Che zibaldone!
Un po’ melmotico (sì, amo i neologismi), invero.
Succede che il settimanale «Chi» abbia pubblicato alcune foto della Ministra Madia che assapora un gelato. In auto. Con suo marito. Scegliendole tra quelle più ’ispirate’, in una sequenza di scatti presa all’intrasatto, come diciamo noi qui, a Guadalupe, nelle Antille Francesi.
Servizio giornalistico orrido, anche perché il titolo è volgarissimo e non mi va di ripeterlo. Levate di scudi pro-Madia. E sono d’accordo. Un po’ meno valido equiparare il reportage rubato da «Chi» a Madia con uno analogo, relativamente alla ’performance del calippo’ di Francesca Pascale su TeleCafone. Circostanze un po’ diverse, anche perché Pascale giocava abbastanza con le allusioni e per lo spettacolo andava benone così. Senza contare che la stessa Francesca Pascale (neo paladina della political correctness) ha difeso Madia e ciò le fa onore.
L’Ordine dei Giornalisti della Lombardia ha aperto un procedimento contro Alfonso Signorini per "violazione della privacy e fatti non conformi al decoro professionale". Ottimo.
Il direttore di «Chi», inoltre, (da esperto di marketing e sgamatissimo psicologo) alimentando ancora gossip, click e munnezza, afferma che il problema è nostro, se vogliamo vedere malizia nel reportage su Madia che mangia un gelato, mica è responsabilità della testata che ha alluso.
Poi, succede pure che Signorini sveli di avere (o avere avuto, non si comprende bene) la leucemia, durante un’intervista di presentazione della sua autobiografia, in vendita da pochissimi giorni. Oltre ad annunciare la sua conduzione in partnership alla nuova edizione del reality "L’isola dei famosi".
Bum, bum, pam, sparapam, ta-ta-ra-ta-ta, fiuuuuuu, bam. Insomma farandole e fuochi a go-go.
Aumentano i click di curiosità morbosa verso una non-notizia, contornata da altre notiziole non direttamente correlate, ma in rapporto tra loro e che fanno comunque lievitare il tutto. Perché Marianna Madia che mangia un gelato è una non-notizia, almeno su questo converrete. Lo diventa forzatamente se pubblicando le foto in cui ha gli occhi semichiusi, scelte con cura tra le più trasognate, alludendo con il titolo, fai scoppiare una bagarre mediatica. Intanto, leggiamo ’sta cretinata di foto-reportage e non ci resta null’altro se non la conferma di un sessismo da tre centesimi, mentre il settimanale di Signorini e lo stesso direttore fanno parlare di sé (più che di Madia) e vendono, vendono molte copie.
I gonzi, come al solito, siamo noi.
E mi ci voglio mettere anche io, perché ci starei scrivendo un articolo. Tuttavia, prima di scadere nel ridicolo o nel rifritto, sterzo in tempo per parlare di giornalismo, di stereotipi, di femminismo e di quanto conti più la morbosità che l’indignazione.
Che Signorini abbia dato fondo alla dose di decenza necessaria a qualunque giornale che si definisca tale è palese. (Playboy è essenzialmente una rivista di foto il cui scopo è noto — e non alluso — a tutti da decenni.) Anche perché il gelato di Madia è pretestuoso quanto il calzino blu del giudice Mesiano, quello della sentenza di primo grado contro Berlusconi nella vicenda sul lodo Mondadori.
Certo, il ’caso Madia’ non rientra nella diffamazione diretta contro un palese avversario del Patonza, bensì è una ridicolizzazione di un’esponente del Governo in carica, enfaticamente lodata per la bravura in tecniche e pratiche degustatorie di alimenti in presentazioni verticali, alludendo - purtroppo — a ben altre analogie, sottintendendo (basta semplicemente andare un po’ più in là con il pensiero) chissà quali altri onorificenze/meriti/compensi ottenuti grazie a tale expertise. Ovviamente, Signorini (che del settimanale è il Direttore Responsabile ed ha autorizzato il foto-servizio) non chiarisce nulla né accusa nessuno esplicitamente, lasciando a noi, lettori morbosi, il compito di completare eventualmente il percorso di malizioso pensiero sostenuto dagli stereotipi di genere (i cosiddetti bias), sia dal punto di vista sessuale che da quello delle discriminazioni.
Purtroppo, il percorso psicologico indotto dal foto-reportage su «Chi» è puntellato da numerosi altri stereotipi, rinforzati a loro volta da decenni di svalutazione della figura femminile in politica, grazie soprattutto alle ben più note vicende sulle cene eleganti ad Arcore, ovvero ai sistemi di reclutamento di nuove leve femminili in posti di prestigio o comando, ai ’si-dice’ sulle brillanti carriere di donne (a loro volta non sempre brillanti per competenze/intelligenza/istruzione) in politica come nel giornalismo, nei sindacati, nell’editoria, nelle università e soprattutto nel mondo dello spettacolo.
Succede, pertanto che ogni donna in una posizione di qualche prestigio venga immediatamente tacciata o sospettata di chissà quali pratiche surrettizie e nebulose. Talvolta, a pensar male si azzecca, ma tante altre volte è solo una diffamazione ed un’offesa gratuita.
Siamo così messi male da secoli, dal punto di vista della vastità dei pregiudizi, che se sulla moglie di Cesare non doveva poggiarsi un’ombra, su quelle dei cesari può anche grandinare melma, non importa più di tanto, anzi. La parola d’ordine è sempre quella: spregiudicatezza.
Spregiudicato un giornale ed il suo direttore che allestisce scenari discreditanti alla faccia della deontologia; spregiudicate tutte le donne che conoscendo le penose regole del mercato vi si adeguano; spregiudicati (ma diventa un vanto) tutti gli uomini che cercano successo e potere calpestando regole o creandone ad hoc per il proprio vantaggio.
Hanno torto? Fanno bene? Si tratta di seguire il principio di realtà? Ma non siamo noi che la costruiamo, la realtà? E se provassimo a cambiarla?
Concludo raccontandovi di Erica Jong. Non faccio mistero di ammirarne il solido femminismo. Fatta la tara di tanta sua prolissità in autobiografici episodi piccanti, la ritengo una grande nel descrivere la condizione della donna mai davvero libera ed emancipata.
Nel suo ultimo libro, "Sedurre il demonio", racconta di come, giovane poetessa in cerca di pubblicazione, accettò di fare da ’operatrice sociale’ ad un vecchio editore. Era convinta che servisse alla sua carriera, così come ne era convinta un’altra giovane americana, Monica Lewinsky, con la quale condivide le famose gesta.
Dov’è la differenza? La differenza sta nel fatto che la Jong poteva evitarsela, quell’esperienza mercenaria, visto che le capacità per riuscire come scrittrice e pensatrice erano già in suo possesso, seppur allora solo in nuce. Lewinsky non aveva allora le stesse competenze letterarie e filosofiche e non le ha mai raggiunte o dimostrate.
Due sono le considerazioni conseguenti: a) la condizione della donna è tale che anche tra le migliori qualcuna dubita di se stessa e talvolta incorre in cadute di stile; b) la condizione della donna è tale che una pratica à la Lewinsky riesce spesso a colmare ogni carenza competenziale/intellettiva/scolastica e di ciò ne approfittano in parecchi e parecchie.

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