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Mistero Buffo a modo nostro

Di Nicola Mariconda e del suo teatro mi sono occupata qualche mese fa. Dall’inaugurazione e fino a domenica scorsa, i ragazzi dell’Associazione "G&D Show" hanno organizzato altri spettacoli e continuato ad abbellire ed arricchire il loro teatro.

Seguo abbastanza l’attività dell’Associazione perché è una bella realtà in una comunità di cui ho sempre ammirato il senso di coesione ed appartenenza. Magari, non sono tutte rose e fiori, ma vi posso garantire che dal punto di vista dei rapporti umani e dell’amore verso i propri luoghi, i sammichelesi agiscono sicuramente meglio di noi qui in Città.

Domenica sera [30 novembre, NdR], dicevo, è andata in scena una piece speciale, dal titolo "Un buffo riadattamento di tre misteri".

Il titolo è già indicativo. Si tratta di una sorta di riscrittura del celeberrimo "Mistero buffo" (di Dario Fo), ad opera di Nicola Mariconda, che dello spettacolo è anche il regista. Ho aderito all’invito di Nicola, cui avevo promesso di assistere alla sua Prima ed eccomi qua.

La sala è piena, il pubblico è trasversale. Al botteghino, chiedo di salutare — irritualmente – Nicola, il quale sta dettagliando dietro il sipario. Mi accoglie con un grande abbraccio.

Ci sediamo in sala e attendiamo l’inizio. I tre misteri saranno preceduti da intermezzi coreografici accompagnati da un flauto ’live’ (Simona Lanzara, Tisbe Oliva), le cui figurazioni riassumono il contenuto dei monologhi recitati.

Ed eccolo Nicola. Niente scenografia lussureggiante, niente abiti di scena pittoreschi. Lui e il fondale grigio antracite. Sarà solo la sua bravura a colorare e popolare la nostra immaginazione.

Nel preludio ci spiega cosa sia un mistero, nella storia del teatro. Poi passa ad illustrare il grammelot, sorta di idioma di fantasia pieno di onomatopee e gestualità iperboliche per dire/raccontare (specialmente dei giullari) con parole prive di significato.

Ma il grammelot che Nicola ha pensato per il suo libero adattamento è ricalcato sul nostro dialetto, o per lo meno sulla koinè di dialetti campani: da Napoli fino all’Alta Irpinia, attraversando accenti ciociari e abruzzesi, tuttavia con profondi innesti del lombardo-veneto usato dallo stesso Fo.

Nicola inizia con un po’ di timore, ma quando arriva all’ultimo mistero (il più buffo) in sala si ride molto. Nicola zompa, abballa (sì, ’abballa’ nell’accezione dialettale), interpreta tutti i personaggi, sciolto nella dizione di tutte le musicalità dell’opera. Salta tra un dialetto (e un’intonazione) all’altro senza sbavature. Serio e professionale sempre, ma ancor di più quando s’impegna in monologhi sulla condizione dei poveri. Alla fine dello spettacolo, Nicola è accaldato, sì, ma più felice di noi: il mix ha funzionato, il pubblico ha gradito. Il suo teatro ha colpito al cuore e ha lasciato un insegnamento.

Siamo usciti anche noi felici dalla saletta. Ho lasciato Nicola a prepararsi per il secondo spettacolo, ma l’ho ricontattato l’indomani. Volevo capire come e perché ha tradotto "Mistero Buffo" nel nostro idioma, il che l’ha reso certamente più vicino ed intelligibile. Anzi, a mio parere, anche più simpatico.

"Ho scelto di non riscriverlo completamente in vernacolo meridionale, in quanto ho preferito che il riadattamento non si discostasse dall’originale. La base è sempre Mistero Buffo. Tra l’altro, come avrai notato, anche le parole nel lombardo-veneto originale sono state pronunciate con accenti e cadenze campane. Il connubio glottologico è stato talmente efficace che quel dialetto non sembrava più settentrionale."

In effetti, il risultato è molto piacevole. Grazie anche ad un ’dosaggio’ tra dialetti e cadenze. Così, gli ho chiesto se ha usato qualche formula, qualche algoritmo.

"Nel terzo monologo [quello sul primo miracolo di Gesù Bambino, dai Vangeli apocrifi, NdR], il Bambin Gesù dice a Dio suo padre ’Ammazzalo’, indicando la punizione da comminare al figlio cattivo del padrone. Il napoletano ’accirilo’ era troppo crudo, troppo violento. Ma nell’esotico lombardo si addolciva. Avevo trovato la chiave e così ho continuato."

Ma perché riadattare "Mistero Buffo", un monolite teatrale e letterario, non temi un confronto spietato?

"Ho riadattato l’opera, senza stravolgerla. Vorrei che la mia versione di Mistero Buffo richiami l’originale di Fo in una maniera diversa, magari più fresca. Vorrei portarlo un po’ in giro, magari al nord e renderlo universale. L’esigenza di renderlo in dialetto nostro è dovuta non solo per evitare l’imitazione pedissequa di Dario Fo (che comunque rimane inarrivabile), ma per farlo conoscere anche qui, dove molti non sanno, non hanno mai letto o visto le sue giullarate. Tra l’altro, la lotta di classe e gli abusi di potere sono alla base dei tre monologhi che ho messo in scena. Li ho scelti apposta perché vorrei confermare — sebbene attraverso la risata e lo sghignazzo — che gli abusi esistono ancora e che solo noi possiamo combatterli."

Il concetto di teatro di Nicola è sofferto e nobile e noi lo ringraziamo per l’intelligenza e lo studio che profonde nel suo lavoro. Il suo concetto di Teatro è quello originario del teatro greco: insegnare per rendere migliori.

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Mistero Buffo a modo nostro
Tag(s) : #teatro, #san michele di serino, #Nicola Mariconda, #Mistero Buffo irpino
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