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Tunisi per me

Controvoglia e per amor di pace famigliare, ho accettato per la prima volta nella mia vita di andare in crociera. È un gioiello di organizzazione, pulizia e confort questo mastodonte galleggiante sul quale mi imbarco a Napoli, ma io non sono fatta per questo tipo di viaggio.

Il prezzo di base di queste crociere non è alto (specialmente se — come me — si sceglie una cabina talmente interna che per arrivarci ci vuole il gps). Sono le escursioni che ti salassano alquanto, e ovviamente tutti gli extra.

Ma Tunisi non la si può girare da soli, l’escursione guidata è pressoché obbligatoria.

Attracchiamo a La Goulette, il porto di Tunisi, in prima mattinata. Il cielo è coperto, ma di nuvole piatte e giallastre, non umide e grigio-azzurre. Tira vento settentrionale. Dal ponte della nave vediamo gli uffici dell’immigrazione. Non c’è gente, solo poliziotti.

Lentamente sbarchiamo e passiamo la dogana, dove firmiamo un foglio aggiuntivo, oltre al controllo dei passaporti. Il polo nautico è deserto ed abbastanza lontano dal Centro Città. Si parte in bus per la Capitale, distante alcuni kilometri. Percorriamo un lungo cavalcavia sul lago costiero. Taieb, la guida, continua a magnificare la modernità del suo Paese, in tedesco. Dice che prima ‘gabt es einer schlekt President’, un Presidente cattivo, ma ora è tutta un’altra cosa. Lo skyline è totalmente anonimo. Case moderne, sì, ma basse, piene di anodizzati (dove sono le persiane blu-pace?), stra-piene di parabole satellitari. Non c’è molto traffico, pochissime auto molto vecchie, il resto sono macchinoni, per lo più SUV e cross-over di grossa cilindrata. Tutte nere.

“Sehen Sie, bitte“, dice la guida e indica che ci sono ragazzi e ragazze senza velo nei bar . “Noi non vogliamo che le nostre donne si coprano. Le ragazze devono studiare. Possono andare all’università.” Probabilmente Taieb ha in mente gli scontri di qualche mese prima avvenuti all’università, dove era stato impedito l’accesso alle studentesse in niqab (il velo integrale, come in Afganistan).

Taieb, di etnia berbera, ha lasciato Gafsa alla fine degli Anni Settanta per l’Inghilterra, dove ha studiato. Parla cinque o sei lingue. Il suo italiano, però, gli proviene dalla tivvù. Conosce tutti i film di Totò e di Alberto Sordi ed usa molte delle loro battute. Legge solo la Gazzetta dello Sport ed è informato della squadra della mia città più di me. “Siete stati promossi in Serie B. Io vi seguo.” Immagino questo berbero di Gafsa (300 kilometri a sud di Tunisi) che — come tanti italiani — legge di Avellino sulla Gazzetta rosa al bar, dove il caffè si prende solo seduti, non come noi, in piedi al banco. Lui sa abbastanza di Avellino, io molto poco, quasi nulla, di Gafsa. Mi convinco che Gafsa sia un luogo molto più interessante di Tunisi. Taieb dice che si accolla cinque ore di viaggio per tornare a casa, ma a Tunisi non vuole rimanere.

Taieb è simpatico, ma furbissimo, come tutti i nomadi commercianti del deserto. É un tipo alto, asciutto e snello, nonostante i suoi sessant’anni circa, e non ha le fattezze dei tunisini del nord. “In Tunisia la poligamia è reato.” infila tra una spiegazione topografica e l’altra. La prima tappa è al suk, zona giudaica (usa proprio questo termine). I portoni sono tutti decorati con borchie metalliche a formare disegni, tra cui le stelle di David. Ci lascia intendere che i giudei sono commercianti più bravi. Nessuno del nostro gruppo voleva andare per suk, ma abbiamo capito di essere costretti a pagare dazio. I mercanti si attaccano a noi come sanguisughe e sparano prezzi altissimi. I tedeschi pagano in silenzio, ma io vengo da Napoli&dintorni…

