(Originale su Orticalab, al link sotto.)
(La foto della 'mia' generazione è stata scovata dal MiticoGiggino sul sito avellinesi.it)
Ho letto – come tanti – il nostalgico articolo di Albe (in amicizia. Lo conosco da tempo).
Quello che descrive – flora e fauna di via de Concilii -- non è il mio luogo di formazione, essendo io stata adolescente quando lui nasceva, nonché la sua adolescenza corrisponde alla nascita di mio figlio, il cui luogo di raduno non è più via De Concilii.
Sicchè nel solo passaggio di tre generazioni (più o meno) si possono rilevare ben tre luoghi di formazione in città. Nella nostra città! Incredibile come una piccola ‘città di paese’ (sic) possa a cadenze decennali variare i propri luoghi di aggregazione.
Per quello che riguarda la mia generazione, il movimento era concentratissimo lungo la sponda sinistra (guardando la piazza Libertà) del Corso, rigorosamente circoscritto tra il Convitto e via Verdi. Chi oltrepassava quei confini o si spostava sull’altra sponda era un disadattato, una persona anziana o un forestiero che non conosceva le ‘regole’. Via de Concilii era lontana, ignota, solitaria, praticamente era parte del no-man’s-land di quell’epoca, quando tutto nasceva e moriva tra il Pink Point (alternativa, Palestra Liceum) e la traversa del Partenio (il cinema, s’intende).
Non era facile muoversi in quell’ammasso, specialmente il sabato sera. Anche perché erano i tempi post terremoto e i marciapiedi erano invasi da tubidalmine, barbacani, muretti di sigillo. Niente cantieri: sarebbero venuti dopo. A volte, molto dopo.
Quando pioveva (cioè spesso, come adesso d’altronde) ci si rifugiava sotto i portici della Banca Popolare, ampi e comodi, grazie alle vetrate rientranti che fornivano panchine e delimitavano compagini. Chi prima scendeva per il Corso, occupava la panchina-vetrata anche per il suo gruppo di amici: la comitiva.
L’appuntamento era sempre lì: “Ci vediamo sotto la bancapopolare.” Detto tutto assieme, ‘bancapopolare’. Alcuni anni dopo, la direzione della Banca – esausta dallo sfondamento delle vetrate-a-panchina e poi perché non sembrava dignitoso quell’assembramento continuo, le cambiò in quelle attuali. In quel momento, la mia/nostra adolescenza subì un serio colpo.
Il corso era carrabile a quei tempi e pure a doppio senso, c’era una bella doppia striscia continua, terrore dei centauri. Una volta, ricordo, ero il passeggero di una Honda 400 turchese di un mio amico (belloccio e temerario ed un po’ più grande di me) che per superare la lunghissima fila di auto praticamente immobile scavallò la doppia striscia continua, correndo per circa trecento metri, in fondo ai quali ci ritrovammo un vigile urbano che mise fine all’avventura con una multa salatissima. Ma lo scuorno più forte furono gli occhi dell’intera popolazione (si fece un silenzio irreale) del Corso puntati su di noi. Suppongo che il mio amico sia andato via da Avellino da decenni perchè da quell’episodio non l’ho rivisto mai più. Manco su fèisbuk ci sta.
I sabati e le domeniche (e tutte le feste comandate) si alzava una nebbiolina di smog, per le tante auto imbottigliate a sfilare. Giusto per avere un posto a sedere alternativo alle vetrate-panchine della bancapopolare, quasi sempre già occupate.
Non c’era l’abitudine di andare nei locali, il mojito o lo spritz erano sconosciuti. Tutt’al più un gelato o una pizzetta. E poi c’era il Fraps. Il Fraps c’è sempre, c’è ancora. In certi momenti non si scorgeva neanche più l’entrata, tanti i ragazzi che premevano per entrare, per farsi vedere, per poter rispondere a chi chiedeva “Ma dov’eri, che non ti ho visto?” “Ma come, stavo al Fraps!”. Eh seee, ‘na parola trovare qualcuno al Fraps (o nei dintorni del) ai miei tempi.
Tutt’uno con il Fraps era Ananas&Bananas. Per chi, come me, stava vivendo l’epoca d’oro delle radio libere irpine, fondate e gestite dai nostri fratelli maggiori, la mecca era quel negozio di dischi. Appena si recuperavano – con le paghette o qualche regalia parentale – i soldi giusti giusti, si entrava trionfali da Ananas&Bananas, non senza aver avvertito tutti dell’evento. Si arrivava lì con già con un’idea precisa e fermarsi a guardare le cassette piene di ellepì era qualcosa che semmai si faceva dopo l’acquisto, giusto per darsi un tono. Ma di solito, con l’ultimo dei Dire Straits -- nella busta con la frutta esotica -- dopo sole due vasche per farsi vedere, ci si fiondava a casa dell’amico/a che possedeva lo stereo migliore per ascoltarlo. Erano i tempi di Christofer Cross, dell’ultimo Battisti prima di Panella, dei Rolling Stones di Miss You prima di Emotional Rescue, della famosa ed insuperabile disco Anni Ottanta, dei Police, pure i Pooh avevano una segretissima, tuttavia ponderosa schiera di ammiratori.
Poi, poi crescemmo, andammo tutti all’università. La direzione della bancapopolare (che pure quella non è più la stessa) cambiò le vetrate. La movida (perché ora si chiama movida) continua a trasferirsi secondo cadenze decennali in altre parti della città (Piazza d’Armi, i Platani, la già citata via De Concilii, un breve tratto di via Colombo, alcuni spot del centro storico), di questa nostra ‘città di paese’.
