Come il solito, il mercoledì tengo sempre l'imbarazzo della scelta. I temi per questa rubrica sopravanzano costantemente alla quantità di situazioni di attualità politica ed economica (roba che ci serve per sopravvivere in questo mondo di ladri ed in questa terra di lupi).
Oggi, tra le tante, dalla scatola ho tirato fuori una notiziola della «National Public Radio» statunitense. Niente che non sia stato già sviscerato da pasdaran delle nevi d'antan: abbasso i social, viva la socialità.
Nel piccolo report (trascrizione di una breve intervista) si parla di 'effetto villaggio' e si (ri)cita la Teoria di Dunbar, ovverosia lo studio secondo cui il numero massimo di valide interazioni tra umani è centocinquanta. Oltre, ci perdiamo. Nel senso che non sapremmo mantenere contatti, condividere ricordi ed esperienze. Centocinquanta è anche il numero di abitanti di un villaggio fisico ideale (una sorta di compound) in cui riusciremo ad intrattenere rapporti con tutto il vicinato, che comprende il bottegaio, il medico o il farmacista e tanti altri personaggi con i quali incrociamo sguardi e o parole de visu, ricordandone nomi e volti. Centocinquanta sarebbe il numero standard dei villaggi del Neolitico. Centocinquanta sono le persone che ci conoscono al punto tale da poterci chiedere e/o imprestare pochi soldi con la garanzia di restituzione a brevissima scadenza.
Secondo l'autrice del libro "The Village Effect" (solo in inglese), la psicologa Susan Parker, solo le interazioni reali ci fanno stare meglio, più felici e ci rendono più intelligenti, tuttavia non è necessario esagerare: avere troppi amici/relazioni interpersonali non è di beneficio. La ragione è che con troppe persone cui prestare attenzione, s’indeboliscono i legami con la maggior parte di esse. Mi spiego con un esempio preso dall’informatica: è come se avessimo una capienza standard, una banda di attenzione prefissata, la cui larghezza rimane fissa. Conseguentemente, non mutando l’ampiezza di banda all’aumentare delle relazioni, è il flusso che viene ad impoverirsi per ciascuna delle connessioni. Parrebbe la conferma del vecchio adagio ‘pochi ma buoni’.
Nonostante il nostro impegno a voler fare gli orsi attestandoci a centocinquanta relazioni significative (ognuna posizionata nell’intero tessuto funzionale del nostro microcosmo sociale, attingo e coniugo da Talcott Parsons), siamo – purtroppo – anche per via dei social, sottoposti a richieste di attenzione (seppur flebili e/o momentanee) per quantità superiori alla cifra di Dunbar.
Io stessa ho serissimi problemi a ricordarmi quando/come/perché abbia ‘stretto amicizia’ con ciascuna delle circa millecinquecento persone su fèisbuk, per esempio.
Per quanto possa essere complicata la vita di ciascuno di noi alle prese con più connessioni di quante non ne possiamo efficacemente gestire e mantenere, Susan Parker ci dice anche come ricreare l’effetto villaggio nella vita di tutti i giorni: basta agire nelle due cerchie più frequentate della nostra vita (il lavoro e il gruppo famiglia/vicinato) intensificando i rapporti viso-a-viso, evitando i canali elettronici per lasciarli a situazioni di effettiva distanza geografica.
Bene, Amici miei Lettori, altro che 15 minuti di warholiana celebrità, scordiamoci anche i 15 mega di notorietà alla Manuel Castells. Se riusciremo ad essere riconosciuti e ascoltati da almeno centocinquanta persone, potremo ritenerci soddisfatti e – soprattutto – normali.
Bye.