Nulla di ciò che ci offrono vale il prezzo richiesto, ma neanche quello che sarei disposta a pagare. Con la scusa di una lezione sull’arte tessile, ci portano da uno dei più grandi esportatori di tappeti. Uno dei titolari va per fiere anche in Italia e parla abbastanza bene. Ci srotola davanti circa una quarantina di manufatti, il più piccolo costa un centinaio di euro, il più prezioso circa tremila e cinquecento, perchè è in seta. Sono belli, ma agli Italiani alle prese con la crisi non sembra merce interessante, ovverosia utile. L’esportatore si arrende e ci dissequestrano! Il panorama dalla terrazza del laboratorio non è male (vedere foto), ma tutto è sciupato da parabole, cavi e incuria.

Ci portano al quartiere andaluso. Santapace, questa Tunisia doveva essere stupenda visto che ha attirato i Romani e tanti altri popoli che hanno lasciato un profondo segno nell’arte e nell’artigianato, ma il tutto è decadente. Non mi sembra una città felice. Il quartiere andalù (da andalouss), come dice Taieb, è molto europeo. Sparisce il blu tunisino (che è il colore della pace) per lasciare posto al bianco, ai mattoni a vista, al legno, al ferro battuto e ai gerani alle finestre. Nel quartiere andaluso ci sono gli artigiani profumieri. Ci portano in un laboratorio e ci raccontano delle grandi maison che prendono lì le essenze base per i più famosi profumi del mondo. Ci impiastricciano mani, polsi e braccia di ogni tipo di olio profumato. Fino a che non si confondono. Ogni essenza ha un buon odore, presa singolarmente, ma, alla fine, mi viene l’emicrania. I flaconcini costano poco e i nostri compagni di viaggio ne acquistano. La mancia a Taieb è garantita, si vede dal suo sorriso.

Finalmente, Taieb ci annuncia che andremo al Museo del Bardo e poi a Cartagine (dove mangeremo) per finire nel tardo pomeriggio con una visita a Sidi Bou Said, ma prima, si va in Piazza, dove c’è la sede del Governo.

Vivendo in Italia e in tempi di pace, mi impressiono a vedere così tante concertine di filo spinato e molti militari. Alcune strade di accesso sono interdette alle auto e/o ai pedoni. Taieb continua a magnificare la rivoluzione tunisina. D’accordo, si sono liberati di un dittatore, ma ora, ora come va?

Mi giro intorno e vedo due gazebo pieni di striscioni con foto e scritte. Le uniche parole in inglese sono “martiri” e “amnistia”. Chiedo a Taieb, il quale oltre le descrizioni turistiche non va o non vuole andare.

“Ecco, brava.”

Brava, perchè?

“Fai bene a domandare.”

Ok, sì, ma, Taieb, dammi una risposta decente. Taieb divaga. Non vuole rispondere e prende tempo, sperando che io mi stanchi o capisca il suo imbarazzo. No, non glielo dico che sono giornalista e che sono curiosa per mestiere, oltre che per natura. Taieb non sa se sbilanciarsi a lodare i martiri o se i martiri sono da condannare perché laici. Vabbe’, non riuscirò a tirare fuori dalla bocca di Taieb nient’altro che un “Ora è meglio”.

Per la cronaca, un mese e mezzo prima, in quella stessa piazza ci sono stati scontri e la polizia ha dovuto sedare con la forza le proteste e gli scontri tra islamisti e laici, i quali rivendicano il riconoscimento dell’azione dei martiri che hanno liberato il paese dalla dittatura scalzando Ben Ali. Sembra un paradosso. Il nuovo governo (gli islamici moderati di Ennahda) non è grato a chi ha permesso il suo stesso insediamento al potere. Ci sono due presìdi fissi, ora in piazza, ben guardati dalla polizia. Il partito di maggioranza (con 217 seggi) e di governo è islamico moderato, ma le frange estreme (come quelle che vogliono introdurre addirittura il niqab) si fanno sempre più avanti. I laici che hanno portato avanti la rivoluzione, nella quale si sono inseriti anche i fondamentalisti, sono una minoranza parlamentare. Se non ci fossero i presìdi permanenti in piazza, la loro lotta sarebbe dimenticata.

