Questo è mio padre. Anzi era. Lui se n'è andato per un bruttissimo tumore spinale. Le circostanze della sua morte (attorniato dall'intera sua famiglia e dalle nostre, in formazione allargata) mi ritornano spesso in mente. Ma ci vogliono otto anni per rielaborare e superare un lutto. Magari per parlarne. Sono passati otto anni ed oggi -- undici febbraio -- sarebbe stato il suo compleanno.
Avevo meno di sei anni quando gli scattai questa foto. Eravamo in viaggio da Avellino verso il suo paese natale, in provincia di Foggia (era un fierissimo pugliese.) Giocavo con la sua altrimenti intoccabile macchina fotografica (una Zenith con custodia di cuoio) ed io ero seduta avanti per via del mio mai guarito mal d'auto.
All'epoca avevamo un Maggiolone color gelato alla crema, interni color frappè di banana. Grande auto, sostituita da lì a poco da una MiniMorris Clubman station, blu navy con profili in legno, una rarità, ma mio padre amava la auto, specialmente quelle particolari. Diceva sempre che un giorno -- quando fossi diventata ricca&famosa -- avrei dovuto regalargli una Cadillac.
Il viaggio da Avellino a Foggia era irto di difficoltà, specialmente per me ed il mio stomaco: avrò un sistema vestibolare imperfetto. Per cercare di abbreviare il tragitto, si usciva al casello di Grottaminarda e poi si proseguiva per la Nazionale delle Puglie, fino alla stazione di Giardinetto. Un tormento. Arrivavamo dopo circa tre/quattro soste. Una per fare merenda al Bar Costarica sulla via Francigena (la sosta dei cacciatori), una perché eravamo tante figlie e anche piccole e occorreva il bagno, più due soste per permettermi di vomitare. Odiavo i viaggi in auto fino al paese, duravano più di due ore e mi dava la nausea praticamente ogni cosa: dall'odore della gomma di guarnizione dei finestrini, alla benzina dei rifornimenti. Se ci penso, sto male anche in questo momento in cui ne scrivo.
Mio padre era un irrequieto. Un'auto non riusciva a tenersela per più di due anni. Io arrivo a sei, qualche volta anche ad otto anni. Ma sono molto diversa da mio padre. O forse no. Con il tempo ho scoperto di avere la sua stessa mania per l'ordine e la programmazione, con la differenza che non scrivo enormi post-it appiccicandoli dappertutto, ma uso una App dell'iPhone. Al pari suo, ho una fissa per impermeabili e scarpe/scarponi/stivali antipioggia: la Hunter.co.uk mi tiene in gran conto come customer, ma non amo la boxe, nè l'aglio in ogni pietanza (ve l'ho detto che era pugliese).
Ci accomunava anche la devozione per le pèttole, la pizza-focaccia, il pane&pomodoro verde di origano, il baccalà (varianti: anguilla o seppie) con le patate a forno come lo faceva mia nonna al paese, il gelato rigorosamente al limone. Ma, principalmente, la voglia di non avere lacci e lacciuoli con nulla, ovvero costruirsi la possibilità di scegliere ogni giorno dove stare e che fare. Le costrizioni stanno strette a me come stavano strette a lui.
Aveva i cassetti della sua scrivania pieni di gadget e strumenti vari. Amava le torce elettriche, gli attrezzi particolari, le penne ed i pennarelli colorati. Aveva un'infinità di bellissimi oggetti per il bricolage, ma per cambiare una lampadina o aggiustare una presa, chiamava mamma, il vero tecnico di casa.
La sua passione era spazzare il giardino dalle foglie d'autunno, annaffiare le piante d'estate., spaccare la legna d'inverno e programmare tutte queste attività già dalla primavera.
Mi padre era uno di quelli che vengono definiti 'simpaticoni' ed era anche molto loquace. Belloccio assai, un po' se la tirava, un po' ci scherzava. Di sicuro, non si prendeva mai sul serio ed era il primo a scherzare su se stesso. Con l'avanzare degli anni, mi sono accorta che a lui il ruolo di padre non calzava molto. Avrebbe voluto rimanere forever young, come nelle copiose foto giovanili che ci ha lasciato. Era uno atletico, forse non sapeva un granché nuotare, ma sapeva andare sui pattini, fare una serie di esercizi ginnici difficili e palleggiare. Amava bici e moto, soprattutto moto. Aveva, in gioventù, delle moto da competizione. Da padre, ebbe una lambretta prima ed un vespone dopo. Poi, ripiegò sul benelli che acquistò per noi. Pretese che imparassimo tutte e subito ad andare in bici senza rotelline, come pure si dannava che sapessimo portare bene l'auto e che avessimo la patente. Mi mise alla guida della cinquecento rossa di mamma già a dieci anni. A sedici andavo al liceo guidando la nostra Ford dell'epoca.
Ci voleva competitive ed un po' maschiacce. Non amava che uscissimo in shorts e neanche le gonne gli garbavano: jeans forever. Ci comprò dei costosi jeans imbottiti di Les Copains (che io detestavo a morte perché ingrossavano) pur di farci indossare i suoi pantaloni preferiti anche d'inverno. Niente cappottini avvitati per noi, bensì loden blu e kickers.
Amava i giubbini alla James Dean, o alla Tony Curtis di Danny Wilde della serie "Attenti a quei due". Quando negli Anni '70 mandavano in onda questa serie, la domenica pomeriggio, tutti noi (eravamo sette in famiglia) occupavamo il salotto e non si sentiva volare una mosca.
L'undici febbraio era festa a casa. Tra l'altro, mio padre ci ricordava sempre che era lo stesso giorno del Patti Lateranensi e della Madonna di Lourdes e che quando nacque lui, primogenito maschio in una grande famiglia di proprietari terrieri benestanti, per la gioia vennero rotti tutti i vetri (allora costosi) delle finestre del palazzo di famiglia.
Io e mio padre ci siamo fatti sempre la guerra. Eppure, finita la nostra guerra personale nel giorno stesso in cui è finita la sua contro la malattia, mi riscopro a pensare che se ci fosse stato lui, tutti i miei viaggi sarebbero diventati più divertenti: era curioso come un gatto e amava la vita.