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Utepils!

Questa rubrica è lo spazio della libertà. Oddio, non è che non sia libera (sono anzi liberissima) ad Ortica, tuttavia questa-stanza-tutta-per-me (dove apro la scatola degli spaghi-troppo-corti-per-essere-usati) è il porto franco delle cazzate che diventano filosofiche, ecco, e dove il tasso di racconti personali per spiegare meglio le cose (me ne sono occupata anche qui) è considerevolmente più alto.

Oggi parliamo della bellezza delle cose da fare, mettendo assieme un po’ di filosofia, un po’ di psicologia, un po’ di sociologia e tanta auto-ironia.

Poiché penso di essere geneticamente una persona poco incline all’entusiasmo, ma molto al magone, mi sono sempre chiesta come potessi invertire il segno del sentimento negativo. Insomma, avrei deciso che il magone non debba andare sprecato e che può diventare una leva per fare cose che altrimenti non avrei mai affrontato, per pigrizia, per rassegnazione o per senso di colpa. C’è sul mio i-coso una semplice app che elenca le cose che devo&dovrei fare. I miei lettori più assidui conoscono già la differenza tra le due coniugazioni del verbo modale (ne scrissi qui). Comunque, la piccola app elenca le cose da fare oggi, quelle da fare nei prossimi giorni e quelle ’un giorno di questi’. In altre parole, è visivamente netta la separazione tra il ’devo’ ed il ’dovrei’. La sfida, ovviamente, è di trasferire le cose che dovrei fare (un giorno di questi) nelle liste delle cose da fare oggi o entro pochi giorni. Ordunque, vivendo un periodo di magone (l’estate è finita, porcapaletta, senza di me) ho pensato di mettere assieme la lista del ’dovrei’, la necessità di reagire, la tendenza a liberarmi delle cose di cui mi sono stancata e l’approccio minimalista (molto attuale e figo) all’arredo di casa.

L’idea di questo mix pro-attivo me l’ha fatta venire una mia amica di fèisbuk, quando ha postato sulla sua bacheca un commento sulla sua ossessione di svuotare gli spazi, riducendo al minimo gli ingombri domestici. Al di là della archi-filosofia del ’less is more’, la mania delle donne (ed io conduco la parata) di svacantire casa è dettata da un’esigenza di tempo e funzionalità: meno c’è e meno si rompe/sporca. Il concetto venne ripreso anche da Henry Ford, con i suoi primi e minimalisti modelli di auto: tutto ciò che non c’è non si rompe. È genialmente semplice.

Io la penso allo stesso modo, così ho impastato questa tendenza allo svacantimento, con un po’ di ideologia aikido (usare la forza del nemico) sul tombagno (alias spianatoia per impastare) del magone per rivoluzionare casa. Nella lista del ’dovrei’ c’era la necessaria ma a lungo procrastinata riparazione di un serio guasto murario nella camera di mio figlio e appresso a questa evenienza ho approfittato per svuotare la casa di roba che non usavo/non mi piaceva più/mi rendeva triste/mi ricordava tempi che voglio disperdere. Ieri sera ho portato ad un mercatino dell’usato un pick-up di oggetti/arredi/utensili e alla Misericordia quattro bustoni di abiti.

Si chiama de-cluttering e segue alcune regole precise anche nella moda. La principale è quella di disfarsi di abiti-scarpe-borse che non sono state indossati almeno cinque volte in un anno (con l’esclusione dei capi di abbigliamento da cerimonia). Il sistema si può traslare anche agli utensili in cucina, perché meno attrezzi inutilizzati ci sono, meno spazio occupano, meno prendono polvere. Ho contato qualcosa come dieci ’cuppini’, nove mestoli, sette pinze da frittura, cinque servizi di piatti, più incredibili diavolerie come ben due denocciolatori di ciliegie, un buca-salsicce, una rotella tagliapasta multipla, roba mai usata e che mi sembrava una volta indispensabile. L’occasione mi è stata proficua per riflettere sul concetto di utilità e sulla massima senechiana di eliminare le fonti (anche fisiche) d’infelicità.

Ora ci sono diversi buchi assolutamente vuoti negli armadi e qualche mobile è anche stato ridimensionato (ho tolto pensili, mensole, scaffalature). Devo dire che mi sento psicologicamente lieve e sperimento una consapevolezza di benessere associata alla novità delle cose cambiate, anche solo di posto.

Psicologicamente parlando, i periodi di inquietudine e di paura sembrano rallentare lo scorrere del tempo. Uno dei trucchi è quello di ’fare cose’ per ingannare la sensazione di problematiche-perduranti-oltre-il-ragionevole. Avere una lista di cose da fare è una sorta di riserva motivazionale ed diventa anche il trucco di spacchettare i grossi cambiamenti di vita che vorremmo attuare. Non funzionano i grandi intenti (tipo, devo dimagrire), bensì i piccoli: comincio a togliere la coca-cola, poi il pasticcino accanto al caffè, poi 10 grammi di pasta alla settimana, e così via. Darsi piccoli e raggiungibili obiettivi, cumulabili — alla fine — in un grande cambiamento.

Diceva Eleanore Roosvelt "Nessuno può renderti infelice senza il tuo permesso".

Ora aspetto il prossimo week-end di non-pioggia per fare finalmente utepils, che sarebbe la parola norvegese per sedersi-nel-sole-a-godersi-una-birra. Iper-ghiacciata. Evvài!

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Tag(s) : #La Cugina di Parascandolo, #felicità
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