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Ridatemi Padre Brown

Ho riflettuto una mattinata intera, quella di domenica, sull’opportunità di scrivere un lungo articolo che parla di … articoli. Poi, ho riletto ancora una volta il pezzo su «The Atlantic», il sostrato delle mie elucubrazioni domenicali, e mi sono convinta. Ho ritenuto utile raccontare su «Orticalab» cosa stia succedendo al giornalismo moderno, perché questa testata è digital-only, appartiene al Terzo Millennio e, poi, se ne scrivono su «The Atlantic» (gloriosa pubblicazione fondata nel 1857) perché non potremmo farlo noi?

Le questioni poste dall’autore dell’editoriale su «The Atlantic», James Fallows, sono sacrosante ed hanno maledettamente a che fare con la qualità del prodotto giornalistico, roba che, purtroppo, non porta denari, dicunt. Ma andiamo con calma. Non vi traduco l’articolo originale, né ve lo sintetizzo, ma riporto solo alcuni riferimenti per circostanziare la mia riflessione.

Qual è un giornale on line di successo? Quello che fa molti click! Di cosa si deve occupare un giornale per avere molti click? Sì, ci avete preso: sangue, sesso&stronzate. La regola delle tre ‘esse’. Infatti, le graduatorie delle metriche di tutti i giornali/magazine (anche di quelli più seri e/o specialistici) indicano ai primi posti gli articoli ‘più lievi’ o ‘più emozionali’.

Faccio una breve digressione per sottolineare la differenza tra articoli ‘letti’ e articoli ‘condivisi’. I dati di lettura possono essere totalmente diversi da quelli di condivisione sui social, per molti motivi: mancata iscrizione ai social, indignazione, antipatia/invidia nei confronti dell’autore del pezzo, timore di essere giudicati per la scelta. Poche condivisioni non depongono per l’insuccesso del pezzo. Il problema vero è formare il proprio giudizio unicamente sul dato delle condivisioni sui social e da questo decidere se leggere o no l’articolo.

Fallows ricorda come «GuideTV» sia stata sempre più quotata di «The New Yorker» (patinatissimo magazine pieno di contenuti di altissima qualità), già sul cartaceo, solo perché la prima rivista (non certo un deposito di scienza&cultura) ha venti volte in più il numero degli abbonati del settimanale newyorkese. Contatti ed abbonamenti, per quanto fondamentali per pagare le maestranze e fare utili (un giornale è pur sempre un’impresa), non sono predittivi di qualità né la garantiscono. Succede, quindi, che buona parte dei giornali on line ancori la sua sopravvivenza alle ‘tre esse’.

Fintanto che la somma dei contenuti rimane abbastanza bilanciata tra Qualità e 3S, la prassi editoriale rimane accettabile (siamo lettori di mondo e siamo tutti passati per Cuneo). Il problema è quando – attirati da utili più facili attraverso bullshit (robaccia, insomma) – gli editori aumentano i contenuti 3S, rinunciando alla qualità nella scelta di argomenti. Come al solito — oltre a ricordarci di stare bene attenti alle storie cui esponiamo la nostra intelligenza – è opportuno rimarcare che noi diventiamo anche ciò che leggiamo. Se leggiamo roba buona, materiale scelto e ponderato da editori, direttori e redazioni e orientato su etica e pedagogia di valore, oltre che selezionato per stile ed argomenti, il tutto composto con piacevolezza ed anche divertimento - perché no? -affineremo il nostro gusto e le nostre preferenze e ne cercheremo ancora, evitando l’inutilitá della triade sangue-sesso-stronzate.

Specularmente, un’esposizione continua al trash, al gossip, alla leggerezza o al truculento, per quanto possano essere anche divertenti, ci allontana da altri aspetti, invero più necessari per il nostro sviluppo cognitivo come individui e come comunità.

La controprova? Sempre nell’articolo di Fallows è raccontata la vicenda di una giornalista esperta di tecnologia ed informatica Erin Biba. È successo che la testata sulla quale scriveva («Medium», la versione longform di Twitter, i fondatori sono gli stessi) abbia deciso (utilizzando algoritmi di selezione) di promuovere altri articoli, più vicini alla sensazionalitá, eliminando dalla Homepage i pezzi del collettivo “LadiBits” di cui Erin fa parte. I contatti a LadyBits si sono dimezzati, gli introiti pure (prendeva 5 centesimi per ogni ‘lettura’), così Erin ha deciso di interrompere la collaborazione con «Medium»: un freelancer non può permettersi di scrivere gratis articoli di qualità.

