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A quando l'Armageddon generazionale?

(L'originale su www.luniversale.it)

Nei giorni scorsi ho letto – in momenti diversi – due op-ed apparsi, rispettivamente, su repubblica.it e su D di Repubblica, il primo – dal titolo ‘Quella libertà senza futuro che impedisce di crescere’ -- a firma di Massimo Recalcati (per la sezione ‘Scrivere il futuro’) ed il secondo – dal titolo ‘Sandwich Generation’ -- di Federico Rampini (per la rubrica ‘1450 Broadway NYC’, che, suppongo, sia l’indirizzo dell’abitazione dello stesso Rampini).

All’apparenza non sembrano congruenti, ma il mio pensiero laterale li ha messi in collegamento, con il risultato cognitivo di una solenne incazzatura.

Io non appartengo precipuamente alla generazione di Rampini (gli over 55), bensì alla categoria molto più ampia della Sandwich Generation, ovverosia degli individui nati tra il 1946 e fino al 1977 che risultano schiacciati tra la cura dei figli – eternamente adolescenti – e quella dei genitori, la cui longevità arreca molti più problemi di salute e di organizzazione famigliare. L’analisi di Rampini – seppur tardiva, in quando della Sandwich Generation se ne parla da 25 anni – è corretta e posso testimoniare in prima persona. Per il momento, però, la teniamo da parte.

È l’analisi di Recalcati che trovo esagerata ed inutilmente accusatoria. L’autore nel suo op-ed s’intestardisce nell’addossare alla generazione dei baby-boomer l’intera responsabilità delle defaillances dei giovani d’oggi, generazione a libertà limitata, priva di diritture etico-morali stabili.

Secondo lo psicanalista, la generazione dei genitori “ha disertato il suo ruolo educativo ed ha consegnato ai giovani una libertà mutilata”. Sempre secondo Recalcati, “la preoccupazione degli adulti non coincide col prendersi cura. […] Come in una sorta di Edipo rovesciato sono i padri che uccidono i loro figli, non lasciano il posto, non sanno tramontare, non sanno delegare, non concedono occasioni, non hanno cura dell’avvenire.” Ma che dice mai, Recalcati?

Ci sono rimasta male. Anzi malissimo. Mi duole -- e parecchio assai -- ascoltare da uno psicanalista la stessa lamentela che i TrentaQuarantenni rivolgono alle generazioni precedenti, alimentando un malinteso ed un pregiudizio pericoloso: è colpa vostra se noi figli non abbiamo un lavoro, se siamo precari, se ci chiamano bamboccioni, se non abbiamo un futuro, se la nostra libertà è limitata. Se vi ricordate, usarono lo slogan “Padri contro figli” per boicottare la CGIL sulla difesa dell’articolo 18.

A parte che ho già avuto modo di descrivere (proprio su questa testata) come e quanto un genitore (più o meno della mia età) si prende cura dei propri figli, devo innanzitutto recriminare che i miei atti di cura, assistenza e preoccupazione nei confronti di mio figlio sono molti di più di quelli che furono dei miei genitori, perché i tempi sono cambiati, sono più tentacolari e complessi. I miei genitori delegavano molto alla scuola, cosa che al giorno d’oggi – con la denigrazione dei docenti in atto, i tagli alle risorse anche umane, alla ricerca e alla formazione – è difficile; i miei genitori avevano qualche speranza in più relativamente all’occupazione dei figli, specialmente se legata ad un’ottima preparazione accademica. Il risultato? Chi vi scrive, madre di uno studente universitario (che sicuramente diverrà di ‘lungo corso’!), ha conseguito due titoli accademici e si guadagna il pane con un impiego sottodimensionato al titolo, annaspando tra i marosi di una recessione economica associata ad una disoccupazione disperata. Come me, sia chiarissimo, sono tanti altri i genitori di figli adolescenti e tardo-adolescenti, in famiglie sempre più spesso monogenitoriali o monoreddito, al femminile.

Io sono la prima a disperarmi per il futuro negato a mio figlio e non mi sento affatto responsabile della sua libertà limitata, dato che anche io mi sono sentita mutilata nelle speranze e nelle aspettative della mia adolescenza. E, per inciso, io sarei ben contenta di lasciare prima il mio lavoro, a favore delle giovani generazioni, sebbene ci sia una tal Elsa che mi allunga viepiù l’età pensionabile. Senza parlare di tanti over 65, boiardi di Stato, pluri-pensionati con indennità di platino (ma anche lo stronzio è un metallo prezioso, mi dicono) o consulenze al rodio (altro materiale preziosissimo) che di lasciare poltrone o incarichi proprio non se ne parla, anzi ne ho sentito uno che pontificava da Lilli Gruber sui tagli ai lavoratori del Pubblico Impiego, uno che in un mese guadagna quanto me in un anno. Chissà se glielo lascia lui un pezzetto (mica sono ingorda) di posto a mio figlio.

