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L'On. Nappi, uno di noi

Bene. Il week end di San Modestino è trascorso. Sabato la giornata è stata clemente e poi ieri – com’è più normale in questo nostro fondovalle – è tornata la pioggia.

Ci siamo lasciati venerdì mattina da queste colonne, discutendo di senso politico degli Italiani.

Lo stesso argomento era stato anticipato giovedì sera, su Primativvù, durante la trasmissione «PrimaLinea», condotta da Vincenzo Di Micco, cui aveva partecipato, tra gli altri il Direttore Marco Staglianò, Sergio Nappi (Consigliere Regionale), Carmine De Blasio (Segretario provinciale del Partito Democratico), Paolo Spagnuolo (Sindaco di Atripalda) e Franco Di Cicilia (Vicecoordinatore di Forza Italia in provincia).

La trasmissione è stata piuttosto interessante, nonostante l’argomento potesse appassionare pochi: la politica annoia (in inglese si direbbe: politics sucks). Anche perché sono state svelate alcune verità. Noi di provincia siamo molto naif, più di quanto non immaginiamo e lasciati parlare, affermiamo e confessiamo più di quanto invece ci converrebbe tacere.

Tra le tante verità emerse (vi invito a seguire i video della puntata in tre parti, ma anche tutte le puntate di «PrimaLinea» in genere, che è un settimanale di approfondimento dedicato all’Irpinia) mi ha colpito senz’altro un’affermazione di un tranquillo On. Nappi (dal minuto 36 della seconda parte).

Giustamente l’Onorevole dice che la legge elettorale della nostra Regione consente la selezione della classe dirigente, nel senso che le liste delle candidature a Santa Lucia non sono riempite di ‘nominati’. Ancora più giustamente, spiega che è un vantaggio candidare al parlamentino regionale persone con pregresse esperienze di amministrazione locale, perché almeno sanno di cosa parlano.

Tuttavia, nel suo candore (e spero sia solo questo), l’Onorevole ha anche affermato che “al di là della qualità degli eletti, […] esistono i giochi di palazzo che escludono i consiglieri.” Senza virgolettare, il senso era che in questi ultimi cinque anni moltissime delle cose che si dovevano decidere sono state decise fuori dal Consiglio.

Il detto dell’Onorevole mi ha martellato in testa fino a che non mi sono decisa a rifletterne con voi, Amici miei Lettori.

Diciamo subito che ci sono ben tre livelli d’interpretazione delle affermazioni di Sergio Nappi, il quale è un Consigliere regionale di maggioranza (nel senso che sta con Caldoro, attuale Governatore).

La prima interpretazione è che l’aver invocato i ‘giochi di palazzo’, pur appartenendo alla compagine di maggioranza, implica una forma di negazione della responsabilità, nel senso ‘mi avete eletto, ma io più di tanto non ho potuto fare’, perché vuolsi così colà etcetera etcetera.

La seconda interpretazione si declina in senso provinciale, nel senso ‘pur appartenendo alla maggioranza, i risultati per l’Irpinia non sono stati tali perché come territorio contiamo molto poco’.

Ma è la terza interpretazione – quella più letterale – che fa saltare dalle seggiole.

Evocare i ‘giochi di palazzo’ – come nella migliore tradizione populistica ed anche pentastellare – è strano da parte di un consigliere di maggioranza, che magari aspira pure alla riconferma (ma è un dettaglio minore). Secondo me è anche pericoloso, perché – seppur l’affermazione sia tacitamente condivisa da sempre dall’opinione comune – è un eletto a confermarci che essi stessi non valgono un emerito kutso (neologismo sanremese) e che ciò che fa funzionare il sistema regionale sta altrove dal Consiglio, sta nei giochi di palazzo.

Ohimamma. Voglio prenderlo alla lettera: allora che votiamo a fare? Per buttare soldi? Per prenderci ipocritamente tutti in giro? Per far finta che questa sia democrazia? E chi è il mazziere? Chi partecipa alle selezioni dei giocatori che contano e decidono? Noi elettori certamente no, pare di capire.

Le implicazioni, o i corollari, all’assioma di Nappi sono numerosi e non piacevoli. Inoltre, danneggiano il concetto di elezioni e di elettori. Nella migliore delle ipotesi l’Onorevole nel suo tranquillo candore mi è sembrato il ragazzo della fiaba di Andersen “I vestiti nuovi dell’Imperatore”. Nella prospettiva peggiore è lo svelamento di una frode sproporzionata.

“No, Marika, non ti meravigliare.” Lo diceva sempre mio padre. Meravigliarsi è una forma di ingenuità, compagna della speranza che normalmente le regole siano diverse. Ma la meravigliante speranza senza cinismo è sprovvedutezza.

Invece, la mia critica, senza speranza, sarebbe cinismo allo stato puro. La via di mezzo, Amici, non è il ‘che sarà mai?’ di sufficienza e farlocca superiorità, perché a furia di accettare ogni cosa facendocela scivolare sulle spalle finiamo per non capire che le briciole per l’Isochimica sono un contentino della Regione alla nostra Città.

Perché a furia di fare spallucce sulle cose e sulle situazioni, arriviamo a negare la Democrazia per illuderci che chi governa e vuole decidere senza discutere con le opposizioni lo faccia solo per il nostro bene, visto che non siamo capaci di scegliere. Per questo ci bloccano le liste, ci intortano primarie manipolabili ed ogni nuovo capo di governo viene presentato come il veltro salvifico per gli interessi dell’Italia. Sì, ma solo di quella che conta già.

Maccheccefrega della politica. Basta che ci diano Sanremo, fatto di gente che recita peggio di noi per illuderci – fino al prossimo febbraio — di essere sicuramente migliori.

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Tag(s) : #regionali 2015, #politica
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