Chi ha perso in questa storia? Innanzitutto il lettore, il quale ora si vede bombardato da articoli e post indicati come più graditi dalle metriche, il che non significa nella maniera più assoluta che i più graditi siano anche i migliori in quanto a stile, argomento e contenuto. Normalmente il lettore legge quello che gli viene proposto, per questo è fondamentale la scelta e la selezione di qualitá.

Il lettore perde una seconda volta e nel lungo periodo perché il gusto si tarerà sempre più sulle 3S e sulla galassia ammiccante d’intorno (sulla questione, i primi due paragrafi di questo post in Orticaland) e – nel caso di specie — certamente perderà l’opportunità di approfondire l’universo tecno-informatico attraverso la sociologia di genere (che è la particolarità di “LadyBits”, appunto), la quale opportunità – credetemi – è sicuramente più salutare che non le fantasie di chewingum fatte con la bocca o le ciabatte-fonduta. Sì sì, lo so che ci sarà sempre bisogno di argomenti leggeri e a volte sciocchi, ma soppiantare la cultura mi sembra un suicidio sociale. La soluzione consisterebbe nel dire le cose utili in maniera divertente. In altri termini, dire le fesserie in modo divertente non le rende utili, ecco.

Fin qui, amici miei lettori – non me ne vogliate – si è trattato di una specie di lunga premessa, al cuore del problema: la perdita della qualità dei prodotti editoriali. Per scrivere un pezzo di tipo 3S non ci vuole un’arca di scienza e tale circostanza contribuisce ad abbassare costantemente la media qualitativa nel giornalismo. L’altro problema con i prodotti di qualità è che pare annoino (sempre per il problema della mancata esposizione alle cose intelligenti, ovvero perché sono scritti in modo pesante), così i lettori si spostano su facili e commerciali prodotti di massa, e ciò è un boomerang.

È la stessa identica malattia di cui soffre la produzione televisiva. Un programma noioso (l’opinione comune ritiene noiosi i prodotti altamente culturali: RAIStoria lo vedono in pochi gatti) sposta telespettatori su programmi idioti, quelli che servono agli editori per fare cassa attraverso le inserzioni pubblicitarie. È lo stesso meccanismo ambiguo che ha portato al successo le emittenti dette ‘commerciali’ (niente canone, utili attraverso gli inserzionisti), a discapito delle tivvù a servizio pubblico (la RAI). Per portare avanti la baracca, anche la RAI ha cominciato a fare incetta di pubblicità abbassando la qualità dei prodotti. Non punto il dito contro nessuno in particolare, perché i lettori di Ortica sanno fare benissimo la differenza tra le offerte televisive, tuttavia vorrei solo portare all’evidenza quanto siano diversi (e non solo in tecnologia) due prodotti (entrambi ‘noir’) di cassetta, l’attuale “don Matteo” e il meraviglioso “Padre Brown” con Renato Rascel di quarant’anni fa. Per poter sopravvivere, la RAI, pur usufruendo del canone, ha aumentato la raccolta pubblicitaria, mettendosi in concorrenza con le tivvù commerciali, in una sfida all’ultimo trash.

La notizia è che la RAI – per via del diktat di Renzi sul recupero di 150 milioni di euro dall’azienda radiotelevisiva – abbia deciso di eliminare i contenuti storici da YouTube per incassare direttamente gli introiti delle inserzioni pubblicitarie sulle videoclip in giro per il web. Posso comprendere la preoccupazione economica dei vertici RAI, tuttavia la decisione disvela l’allontanamento ulteriore dalla propria mission da parte del servizio radiotelevisivo pubblico. La televisione forma le collettività, in bene ed in male e la responsabilità di ciò che siamo e che diventeremo è senz’altro anche dei media.

Dobbiamo convincerci che la stella polare è la Qualità e che per la nostra salvezza culturale e psicologica occorre smettere di promozionare bullshit, come nelle tivvù cosi anche nell’editoria.

Poi, ci si lamenta che i lettori diminuiscano esponenzialmente: anche quei pochi che resistevano hanno smesso di farsi prendere per il naso con prodotti balordi. Con i libri, decido io dei miei soldi e infatti il mercato sta morendo. Ma con la tivvù? Posso scegliere di non guardare spettacoli scemi sulle televisioni commerciali (tuttavia ci sarà sempre gente che per comodità mentale innalzerà le òdiens di quei canali); posso scegliere di pagare un abbonamento alle piattaforme satellitari; tuttavia con la RAI non scelgo: subisco palinsesti, scemarìe, abbonamento e intrallazzi molto politici e poco culturali, con buona pace di molti bravi tecnici e professionisti che pure vi lavorano.
Ridatemi Padre Brown, per favore.

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Tag(s) : #mass-media, #il peggio deve ancora arrivare, #giornalismo
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