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Oltre i 'coccodrilli'

Sono dell’opinione che il problema delle discriminazioni di genere, con tutte le negative conseguenze che comportano nel mondo, non siano da relegare alle due annualità di marzo e di novembre, superando la due-giorni di coccodrilli giornalistici di circostanza per poi, il giorno dopo, ricominciare a parlare del solito, cioè di Berlusconi (che palle, sempre lui) e dei suoi guai.

Quindi – magari giusto per distinguermi, ma soprattutto perché le questioni di genere sono tra le mie più accorate passioni (assieme allo jogurt gusto stracciatella, al podolico impiccato, al mare e all’attaccare il piddì) – eccovi un altro tormentone sulle disuguaglianze. Per quest’anno basterà: riprenderemo nei dintorni dell’Ottomarzo.

Perché continuo a parlare di discriminazioni di genere? Perché raccontare, confrontare esperienze, discutere e rompere le scatole, anche decontestualizzando (ecco perché c’è il riferimento alle mie passioni), è il miglior metodo per cambiare le cose. L’ha affermato anche Arianna Huffington, descrivendo il vento che cambia in merito al riconoscimento dei diritti degli omosessuali negli USA: “Il profondo cambiamento […] è stato alimentato, per la maggior parte, dalla capacità di raccontare”. Se non parliamo dei problemi, pare che essi non esistano, cioè. Se c’è riuscito il popolo LGBT negli USA perché non potrebbero farcela anche le donne del mondo, che sono una maggioranza numerica, ma una minoranza socio-antropologica, purtroppo? Negli USA, i diritti degli omosessuali hanno avuto testimonial importanti e la loro causa è stata portata così all’evidenza che è stato impossibile non prendere una posizione, o quanto meno non insinuare il dubbio sull’unicità del matrimonio eterosessuale. Anche Papa Bergoglio ha osato definirsi incompetente a giudicare l’amore che non ha nome, come lo definiva Oscar Wilde. Benissimo, tutto ciò è stato utile ed è questa la strada da seguire: parlare, raccontare, insistere, coinvolgere, cambiare registro comunicativo, decontestualizzare, iniziare presto -- il più presto possibile -- ad affrontare il necessario cambio di atteggiamento psico-sociale nei confronti dell’omosessualità.

Idem, per le questioni di genere. In un mondo in cui le donne vengono educate – esplicitamente, ma ancor più implicitamente -- ovvero sono immerse in una cultura che impone loro una serie di subordinazioni legate al loro sesso (tra le quali anche l’inadeguatezza fisica ed estetica, tipica del mondo occidentale), ci vorrebbe un’idrovora continua che risucchi, ovvero un potente solvente cognitivo che sciolga il liquido vischioso che incolla i pensieri, il linguaggio, le azioni.

Ho letto di una best practice inglese, di cui si è discusso ieri a Milano (Università Bicocca). Si tratta di analizzare ogni singolo caso di violenza sulle donne per capire quali sono gli indizi premonitori, in modo da fermarli prima che si arrivi alla violenza (fisica, psicologica, economica). Lo scopo è di cambiare le situazioni ambientali e cognitive per non far agglutinare i motivi psico-sociali che potrebbero sfociare in una violenza. Tutta la task force (strutture sanitarie, polizia, servizi sociali, onlus, enti vari) lavorerebbe per conoscere e divulgare meglio il percorso sociale (ed ancor più comportamentale e di atteggiamento mentale) che porta gli uomini ad usare violenza in famiglia. Questo è un esempio di divulgazione. Magari è un procedimento ancora un po’ tecnico, ma sicuramente è attività più profonda che legiferare senza una puntuale applicazione (come ha dichiarato il premier domenica. Leggi qui: http://www.orticalab.it/Non-bastava-l-otto-marzo).

Uno dei grandi ostacoli ad una reale pacificazione (anche cognitiva) degli atteggiamenti è la situazione del mercato del lavoro. Tanto per dirne una vicino a noi, lunedì sera al Circolo della Stampa, il sostituto Procuratore Del Bene ha espresso l’opinione che la precarizzazione del lavoro aumenti il tasso di rivalsa violenta degli uomini all’interno della famiglia. Insomma, la disperazione occupazionale alimenta la violenza. Uhm, ‘sta cosa è pericolosa assai: offre un alibi alla violenza, ovvero la sminuisce nella sua efferata illogicità, sia nei confronti dei famigliari che della società, nonché di se stessi (si valuti l’alto numero di suicidi nei mesi recenti). La violenza non deve essere mai la soluzione né lo sfogo di nulla e cominciare a modificare queste reazioni è la stessa cosa che intervenire sull’opinione pubblica e sui luoghi comuni sugli argomenti quali lavoro, crisi, discriminazione e rapporti famigliari.

Tale compito è arduo assai. Non solo in Italia. Sul NYT del 23 novembre scorso è apparso un op-ed sulle discriminazioni di genere. L’Autore dimostrava come ultimamente il movimento per l’uguaglianza (soprattutto economica) delle donne si è fermato, in quanto da più parti si è levato l’allarme di una pericolosa femminilizzazione della società! Molti esponenti pubblici della società americana hanno discettato del pericolo di un’incombente sottomissione psicologica e lavorativa degli uomini nei confronti delle donne, categoria potenzialmente dominante da fermare con urgenza, pena la fine del mondo, perché (ed è qui il vulnus) gli uomini non sono molto attrezzati cognitivamente a gestire le proprie emozioni ed i propri sentimenti di perdita o di inferiorità, così come ribadisce anche Rosalind Wiseman sul Time (in un poderoso reportage dal titolo What Boys Want). Caspita. La Wiseman ha scritto anche una guida ad uso dei ragazzi moderni su come affrontare i problemi della vita. Per quello che finora ho letto nella guida (ho preso l’e-book), i ragazzi sembrano davvero dei disadattati sulla soglia della psicopatia, perché la società e le famiglie non li comprendono nella loro fragilità nascosta. A mio modestissimo parere, è solo un grande problema di trasmissione valoriale e di comunicazione sociale: le famiglie e la società in genere non hanno insegnato a questi ragazzi a vivere, confidando sul luogo comune che gli uomini reggono di fatto il mondo. No, invece, è la conoscenza che regge il mondo, tant’è che le statistiche confermano il sorpasso numerico delle donne con istruzione medio-alta, laddove i ragazzi sempre più spesso abbandonano gli studi.

Insomma, finisce che, in un modo o nell’altro, per mantenere la pace mondiale è bene che le situazioni di disuguaglianza psicologica ed economica rimangano tali, altrimenti gli uomini danno di matto, già da ragazzi. Stronzate.

Ecco perché si deve continuare sulla strada della discussione/diffusione/divulgazione continua, oltre il Venticinque Novembre e l’Ottomarzo, per non perdere pezzi di umanità – in senso fisico ed anche concettuale -- lungo il percorso.

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Tag(s) : #discriminazioni di genere, #venticinque novembre, #ottomarzo, #violenze sulle donne
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