“Io vivo di ciò che gli altri ignorano di me”. Questa frase l’ha scritta Peter Handke e sta emergendo nella considerazione culturale (la frase, non lo scrittore), in quanto da più parti si leva più alto il grido d’allarme contro i social.
Non è la prima volta che si alzano vibranti proteste contro queste ‘stanze virtuali del diavolo’, dove tutti – tentando di apparire migliori di quel che sono, o si vedono, o si vogliono vedere – alla fine appaiono ridicoli.
C’è chi tuona contro i postatori compulsivi, chi contro i cambiatori di foto del profilo. C’è chi non sa bene perché, ma sente del disagio nel leggere gli status degli altri. Soprattutto quando parlano di felicità.
(Sì, io ho scritto un libro sui social ed anche uno sulla felicità. Il primo – “Come pesci nella rete” — è in commercio dal 2012, per l’altro sto cercando un editore. Il che è una circostanza che induce moltissima infelicità. Anyway.)
Ma che c’entra la frase di Handke con la felicità e con i social? Significa che la trasparenza, ovvero il mettere tutto in piazza, non paga in ogni circostanza.
La trasparenza è fondamentale nelle gestioni economico-amministrative, ma non sempre aiuta la nostra vita psico-sociale.
Un po’ di segreto aiuta l’immaginazione, come la faccenda del nudo e del ‘vedo-non-vedo’. Un po’ più di segreto ci salva dalle incongruenze di una vita spiattellata sui social: se cominci a dire tutto, devi continuare a dire tutto. E tutto si appiattisce sulla bacheca bidimensionale dello schermo.
Invece – come il solito e come sempre – la vita sta davvero altrove, come diceva anche John Lennon. Quella succede mentre ce ne stiamo a pubblicare (farneticamente per alcuni) foto e link di posti dove vorremmo andare, canzoni che vorremmo c’identificassero, film che vorremmo far assurgere a nostra biografia psicologica, selfie che dovrebbero fare finalmente giustizia delle borse sotto agli occhi, delle rughe, o di uno sguardo stanco o preoccupato.
Mai far vedere sui social che si è tristi, in quanto la sfigatezza (non la sfiga vera e propria, ma l’apparire sfigati) allontana gli amici.
Il problema è che anche la felicità — attraverso la descrizione di posti e luoghi esclusivi dove siamo stati, la notizia dell’aver trovato il posto di lavoro dei nostri sogni (o, di questi tempi, anche semplicemente un posto di lavoro qualunque) o dell’aver acquistato quella borsa carina, il top dei cellulari – crea disagio. O meglio, più disagio.
S’innesca invidia, anche minima. La nostra psiche non accetta di interloquire con qualcuno che è diverso. Non ci si squieta per coloro che al mattino fanno esattamente le cose che facciamo noi, mentre ci agitiamo per coloro che descrivono colazioni sui roof o su spiagge da sogno o che hanno un lavoro che consente loro di viaggiare e fare esperienze varie/interessanti/remunerative, laddove noi, invece, inesorabilmente ‘commutiamo’ tra casa e posto di lavoro e viceversa, dopo aver guardato con occhi assonnati il caffè salire dalla solita moka sulla cucina.
La nostra fiducia viene inconsciamente risposta in coloro che sono simili a noi, per attività o per aspetto. Si chiama prevedibilità. È un fattore della noia, d’accordo, ma la noia non è così pessima come la dipingono.
Ma di questo vi racconterò in un’altra puntata.