(L'originale è stato pubblicato al link più sotto.)
“Oggi vi parlerò di giornalismo moderno” – ho esordito alla Tavola Rotonda organizzata da una testata giornalistica della mia provincia, domenica mattina. Nonostante il sole del sud e l’orario più usuale per uno struscio che per assistere ad un convegno — che si preannunciava noioso o tecnico (a scelta)– la sala si era riempita. Man mano che i tre relatori (malgrado fossero stati invitati quasi tutti i direttori dei giornali locali) si avvicendavano in giri di interventi, il pubblico chiedeva di intervenire, faceva domande.
Tra i tre relatori, c’ero anche io. Gli altri due erano il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania, Ottavio Lucarelli, di Repubblica, e Pasquale Matarazzo, redattore di una testata economica locale on line, PiùEconomiaCampania. Confesso di essere rimasta molto delusa dalla mancata presenza dei direttori invitati, ma non so e non mi azzardo ad ipotizzare i motivi dell’assenza. Diciamo che tra tutte le motivazioni che si potrebbero addurre, quella più atroce sarebbe senz’altro ritenere che non sia argomento per platee popolari.
Invece, le persone vogliono vederci chiaro in merito all’informazione, alle fonti, alle manipolazioni, alla partigianeria, ai costi. Soprattutto ai costi dell’informazione. Qualcuno tra il pubblico ha sottolineato che giornali e libri costano troppo in proporzione alla salute economica delle famiglie. In effetti, non me la sono sentita di dar loro torto. Per poter spiegare come funziona oggigiorno la catena di montaggio dell’informazione, ho dovuto anche raccontare che è finita l’epoca dei reporter, degli inviati, delle moleskine e delle rollei (io resisto ancora con la moleskine, ma la rollei non me la posso permettere!). Fine anche dei fotoreporter, come si è lamentato Umberto Pizzi da Zagarolo — storico paparazzo, abbandonato anche da Dagospia che non lo pagava più. I costi di una redazione di tipo classico sono altissimi, le vendite in edicola sono in costante diminuzione. Le notizie si reperiscono gratis on line, ma a questo punto chi ci rimette è il reporter, di solito un/una giovane di ottime speranze e di più alta buona volontà, che lavora gratis, perché la concorrenza è alta e ci sarà sempre chi si offrirà a costi inferiori. Anzi gratis. La professione di giornalista si sta svilendo. I contratti di settore prevedono remunerazioni molto alte per i giornalisti in organico e le testate non hanno risorse per assumerne di nuovi a parità di compenso, così accolgono stagisti aggratis o pagandoli una vera miseria (una media di 2 euro e 70centesimi al pezzo), e/o utilizzano i redattori pensionati (La Repubblica è stata molto criticata per questo escamotage). Oppure, c’è la moda delle redazioni sparpagliate, in un misto di blog, agenzia, fanpage e aggregatore, in cui volenterosi aspiranti Bernstein macinano sui tasti — magari da casa, con la speranza di un Pulitzer prima o poi — lavorando delocalizzati come in un call center. Tale prassi abbassa drasticamente la motivazione e quindi la qualità del prodotto. Il fascino della professione, però, è tale che i giovani sopportano di tutto pur di entrare in una redazione vera o normale, sperando di essere notati e fare carriera. Ma sono davvero tanti e non tutti penne esimie. Alle redazioni ciò non disturba, il rapidissimo turn over fornisce costantemente manovalanza a basso costo, con buona pace della qualità. Non si tratta degli errori grammaticali (chè per quelli c’è il correttore di word), ma della competenza, di solide basi storiche e geografiche, cioè, per non perdersi nelle lagune – più che nelle lacune! – dell’ignoranza, con l’aggravante della mancanza di controllo dei capo-redattori anziani. Non si può essere giornalisti se non si ha un background immenso di ricordi, di confronti, di kilometri macinati, di esperienza e di umiltà. Soprattutto di umiltà.
Oppure, l’informazione la costruiremo tutti quanti assieme. Siamo, infatti, diventati pro-sumer, produttori e consumatori di informazione, attraverso i social media. Ne forniamo con i nostri video amatoriali, con i nostri tweet. Uno che ci azzeccò fu il famoso cittadino pakistano che twittò per primo l’inusuale presenza di elicotteri americani su di un compound di Abbottabad, lì dove fu catturato ed ucciso Bin Laden. Chiunque abbia uno smartphone è un fotoreporter o un inviato di guerra in pectore.
C’è tanto rumore, ovverosia troppe notizie e tutte riversate sul web, dove c’è anche tanto spazio. Per sapere cosa succede, basterebbe Twitter o SkyTG24, così si è impennato il numero degli opinionisti: blogger di alto rango, cioè. Come me, in fondo. Anche – e soprattutto — il mio ruolo non serve, in quanto non è pagato. Chi vi scrive pubblica su molte testate (anche nazionali) e sempre a titolo di favore (l’unico vero incarico retribuito mi servì per accedere all’Ordine) e non c’è modo di strappare qualsivoglia contratto di collaborazione, mica un’assunzione! Poiché la cronaca old style è morta, soppiantata da mille autoreporter, i giornalisti (ma anche gli scrittori, i professionisti, i politici) si riciclano come notisti ed opinionisti, come me. Mi consolo ricordando che Pat Buchanan ebbe a dire: “Ora sono un giornalista, i fatti non mi interessano più.”
Anche il modo di fruire dell’informazione on line sta cambiando. Il modulo simil-cartaceo deve gioco-forza scomparire perché scomodo da leggere. The Guardian ha provato a costruire un modello di presentazione per la versione on line del quotidiano basato sui principi del berrypicking: raccogliere le notizie come more in un cespuglio. Una tira l’altra, cercando qua e là tra i rovi quelle che a noi sembrano più appetitose. Blocchi colorati, sezioni nidificate, selezione delle proposte create ad hoc elaborando le scelte dell’utente giorno per giorno.
The Guardian ci sta provando, ma non è la strada giusta, visto che comunque la testata è in perdita. Non c’è ancora l’intuizione giusta su cui lavorare. Si barcolla. Il peggio, per me (ma non solo per me), deve ancora venire. Questo anatema è anche il titolo del mio prossimo libro, sul giornalismo moderno (anzi futuro), che sarà pubblicato soltanto in digitale e che costerà meno di un cappuccino.
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