La notizia è questa: nell’Isola di Papua, qualche giorno fa, diverse centinaia di uomini hanno assalito un intero villaggio uccidendo sei donne, di cui due bambine con meno di cinque anni, perché ritenute streghe.
Ci risiamo.
La notizia (presa qui:http://www.repubblica.it/esteri/2014/04/17/news/papua_caccia_alle_streghe_in_villaggio_6_vittime-83824303/?ref=HREC1-9) riporta anche che il sistema di credenze di quei luoghi ritiene la stregoneria capace di provocare disastri naturali, sfortune, malattie, incidenti ed eventi mortali e che, inoltre, spesso la caccia alle streghe serve a mascherare le violenze contro le donne. Anche il mondo Occidentale ha immaginato un potere occulto e pericoloso delle streghe e ha usato i roghi. Ancora adesso ci sono pregiudizi, detti e costumanze intorno alla donna che attirerebbe o emanerebbe malefici.
Cosa deve sorprenderci di più, il fatto che ancora si crede alle streghe malefiche da annientare o l’efferatezza contro le donne di un intero villaggio (con feriti ed incendi)?
Papua non è lontana, o meglio, ciò che ha spinto l’assalto in Nuova Guinea non è diverso da ciò che motiva i femminicidi in tutto il mondo: la paura delle donne. Secondo Amnesty Int’l, sarebbe necessario che il Governo della Nuova Guinea approntasse rifugi per proteggere le donne a rischio e metterle in salvo. Sì, ma da chi? Dagli uomini o dalle credenze? Insomma, più che iniziare una profonda revisione culturale e sociale per smantellare il pregiudizio, la soluzione passa per la costruzione di rifugi per mettere in salvo le donne. E quanti ne occorreranno, di questo passo?
D’altronde succede lo stesso con le case-accoglienza per donne vittime di stalking o di persecuzioni da parte di mariti/compagni violenti e vendicativi in molte parti del mondo. Ciò significa che la rivoluzione culturale non è avvenuta – né in Papua né da altre parti del mondo — e che il pregiudizio (contro le donne, le streghe, le minoranze, i diversi) ancora è una corrente sotterranea potente.
Ancora qualche esempio. L’escalation di stupri in India interessò molto anche il «NYT» che nel dicembre 2013 intervistò diversi uomini a Nuova Delhi. Qualcuno disse che se una donna resiste davvero, lo stupro non avviene. Un altro affermò che avrebbe picchiato chiunque si fosse avvicinato alla figlia, ma, che per sicurezza, l’aveva tolta dalla scuola. Molta parte dell’opinione comune in India è convinta che il progresso abbia moltiplicato le tentazioni: sarebbe colpa dei tempi, insomma. Altri puntano il dito contro le nuove abitudini delle donne: vestiti diversi, usi sociali nuovi.
In definitiva, ‘l’ommo adda fa l’ommo’ e ‘non mettere il fuoco accanto alla paglia’, sono i commenti più diffusi tra gli intervistati. Quello che pensano oggigiorno in India è la stessa base di due detti molto noti anche nella nostra antropologia (a prescindere dai dialetti, beninteso). La situazione in India è diventata così pericolosa che un’attivista su «Youth Ki Awaaz» (piattaforma d’informazione in inglese della gioventù indiana) ha scritto un’accorata e ansiosa lettera alla sua nazione cercando di spiegare che le femministe indiane non ce l’hanno contro gli uomini, semplicemente chiedono rispetto dei diritti umani.
In Afghanistan, nel novembre scorso è stata reintrodotta la lapidazione come pena (mortale) contro le donne accusate di adulterio. Sono seicento le ragazze afghane rinchiuse nelle prigioni, accusate di crimini morali, tipo relazioni pre-matrimoniali, fughe da casa e l’essere state vittime di stupro, perchè la colpa è sempre della donna. Assieme alla lapidazione a morte, è stato introdotto anche il controllo di verginità.
