~~ Le settimane scorse sono state abbastanza difficili per me.
Due settimane fa ho perso un congiunto.
La settimana successiva ho perso un amico. Il mio umore si è inabissato e il tasso di partecipazione a funzioni funebri si è impennato.
Su altri versanti, altre cose sono cambiate nella mia vita, provocando alcuni scossoni. Il che non è sempre così deleterio, almeno mi distraggo mentre imparo ad adattarmi a nuove situazioni.
Lutti, traslochi, divorzi, cambiamenti importanti incidono profondamente sulla psiche. Quando mi preparai all'esame di Psicologia Generale all'Università, rimasi scioccata dai risultati del test cui mi sottoposi. Secondo il Prof. Zimbardo (uno tosto, l'autore del ponderoso volume su cui studiavo), per quello che avevo passato, il rischio di depressioni gravi, ansia e burn-out era altissimo. Non uscì scritto "Hai da morire subito", ma quasi.
Eppure, sono qui a raccontarvela. Non so se me la sia cavata per via dell'alto tasso di resilienza (la capacità di assorbire i colpi), perché -- inconsapevolmente -- possiedo delle ottime strategie di coping (fronteggiamento delle situazioni), o perché il mio karma non è così pesante.
In tempi di individualismo e selfie, sarei tentata di escludere il karma dalle mie capacità di sopravvivenza, mentre lo includerei volentieri nelle faccende ascritte alla categoria delle sfighe.
Che volete, siamo egocentrici. Le fortune non sono tali, bensì personali capacità positive, mentre le sfortune, beh quelle sono sempre colpa degli altri, se non di qualche divinità (spesso crudele) che ci considera scimmie per il suo diletto. (Sono incazzata. Non si capisce?)
Tra le altre cose, sono alle prese-- della serie 'karma pesante' -- con una rogna molto comune: un mancato pagamento per una docenza di diverso tempo fa. Ho ripassato tutte le prescrizioni psicologiche e di comunicazione interpersonale in materia di negoziazioni, ma deve essere il contesto globale di questi ultimi tempi che m'impedisce di raggiungere quella lucidità necessaria a risolvere il problema senza andare in escandescenza.
Il problema è che le valvole di sfogo sono necessarie. Mettiamo che al mondo facce da schiaffi che ne sono a bizzeffe (in tedesco si chiama Backpfeifengesicht la 'faccia che necessita di un pugno'), se potessimo sfogarci così, saremmo tutti pieni di lividi. Il problema è che siamo imprigionati nelle strategie a Somma Zero.
La mia arresa è la vittoria di qualche altro. L'economia è così: la ricchezza di pochi è la povertà di molti, anzi di questi tempi di moltissimi. Al concetto economico (della somma zero) è sempre più legato anche quello della felicità, perché pare non ci sia felicità senza possesso di beni. Nel mio caso la rabbia è doppia, perché ci sono di mezzo dei soldi e di questi tempi la morìa delle vacche è una sorta di ecatombe. Non so se mi spiego.
Sì, ma alla fine? Come risolvi, Marika? Ci vuole il Tempo e soprattutto ci vuole caffè.
Come dice De Biase (Luca) nel suo libro ("L'economia della felicità"), "I jeans sono fatti di tela e sociologia. I cellulari sono composti di chip e antropologia (specialmente il nuovo AWatch della Apple, aggiungo). Il caffè sembra un infuso di aromi vegetali e artistici […]."
Giusto, ci vuole arte a sopportare tempi difficili (in inglese si direbbe "Dire straits", sì, come il celebre gruppo di Mark Knopfler).
In conclusione, lascio che il Tempo mi faccia da Capitano tra questi flutti. Io posso solo affacciarmi ogni tanto nella cabina di comando ed esclamare "Capitano, abbiamo caffè a sufficienza! La navigazione può continuare."