Sarebbe facile addossare le mie infelicità, quale appartenente alla Sandwich Generation (ecco, riprendo l’op-ed di Rampini), alla generazione a me precedente e – ad onor del vero e delle statistiche – i primi rampanti ‘acchiappatutto’ sono stati proprio gli ex Sessantottini. Eppure, non lo faccio: combatto – come ho sempre fatto – il mio presente. Mentre i giovani, specialmente i trenta-quarantenni, non risparmiano feroci critiche ai loro padri.

Poi, ci si è messo anche Recalcati.

Non ci sto. Davvero non ci sto a sentirmi continuamente sotto accusa. Non ho rubato io (e quelli come me) il futuro a mio figlio (ai nostri figli), anche perché io stessa (e la stragrande maggioranza dei miei compagni di generazione) non ne ho avuto uno fulgido (stante le premesse educative), tantomeno roseo, bensì solo grigiastro. Ci avevano detto che lo studio ci avrebbe premiato, invece, siamo qui a strapparci il quotidiano. Molti sono genitori single; tanti vedono allontanarsi la pensione ogni anno di più; tanti altri sono senza rinnovo contrattuale; tantissimi hanno perso il lavoro e sono troppo giovani per fare gli esodati e troppo vecchi per riciclarsi, tante famiglie dipendono dal reddito di una madre, la quale, grazie alla maggiore flessibilità occupazionale che il mercato del lavoro impone alle donne, si danna di fatica e distrugge la sua salute. Ma dove li ha contati Recalcati, tutti questi padri che mangiano i figli? Mentre, dall’altra parte dell’Atlantico, una psicologa, Vivian Diller, ha scritto sull’HuffPo che “stiamo sovraccaricando la generazione sandwich” (lo riporta lo stesso Rampini).

Quindi, ricapitolando: uno psicanalista italiano si fionda contro i genitori, mentre una psicologa americana cerca di difenderli. Ancora la Diller (come ripreso pure da Rampini): “Alla prova dei fatti, risulta che molte di noi [le più ‘schiacciate’ risultano essere le donne, ecco perché questo è un post sulle questioni femminili] rimangono a casa ad occuparsi dei figli, dei nipoti e perfino degli anziani genitori. Le donne di mezza età […] hanno bisogno di riposarsi e recuperare l’energia per affrontare questi ruoli faticosi.”

Come negli Usa, anche in Italia sono i giovani figli che hanno ancora bisogno dei genitori, per via dello smantellamento dello stato sociale, dei tagli ai servizi ed alla sanità, del poco reddito che i giovani riescono a recuperare. Ma Recalcati continua a picchiare: “Il problema è diventato quello dell’assenza di cura che gli adulti manifestano verso le nuove generazioni, lo sfaldamento di ogni discorso educativo che l’ideologia iper-edonista ha ritenuto necessario liquidare come discorso repressivo.” Se non mi sbaglio, il teorico massimo del permissivismo educativo fu un certo Dottor Benjamin Spock, buonanima, uno che avrebbe l’età di mio nonno (controllate pure su Wikipedia).

Mi rendo conto che – in mancanza di idee e soluzioni serie – non riusciamo a far altro che accusarci tra generazioni. Mi chiedo se Recalcati abbia mai incontrato padri operai cassintegrati che non hanno soldi per pagare gli studi ai figli; se abbia incontrato madri che non riescono a fare la spesa tutti i giorni (i dati del recentissimo rapporto Caritas indicano che il 53% dei richiedenti aiuto alle strutture è donna); vorrei sapere dallo psicanalista qual è la famiglia tipo che applica i principi dell’iper-edonismo. Chi ha incontrato Recalcati per arrivare a dire che il problema dei giovani è la depressione, la quale “si spiega col fatto che la loro libertà è in realtà una prigione, perché è senza possibilità di avvenire? Cresciamo i nostri figli nella dispersione ludica mentre la storia li investe di una responsabilità enorme: come fare esistere ancora un avvenire possibile?” Siamo proprio sicuri che siamo noi a crescere i figli in tale dimensione? Le fila del Mercato, della comunicazione mass-mediale vengono tenute solo da questi disgraziatissimi genitori che stanno rovinando i figli adolescenti, anche tardivi? Tutti gli altri sono assolti?

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Tag(s) : #Sandwich Generation, #baby boomer, #conflitti generazionali, #Benjamin Spock
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