Su «L’Espresso» di qualche settimana fa, nella rubrica “Lettere” è apparsa una lamentazione di un tizio che inveiva per le ingiustizie perpetrate nei confronti degli uomini (maschi), commentando tra l’altro che il baciamano del Presidente Napolitano all’avvocatessa sfregiata dall’acido è stato ‘penoso’. La redattrice della rubrica, nel rispondere, ha sottolineato come negli ultimi tempi le lettere dello stesso tipo fossero aumentate “nel numero e nell’aggressività” e che ci fosse “un rancore malmostoso finora indirizzato alle varie caste, ma che ora dilaga verso qualsiasi figura sociale che non collimi con le proprie convinzioni, per lo più desolatamente rozze”.
Le donne, quindi, sono sempre più – anche nel nostro ‘civile’ mondo da Paese del G8 – una figura sociale non collimante con le convinzioni di qualcuno o più di qualcuno. Una convinzione non collimante è un pregiudizio; è un luogo comune dannoso che, lasciato pascolare in aree prive di sostegni culturali e civici e di confronto, conduce alla violenza. Fisica e verbale. L’India, l’Afghanistan, Papua, l’Italia (e tantissimi altri Paesi ancora) non sono diversi.
Il redattore scientifico della «National Public Radio» statunitense, Shankar Vedantam, ha scritto un saggio sul pregiudizio ("The Hidden Brain"), dimostrando come esso sia come una comoda e potente corrente oceanica di superficie, che agevola e conduce il pensiero comune e che riesce ad eleggere presidenti, controllare i mercati ed alimentare guerre. Tra i pregiudizi analizzati c’è anche il sessismo. Vedantam dice che quando una donna assume un ruolo di potere (Vedantam non sa come funzionano le nomine di vertice delle aziende di Stato in Italia, però) la prima reazione è l’insoddisfazione: il pregiudizio è talmente potente che si reagisce male per nessun motivo migliore del fatto che sono semplicemente … donne.
Un cattivo leader uomo sarà sempre migliore di una brava leader donna. (Ne parlai anche qui: http://www.orticalab.it/Come-si-mantengono-gli-stereotipi) Vedantan racconta anche del caso della lavoratrice che fece causa al suo datore di lavoro, in quanto, a parità di mansioni, questi pagava il suo collega maschio il 20% in più. Alla lunga, dimostrò la donna, ciò ha avuto ripercussioni sui contributi e sulla pensione, discriminandola anche dal punto di vista di una dignitosa sopravvivenza nella vecchiaia. La differenza contrattuale era ed è frutto del pregiudizio, così come la successiva sentenza che chiuse il caso: la corte si dimostrò incapace di ammettere l’insidiosità del sessismo. Sarebbe stata una vera rivoluzione, troppo potente per poter essere retta dal sistema socio-culturale vigente. Meglio chiudere gli occhi e navigare nella corrente di superficie.
Soluzioni?
La soluzione di Vedantan, per esempio, prevede un’autocritica personale, innanzitutto. Riconoscere che la maggior parte dei nostri atti deriva da un’accettazione acritica del flusso di corrente di superficie (quello che ci fa nuotare spediti) è già aver seminato il dubbio. Quando troviamo correnti contrarie di profondità che ci fanno annaspare, reagiamo male e, piuttosto che riconoscere il problema in noi, lo addossiamo al prossimo più debole/pericoloso/ignoto/diverso (sempre nella considerazione comune). Se continuiamo a viaggiare nella potente corrente del pregiudizio non ci accorgeremo mai della sofferenza degli altri. Concluderemo che Papua è lontana e non saremo capaci di riconoscere che invece Papua può essere dappertutto.
Occorre sostituire il pensiero comune e provare a mettersi nei panni delle vittime del pregiudizio.
Personalmente, la mia proposta di soluzione comincia da questo video (http://vimeo.com/86495492) che s’intitola "Maggioranza oppressa".
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