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Chay cheyè

Chay cheyè, si dice in hindi e significa “Abbiti un tè”, nel senso di bevanda. Paese che vai, bevanda sociale che trovi. In alcuni posti è la birra. Dal numero di ‘butteglie’ che gli operatori ecologici del primo mattino si trovano a raccogliere, la nostra Città dovrebbe essere molto ma molto sociale e socializzante.
Da noi, tuttavia, la bevanda socializzante per antonomasia è il caffè.


Bevendo caffè si cementano amicizie giorno per giorno perché si fa gruppo. Ne sappiamo bene noi in Redazione. Ma è di tutte le redazioni, ce lo hanno insegnato i film americani. Non divaghiamo, però.
Una mia amica, Lia, studiosa dell’Oriente, viaggiatrice in India innumerevoli volte, mi raccontò dei venditori ambulanti del tè. Camminano le strade, ripetendo a mantra il loro “Chay cheyè”. Lì è diverso, il tè non è un rito collettivo come in Gran Bretagna, né di amicizia come da noi. Lo bevi per strada nella ciotolina che il venditore riempie con un ‘coppino’. Serve a dissetarsi e a fermarsi un pochetto. Magari a stoppare per cinque minuti le preoccupazioni. Tchai cheyè. Abbiti un tè, ma significa in realtà ‘abbi del tempo per te’.


“Have some coffee” era il titolo di una riflessione scovata su «Medium» (l’anti-twitter) tempo fa.
L’autrice raccontava come fosse riuscita ad integrarsi amicalmente e lavorativamente in un nuovo ufficio mediante gli incontri alla macchinetta del caffè. No, non si tratta della versione buonista di “Camera Caffè”, irriverente sit-com che sbrandella le tipiche situazioni impiegatizie private settentrionali.
Il racconto dei suoi incontri al distributore aziendale del caffè diventa una lista di consigli per posizionarsi sociometricamente nell’organizzazione. Ma il tutto, in definitiva, si riduceva ad un unico imperativo: pìgliati ‘no cafè e stai molto attento a ciò che vedi.


Mentre noi ‘nu cafè ce lo pigliamo per distrarci, per avere una ripartenza cognitiva, se stessimo a farci tutte ‘ste pippe non sarebbe un caffè, ma ‘nu malë ‘e capo’.


Di sicuro noi Italiani in qualcosa sbagliamo nel rapporto con il caffè, come c’è sicuramente qualcosa di manchevole nel rapporto degli Indiani con il loro tè, se consideriamo il successo lavorativo.
Vi metto in gallery un po’ di mappe. Sono molto esemplificate. Raccontano come ci vediamo in Europa. Se ci fate caso, sei volte su otto, la linea di demarcazione tra popoli europei è orizzontale e ricomprende quasi sempre gli stessi Paesi. Tutte le nazioni ritenute ‘euforiche’ e ‘classiche’, sono anche quelle che mangiano più pomodori, hanno più sole, preferiscono il vino e l’olio alla birra (e alla vodka) e al burro.
Dalle mappe viene anche fuori che il caffè non riesce a rappresentare una discriminante socio-antropologica.


Morale?
Questi yankees! Stanno sempre lì a tirarci qualcosa di utile/produttivo/didattico, da ogni situazione. Il fatto è che l’autrice, tirando anche le somme di questa sua attività intenzionale di prendere un caffè, afferma che è una pratica utile, quasi una scienza. Infatti, le viene offerto un incarico migliore, alcuni suoi colleghi decidono di mettersi sotto la sua ala protettiva, lista un elenco di cose che ha imparato e di persone ‘giuste’… pelamarònna!


Quanti problemi, quanta foja carrieristica lì, oltre Atlantico. Se davvero bastasse un caffè a noi italiani per fare carriera, ci sarebbero le file fuori dai bar, i rivenditori di cialde e capsule per macchinette espresso farebbero la loro fortuna.


A noi il caffè serve per dimenticare, come scrisse Pino Daniele (‘Na tazzulellë ‘e cafè”).

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Chay cheyè
Tag(s) : #La Cugina di Parascandolo, #caffè
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