Taieb, senza darlo troppo a vedere, cerca di radunarci attorno a sè, come si fa con le galline e ha fretta. Meglio togliersi di là, altrimenti i turisti potrebbero farsi venire più domande o i presidianti nei gazebo potrebbero avvicinarsi ai turisti. Le vie della repressione sono infinite.

Aspettiamo il pullman che ci prenderà a volo, essendo proibito lo stazionamento mezzi nella piazza. Saliti tutti, Taieb ci conta e tira un sospiro di sollievo. La parte peggiore è terminata, possiamo allontanarci dal centro per Bardo (70mila abitanti a nord di Tunisi), il più grande museo di mosaici romani esistente al mondo, accanto al Parlamento nazionale e alla residenza presidenziale.

Ci allontaniamo da Tunisi. La nostra guida furba, poliglotta e un po’ preoccupata tira un sospiro di sollievo. Bardo, che è nome proprio di città, è verso l’interno, salendo sulle colline. La vegetazione aumenta. È zona residenziale, ci sono villette di ricchi e di politici. Costeggiamo il muro di cinta della residenza del Presidente della Repubblica. Una tenuta immersa nel verde.

Il museo del Bardo è costruzione moderna. Niente di architettonicamente sbalorditivo, perché le vere meraviglie sono i mosaici che conserva. Non ne ho mai visti così tanti, pur mettendo assieme tutti i siti archeologici e museali che ho visitato nella mia vita.

Per molti mesi, la Tunisia è stata off limits al turismo, per via degli scontri della cosiddetta Rivolta dei Gelsomini. Il suk e i siti archeologici, come pure le località balneari ne hanno risentito. Sono lontani i tempi di Hammamet e di Craxi. La conferma l’ho avuta a Sidi Bou Said a fine giornata. I bancarellari del posto (che è zona residenziale di tunisini agiati) in un decente italiano ci hanno raccontato che gli Italiani mancavano da tempo e che ora sono contenti del nostro ritorno. Nonostante non siamo forti acquirenti di souvenir come i Tedeschi, siamo in compenso più simpatici. Dicono. Ci usano come cartina di tornasole per capire la stabilità del loro Governo e l’apertura all’occidente, in termini turistici e quindi economici e sociali.

Nel Museo si possono scattare foto, basta pagare una piccola sovrattassa di un dinaro (equivalente di 50 centesimi di euro).

Ci forniscono delle soprascarpe in untissue, per non danneggiare o sporcare i mosaici, molti dei quali sono incastonati nel tragitto museale.

Provengono dalle decine e decine di ville romane costruite tra il secondo ed il quarto secolo, assieme a reperti di arte islamica e cristiana. Ci sono anche alcune statue, per lo più busti di imperatori romani cui, dopo la conquista araba, venne martellato via il naso, in segno di disprezzo.

Percorrendo le sale e i corridoi (il camminamento è obbligato e non ricordo vie di fughe) ho immaginato le ville da cui provengono le decorazioni — superbe, sontuose, raffinate — nonché la vita che ivi si svolgeva. L’arte qui raccolta restituisce un ampio respiro di libertà e liberalità.

L’antica Cartagine — che visitiamo una volta fuori dal Bardo — per esempio, è bellissima. Il suo mare e il suo orizzonte sono fiabeschi. Era un grande insediamento romano, una sorta di villaggio vacanze permanente, pieno di attrazioni e comodità. Si gira liberamente tra le rovine, ci si siede sui capitelli delle colonne crollate.

In questi siti turistici che visitiamo non si vedono militari, né polizia. I chioschi di souvenir sono numerosi quanto le bancarelle ferragostane di un tempo qui da noi.

Le nuvole continuano ad addensarsi mentre torniamo a La Goulette. Durante la notte si scatenerà una tempesta di vento che ritarderà di ben undici ore la partenza verso Barcellona. Dai ponti del mastodonte galleggiante vedo incurvarsi le alte palme, le cui fronde schiaffeggiano le folate giallastre di sabbia.

Tunisi per me
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Tag(s) : #Tunisi, #Museo del Bardo, #Cartagine

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