(Originale su Orticalab, al link in basso.)
E raccontiamocela ancora un poco questa divertentissima campagna elettorale!
Sono tornata dopo un mese di silenzio: la deontologia giornalistica è salva.
Ciò non mi ha impedito, tuttavia, di narrare la mia esperienza di candidata-neofita, sul mio blog personale. I risultati della tenzone, per quel che mi riguarda, non sono stati entusiasmanti, tuttavia fronteggio la circostanza con molta sportività. Come ho avuto già modo di ripetere, se avessi avuto tanti voti quanti ‘likes’ sotto ai miei post, a quest’ora sarei matematicamente seduta nel Consiglio comunale. Ma va bene così.
Nella mia vita, mancava una candidatura. È un’esperienza che consiglio vivamente, quella di candidarsi-per-la-prima volta, perché bisogna sempre provare tutto, scosute comprese.
Alla fine dell’esperienza, al mio curriculum di buddhista partenopea posso associare la massima di Gabriel Garcìa Marquez: vivere per raccontarla. Il grande scrittore colombiano si riferisce all’intera sua vita, io, molto più banalmente, alla mia brevissima esperienza di pesciolino anonimo tra lamantini, cetacei e selachimorphi (quest’ultimo ordine tassonomico comprende centinaia e centinaia di specie, compresi certi soggetti politici nostrani).
“Haivintoquaccheccos’?” mi hanno chiesto in ufficio. No, non ho vinto nulla, ma a modo mio mi sono divertita. C’è tutta un’antropologia speciale durante le elezioni, di gente che di colpo s’inventa stratega; come pure di gente che non sa né vuole sapere nulla, magari va al seggio perché è una ricorrenza, come fosse Natale e dà il voto a chiunque glielo chieda all’ultimo momento. Per questo motivo spacciatori di santini e fac-simili si aggiravano nei dintorni delle sezioni, alla luce del sole, mentre un solertissimo poliziotto ha rimproverato solo me perché portavo il contrassegno della lista in vista sulla felpa.
La fauna che si aggira nelle sezioni elettorali è incredibile, sembrano di colpo tutti diventati caricature di loro stessi, tutti esagerati. La sorella del candidato che urla per i corridoi tra le sezioni, non avendo nessun accredito tranne di essere, appunto, La Sorella del Candidato, e sbraita a telefono, volendo farsi notare.
Vabbè, questi dettagli sono piccolo cabotaggio, eppure sono la trama e l’ordito delle nostre scelte umane (sbagliate), nonchè delle nostre disgrazie cittadine. Se mi affaccio al balcone e vedo lo scempio perdurante di Piazza Castello posso scegliere di maledire la vecchia amministrazione o prepararmi a maledire la nuova. Magari, meglio maledire entrambe, perché già so come finirà.
Quei gran geni degli Ortichi hanno saputo ritrarre la sociologia avellinese alle prese con le elezioni più divertenti della nostra storia cittadina, ma mancano due perle. Purtroppo, non di comicità.
Martedì a pranzo – e non succede mai, ripeto mai – ho visto un tiggì locale. Hanno trasmesso una brevissima intervista a Nicola Battista, sul quale non voglio infierire dal punto di vista comunicazionale.
Ad un certo punto, il dottore Battista ha detto che lui non vuole fare politica. Cioè? Se non vuole fare politica perché si è candidato e ha fatto per più di vent’anni il consigliere comunale?
Forse l’egregio Battista voleva dire che non vuole (o non sa) destreggiarsi tra alleanze, tiri mancini e trappole partitiche, tacitamente riferendosi ai prossimi apparentamenti. Spero sia così, altrimenti questo suo prendere le distanze non fa altro che allargare l’abisso tra i cittadini e la gestione della cosa pubblica che è proprio il contenuto della politica, anzi -- meglio -- della Politica. Ma l’egregio Battista è vittima, come tanti altri, di una sorta di demagogia virale: basta inorridire (o mostrarsi inorriditi) davanti alle cose di casta. Fa tanto rinnovamento. A proposito di rinnovamento. Non è rinnovamento se la vecchia guardia candida mogli, figli, fidanzate dei figli, fratelli o galoppini presta-nome; se i medici candidano figli e mogli per non mandare sprecato quel patrimonio di voti che sono i pazienti. Ci lasciamo gioiosamente prendere in giro.
Secondo episodio. Durante la campagna elettorale, mi è capitato di partecipare ad un confronto tra assegnatari di case popolari e candidati sindaci. Io ero lì a sostituire Giancarlo Giordano, impegnato altrove.
Tra le tante cose dette, ripetute, fuori-tema, arronzate, pertinenti, propagandistiche e così via, uno dei candidati osa farsi una domanda più o meno del genere ‘Ma servono davvero tutti questi architetti professoroni per disegnare una città? Perché non lo chiediamo direttamente ai cittadini, come vogliono il loro rione?’ Che genio! Bene, voglio applicare questa semplice soluzione. Comincio a girare per il mio quartiere rifacendo la domanda agli autoctoni.
Risposte:
- Con un bel giardino.
- Un bel giardino, ma pure con i parcheggi.
- Eh, sì, i giardini… ma i parcheggi ce vonno… magari li facciamo sotto la piazza.
- Eh, il verde è importante, ma qua le case non hanno i garage sotto. Ci vogliono i box, perché i parcheggi per i residenti non ci stanno.
- Ma perché non si fa uno spiazzo a parcheggio?
- Io, fosse pe’ mme, abbatterei tutto e farei tutte casette con il giardinetto, ognuno pe’ i fatti suoi e con il box auto, a due posti, come in America.
Mi fermo qui: avrete capito l’antifona.
Con questo che voglio dire? Che lasciate libere di immaginare il loro luogo di vita, le persone se lo costruirebbero a loro esatta misura: individuale, egoistica e privata. È lo stessissimo criterio con cui si votano i candidati alle amministrative: individuale, egoistico e privato.
Rispondo subito all’obiezione che vi sta pressando sulle meningi. ‘No, non è un difetto avellinese’.
Prendete Isola di Capo Rizzuto. L’ex sindaco, una donna, assieme con Libera Contro le Mafie aveva realizzato decine di progetti anti-mafia, rompendo scatole ed equilibri affaristici ed edilizi nel territorio. Orbene, ricandidata, ha raggiunto solo il 12% delle preferenze. La ‘ribelle’, com’era chiamata, dava fastidio con la sua onestà ed è stata per questo eliminata. (Al link in basso, la cronaca delle sue minacce.)
Abbiamo un bel predicare ex ante di cambiamento, rinnovamento, onestà ed equità.
A proposito di Libera, lo sapete quanti candidati hanno sottoscritto l’appello di Libera Avellino? Cinque candidati a sindaco su otto e ventisei aspiranti consiglieri su più di seicento. Non significa, ovviamente, che chi verrà eletto sarà dedito al malaffare solo perché non ha aderito, beninteso. Probabilmente, i candidati avranno sottoscritto già troppi impegni, promesse e patti per ricordarsi anche dell’appello di Libera.
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