuini, sfoghi, ma anche blog aiutano chiunque. Rimettono in sesto pensieri, contribuiscono a dare un limite e dei confini ai problemi, reinquadrano situazioni attraverso lo straniamento (specialmente se si scrive in terza persona), restituiscono un senso passato all’afflizione.

Tant’è che aiutano anche a guarire. Scrivere è anche entrare nel cosiddetto ’flusso’, ovverosia in una corrente ininterrotta di attività assorbente che ci distrae dal contesto. La mente (ed il corpo) per sentirsi bene deve essere liberata, svuotata, come si fa con la meditazione. La teoria del flusso (sistematizzata da Mihály Csíkszentmihályi) è annoverata nella psicologia e fa parte anche degli studi sulla felicità.

Solo che molti di noi — soprattutto i popoli di cultura occidentale, nipotini di Cartesio, non abituati alle pratiche orientali — non comprendono la meditazione, ovvero trovano inconcepibile ed impraticabile il ’non pensare assolutamente a nulla’.

Si è scoperto che meditazione è essere comunque assorbiti in qualcosa. Quindi va bene lo scrivere, come lavorare ad uncinetto (o a ferri), magari seguire lo schermo di un tapis roulant in palestra, dipingere e/o disegnare, ma anche semplicemente colorare.

Conosciamo tutti i mandàla, quei disegni circolari simmetrici tipici della tradizione buddhista, sì?

Ecco colorare mandàla è terapeutico.

C’è chi — ovviamente — ha pensato a questo come business. Infatti, negli USA va alla grande un album di disegni da colorare, vende più dei libri.

Morale?

Sembra che tenere penne e pennarelli in mano aiuti la nostra salute psicologica.

Se non sappiamo scrivere, possiamo disegnare.

Tuttavia, dal numero di scrittori in Italia (si scrivono più libri di quanti se ne leggano) arguisco che dietro le velleità di assurgere agli onori editoriali, per moltissimi si tratti di automedicazione.

Il problema è che a leggere certe sbobbe incomprensibili e velleitarie è la nostra serenità mentale a vacillare e per rimettere le cose a posto, ci mettiamo a scrivere anche noi. Non se ne esce, a meno che nei libri non inseriamo mandàla o disegni da colorare.

Scrivi che ti passa
Tag(s) : #La Cugina di Parascandolo

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