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A ciascuno il suo mestiere

Dopo aver letto il resoconto di quanto discusso al Tavolo sui Beni Comuni, il mio articolo potrebbe chiudersi in un solo misero paragrafo. Anzi in una sola frase: "Non se ne farà niente."

Disfattista io?

Ne ho visti e sentiti troppi di Tavoli. Quando non si sa che fare, si organizza un Tavolo.

Todos carpinteros.

Della serie: ’almeno-friggiamo-un-po’-d’aria’.

(Comunque, il Tavolo di ier l’altro al Comune si è trasformato in una discussione sull’ex Eliseo, grazie alla presenza di alcuni esponenti del Comitato "Luce sull’Eliseo".)

Nel merito dell’argomento “Beni Comuni”, faccio una premessa: non propendo per nessun modello di regolamento in particolare, se sia ’Bologna’ o ’Messina’, ’Chieri’ o ’Bangkok’.

Anche perché non c’è nessuna formula ottimale per la gestione dei beni comuni. Nel senso che non esiste l’algoritmo perfetto per stabilire chi fa cosa, ma soprattutto decidere il ’chi’ possa/debba gestire. Dipende moltissimo dalle condizioni territoriali. O, meglio: dalle condizioni economico-territoriali.

In queste circostanze, non conta l’antropologia, né l’ideologia (della quale ci s’innamora o da cui si prendono sdegnate distanze). Spesso c’entra la politica (che deve fornire i fondi). Ma sempre — e lo sottolineo — sempre conta la conoscenza dell’ambito in cui ci si sta muovendo.

Non ci vuole la sfera di cristallo per capire chi deve entrare nella gestione. Basta farsi una semplice domanda: come stiamo combinati a soldi?

Volete una formulazione diversa della domanda, ma di identico significato? Il Comune di Avellino ha fondi, competenze e risorse per gestire da solo i Beni Comuni? Che sia l’ex Eliseo, la Dogana, o anche i Parchi (che gli Avellinesi amano davvero), il Mercatone, o altro.

Okay, okay. Prima che mi aggrediate, dico subito che c’è privato e privato, come c’è pubblico e pubblico.

Se il ‘pubblico’ è autorevole e competente, sa gestire con fermezza il privato che ha voglia e risorse per utilizzare il bene. Perché – e questo è un dato – sempre più poche amministrazioni e istituzioni pubbliche hanno le risorse economiche per mantenere in vita opere/beni/cespiti il cui mancato utilizzo (ed il conseguente degrado fisico) è comunque oggetto di forti critiche da parte delle cittadinanze. Dare in gestione un bene al privato non è tout court una questione di ‘amicizie’ e di connivenze. Quando, di converso, si contano i marioliggi del privato attraverso la gestione di beni pubblici, il problema è del pubblico che non ha scelto bene e non ha controllato meglio. Ma ciò non significa che per non sbagliare ci si castri nell’azione o che s’intombino i beni perché non ci si può muovere. Un’altra soluzione consisterebbe nel conoscere meglio i candidati che eleggeremo.

Tuttavia, non possiamo disconoscere l’evenienza che la scelta del privato possa essere premeditata per connivenze e sodalizi spuri. Ovvero, per questioni di accordi pre-elettorali. In Italia si contano a decine gli affidamenti per ‘gratitudine’. Quindi, la scelta di una gestione solo pubblica, ovvero solo privata ha i suoi rischi e i suoi vantaggi a prescindere dalla vocazione comune del bene. Inoltre, ogni bene ha la sua peculiarità, tale da non poter essere irreggimentata in uno standard applicativo di gestione, co-gestione o affidamento.

Se volete, possiamo leggerla ancora diversamente. In un’ottica ‘ad-ognuno-il-suo-mestiere’.

Sul «NYT» è stato pubblicato un bel report sulle cosiddette ‘città private’. Si tratta di agglomerati urbani (anche vastissimi) nati dalla volontà di imprenditori privati. Un po’ come se – per esempio – la famosa Milano2 prendesse vita come entità municipale non pubblica bensì autonoma, la cui gestione/amministrazione non trovasse ambito nel Testo Unico degli Enti Locali, cioè.

Nel mondo esistono diversi esempi. Il «NYT» ne cita alcuni: Irvine in California (foto in alto), Reston in Virginia, Gurgaon (mappa in basso) e Jamshedpur in India. Ognuna di queste città private ha una sua genesi. Alcune funzionano meglio di altre, perché, nonostante la totale privatizzazione di ogni cosa, ci sono alcuni elementi che devono essere per forza pubblici e comunali (nel senso ‘di tutti’): la gestione dell’approvvigionamento idrico, delle fognature, delle linee elettriche, in primis. E se pure sono i privati a costruire le reti, è sempre un’entità sovraordinata che gestisce e controlla l’universalità dell’offerta, nonché – per fare un esempio — la possibilità di allaccio a reti viciniori (e pubbliche) esistenti.

A Gurgaon, per esempio, città che conta milioni di abitanti, l’elettricità non arriva dappertutto. Ciò è dipeso dalle scelte dei privati che non ritenevano redditizia la costruzione di una rete per uno o più compound. Così, per sopperire alla mancanza di una municipalità pubblica le strutture utilizzano generatori elettrici alimentati a gasolio, con tutti i danni alla comunità che ne derivano.

Ecco a cosa serve una municipalità (la parola significa ‘assunzione di doveri’): garantire che tutti abbiano almeno i servizi di base, anche se forniti e gestiti da privati. L’intervento del pubblico può essere esercitato mettendo a gara i lotti da urbanizzare e/o infrastrutturare, fornendo il supporto logistico ed organizzativo alle imprese, cedendo i diritti sul suolo, e così via.

Tornando in Italia, ci sono, ovviamente, municipalità che hanno potuto (o talvolta possono ancora) gestire in proprio alcuni servizi e strutture. Ma questo, purtroppo non è il caso del Comune di Avellino, che non ha manco gli occhi per piangere.

Invocare la totale gestione pubblica, almeno per il nostro Comune sull’orlo del dissesto finanziario, significa non far decollare mai lo sviluppo dei beni di sua proprietà che risultano inutilizzati ed a rischio degrado, che da risorse diventano zavorre.

Invocare, anzi pretendere il controllo asfissiante sul privato che vuole gestire il bene restituendolo all’uso della comunità è più saggio. Almeno in questa lunga fase di crisi. E il controllo, ricordiamocelo, può essere fatto da tutti noi cittadini, invocando la massima trasparenza su ogni cosa. Diventiamo noi ‘municipalità’, assumiamoci noi il dovere – in questo caso – del controllo. Basterebbe semplicemente chiedere più trasparenza e con più frequenza.

Non possiamo frignare perché il Comune ha concesso a privati gestioni risultate opache o non ben controllabili dalla cittadinanza. Possiamo invece urlare affinché più di un Comitato civico entri nel controllo di gestione dei beni affidati al privato, il quale ha i fondi per ripristinarli e renderli funzionali.

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Tag(s) : #Irpinia

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