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Ci vuole più stoicismo
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Lo dice il solito «NYT».
L’invocazione è di martedì sera (ora italiana). In un editoriale pubblicato (nelle colonne della rubrica “Opinionator”) di ieri, un docente di filosofia all’Università pubblica di New York, l’italiano Massimo Pigliucci, spiega la modernità dell’approccio stoico (senechiano in particolare) per risolvere i problemi psicologici-etici-morali che ci affliggono anche in quest’era tecnologica. (Il post-modernismo lo abbiamo superato e stiamo aspettando disperatamente il post-crisi.)

Correttamente, il docente associa teorie e pratiche dello Stoicismo ai migliori principi riscontrabili in altri sistemi di credenze del mondo in ogni epoca, tipo Cristianesimo e Buddhismo, nonché addirittura migliori di alcuni approcci psicoterapeutici, in primis della psicanalisi junghiana e freudiana. Lo Stoicismo correrebbe, invece, parallelo alle tecniche dell’approccio cognitivo-comportamentale.

Com’egli confessa, il fatto di essere nato ed aver studiato in Italia lo induce ad uno stoicismo naturale, quello che si respira con l’aria che circonda il monumento equestre a Marc’Aurelio.

Amici miei Lettori, state per caso pensando allo Stoicismo come ad una sorta di addestramento militare di forza e sopportazione? Ovvero come al più tenace fachirismo orientale? (No, Takeshi’s Castle non è una declinazione di Stoicismo, bensì di stoltezza). E vi state sbagliando. Lo Stoicismo (di cui ho ampissimamente raccontato nelle due estati scorse a proposito di felicità) è essenzialmente una pratica per diventare uomini e donne migliori.

Partendo dal presupposto che ’moriamo ogni giorno’, non ci sarebbe nulla che possa turbare la nostra vita, se ogni giorno ci abituassimo all’idea che la morte è inevitabile e che magari (come recita il Buddhismo) è solo un passaggio ad altra dimensione della vita, o ad una completa altra vita, come recita il Cristianesimo o, con più forza, il Cattolicesimo.

Il concetto della morte quotidiana si scontra con il concetto espresso in una citatissima lirica di Martha Medeiros (poetessa brasiliana) ed erroneamente attribuita a Pablo Neruda, dal titolo "Lentamente muore". Dal punto di vista dell’Autrice, la morte (ovverosia l’immobilità) è in agguato quando non si fanno (o si sbagliano) certe cose, descritte nella poesia. Tuttavia, nello Stoicismo non esiste (né deve esistere) il concetto di angoscia per le cose che non si sono potute fare, di cui il notissimo brano è una tassonomia di stampo molto occidentale. Il principio stoico è quello di fare tutto ciò che è moralmente valido ed accettare ciò che è stato impossibile cambiare. Magari sedersi a contemplare la nostra vita dall’esterno, e considerarsi uno degli attori di una telenovela lunga quanto la nostra intera esistenza, ci aiuta a comprendere meglio eventuali soluzioni ai problemi, tra cui anche quella di sedersi a contemplare aspettando che il Tempo ci dia una mano.

La vita è composta di variabili dipendenti e di invarianti, di cose su cui possiamo agire e di cose che non ammettono interventi. L’intelligenza starebbe nell’accorgersi di quando si apre la finestra temporale per metterci le mani.

C’è anche una specie di trucchetto per imparare ad accettare le situazioni inevitabili: immaginare più esiti di una certa vicenda. Come fossero sliding doors, porte girevoli, possiamo immaginarci molti ‘piani B’, anche se tragici e magari – nel momento, il ‘qui ed ora’, l’hic et nunc senechiano, ma anche il momento presente della tradizione buddhista – gioire del fatto che le-cose-potrebbero-andare-peggio-ma-meno-male-non-è-così.

In questi giorni in Città piove a secchiate. La meteorologia è una di quelle cose che non possiamo modificare. Cogliamo il nostro umido destino di avellinesi e stoicamente accettiamolo: chissà, forse, in un mondo parallelo Avellino si potrebbe trovare nei Caraibi.

Un lettore di Ortica ha commentato tempo fa che urbanisticamente Avellino è simile a San Francisco, per via dei dislivelli territoriali. Grande! Anche se il paragone mi è sembra un po’ improprio ed azzardato, ciò non di meno, tuttavia, in un qualche modo restituisce dignità ad una caratteristica ambientale che ci crea difficoltà viarie, che – tra l’altro – non riusciamo a risolvere. Forse non lo immaginiamo, ma anche questo è Stoicismo!

Alla prossima. Cià.

Tag(s) : #La Cugina di Parascandolo
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