Dichiaro subito che l’argomento non è uno dei topics attuali, cioè non è di moda. Discutere sul ruolo, sulla funzione e sulla figura degli intellettuali nella nostra epoca è complicato e fastidioso, innanzitutto perché il loro numero è esorbitato (grazie al web e alla tivvù) a tal punto da riunire caratteristiche molto variegate, lontane dai due o tre punti fermi consegnatici dalla Storia e dalla Filosofia: intellettuale sapiente (Voltaire) intellettuale impegnato (Sartre); intellettuale ricercatore della verità (Orwell, Chomsky, ma anche Sciascia). Discorso a se è la declinazione d’intellettuale come ricercatore della verità da scoprire attraverso l’azione critica, come concettualizzò Norberto Bobbio. In altre parole, Bobbio inaugurò un metodo di ricerca della verità, utile per vivere meglio in questo mondo, fondato sulla critica dell’assiomaticità delle preposizioni altisonanti e perentorie, “seminando dubbi”, disse il filosofo torinese. Il che mi sta anche bene, visto che, per esempio, anche Popper (il mio amato Karl) divulgava un metodo critico, fatto di verificazioni e falsificazioni contigue, in modo da raggiungere pian piano la verità, ovvero la scienza.
Di Bobbio, purtroppo -- e a mio modestissimo parere di Nemecèk delle lettere qual sono, soldato semplice sì, ma curiosa assai – tutti ci siamo affezionati al paradigma della critica. Purtroppo -- ripeto -- solo a quello. Come ognuno può facilmente costatare (sempre per l’abbondanza mediatica attuale) tutti gli intellettuali che popolano le nostre quotidianità sono innanzitutto dei critici dell’esistente. Certo, non è necessaria l’iracondia di uno Sgarbi, o lo snobismo di un Cacciari, o la teatralità accademica di qualche professorone-one-one -- anche se costoro fanno spettacolo -- per essere definiti intellettuali: basta criticare. Basta solo questo.
Critica, arta léggia, arte leggera, cioè facile, potremmo dire nel nostro gaelico.
E che ci vuole a criticare! Basta anche un sopracciglio inarcato, uno sguardo laterale, una pronuncia al rallenti, un indice alzato, una verbigerazione trasognata. C’è chi viene inserito nella categoria perché ha una erre blesa, come coloro avvezzi al francese (lingua dei lumi), ovvero perché rotea le orbite oculari a sentir parlare di Fabio Volo o di Fantozzi, ma anche del venerato Baricco o del empireo Eco. L’intellettuale moderno, comunque incline allo spettacolo in tutte le sue forme -- anche quelle minimaliste-beckettiane-ibseniane -- ha un suo personale pantheon di personaggi e chi non ha una teogonia simile apparterrà alla populace, ma che non si dica chiaramente perché – sshht! -- senza populace non ci sono seguaci, applaudenti ed annuenti, né (a livelli locali) caminetti. L’intellettuale moderno sottopone ad un feroce casting privato tutti i suoi uditori, pur sapendo di aver bisogno di una platea per esistere.
Questo modello d’intellettuale criticante (pur originato dagli ottimi principi di Bobbio) è la deriva attuale, figura abbondante sul suolo patrio. Insomma, per farla breve e potabile, chi può criticare deve evidentemente essere un intellettuale. Ovvero se critica starebbe a significare (sottolineo il condizionale) che ha studiato (e quindi è uno che ha usato l’intelletto) e sa dove si trovano gli errori. Davvero? Davvero è così?
Non è così, ovviamente, ma ragioniamoci assieme. Se si è esperti di qualcosa, si possono spiegare, illustrare, insegnare e/o criticare gli elementi della propria disciplina/materia. Uno dei problemi correlati è la sempre maggiore specializzazione delle discipline, per cui, a lungo andare -- e se si vuole essere onesti fino in fondo -- gli intellettuali alla Voltaire non esisteranno più, essendo cresciuta a dismisura l’enciclopedia umana, in grandezze tali da non poter essere appannaggio di una mente umana, per quanto mirandoliana possa essere (tipo Sheldon Cooper di The Big Bang Theory).
Tuttavia, ammettiamo di trovarci ancora in un’epoca di mezzo, in cui la specializzazione iper-spinta è caratteristica della scienza pura, di settori, cioè, i cui ricoglitori difficilmente si prestano allo spettacolo (tranne lo Zichichi di Crozza). Esiste, in questa epoca di mezzo, un vasto numero d’individui-non-scienziati che criticando criticando e dandosi tocchi e toni come elencato qualche paragrafo fa, sono diventati ‘gli intellettuali’. Questa etichetta, di ‘autorizzati alla critica’ per il gusto di farlo, diventa pericolosa assai, perché a sentir loro sembra non ci sia più nulla da salvare nel panorama culturale (mondiale e/o locale): tutto è sbagliato, banale, trash, ropografico, kitsch, o è troppo provinciale (ma l’Italia intera è antropologicamente una provincia!). Dir male pubblicamente di cose e persone è attraente e ci saranno sempre uditori/spettatori che rinunciano al dubbio e alla riflessione per seguire gli anatemi o gli umori di questo o quell’intellettuale critico, cui magari non piace (o sceglie di non farsi piacere) – chenesò – Hemingway, o Safran Foer, o Rushdie, o Yoshimoto: serve a creare un mito di se stessi. Una volta fattosi ‘mito’ (anche di altari locali, molto locali), evvài di critica! La critica continua, a sua volta, alimenta il mito, perché viene scambiata per coraggio. Invece, è successo che le persone hanno abdicato a farsi venire il dubbio, ovvero hanno rinunciato a studiare e a conoscere per controbattere a tanta saccenteria. In altre parole, noi gente comune evitiamo a peste di occuparci di scrittori moderni, per esempio, perché non sappiamo riconoscere se sono geni o cagate pazzesche, ma fingiamo di apprezzare l’avanguardia sennò veniamo iscritti d’ufficio nella lista dei cretini. E pensare che io reputo immensi i film di Monicelli su Brancaleone e non ho mai capito che ci azzeccasse l’Arte con “Ultimo Tango a Parigi”.
Da critici a censori il passo è breve. E se la critica (solo quella fondata sullo studio e sulla ricerca) lascerebbe ancora spazio alla proposta, la censura no: essa condanna all’inazione e all’ignoranza. In dimensioni locali, poi, una folta percentuale d’intellettuali fortemente critici e/o censuranti è oltremodo pericolosa. Ma su tale aspetto rimando al precedente op-ed sul tema (qui: http://www.orticalab.it/L-Irpinia-gli-intellettuali-veri-e).
Come finisce questa storia? La storia e la Storia non possono finire. Lo stesso teorizzatore della fine della Storia dopo il crollo del Muro di Berlino, Francis Fukuyama, si ricredette nel decennio successivo. Da vero intellettuale, riuscì a comprendere la pericolosità dell’assenza di dubbi. La nostra storia deve continuare e per progredire, amici miei, coltivate dubbi, ma diffidate dei critici e dei censori professionali. Ma, soprattutto, vedete e rivedete Brancaleone: sta tutta lì la commedia umana. Cià.


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