(L'originale venne pubblicato su Ottopagine il 18 maggio 2009)
“Devi andare a Senerchia.” Partiamo, dunque.
Ovviamente si prende l’Ofantina-bis. La solita fila di camion da cui ci si libera per metà all’uscita per Montella, dove le corsie si sdoppiano. Al nucleo industriale di Nusco il traffico si dimezza ancora. Dopo Lioni rimango solo io sulla strada. Bivio di Teora, Quaglietta, circumnavigo Calabritto, quindi Senerchia. Durante tutti i miei tour irpini (per amore o per lavoro) in questo paesino non ero arrivata ancora. C’è da dire che nonostante tutto, la strada per arrivarci è più fluida che non verso Greci. Se non fosse per quei costoni di montagna che ogni tanto franano sulle strade, sotto le strade, e come zampate di dinosauri se le mangiano.
Senerchie o Senerchia? Speriamo di non fare gaffe. Accidenti, dovrei saperlo perfettamente come si chiama questo paese, fa parte del mio lavoro. Ma, che ci vuoi fare, la consuetudine del parlare quotidiano non ti aiuta a ricordare che invece è un nome femminile singolare. Un insediamento antichissimo fondato dai Picentini, trasformato in oppidum (le città non militari dei romani), ma organizzato e rifondato successivamente dai Longobardi. Sono stati importantissimi i Longobardi in Irpinia, li trovi dappertutto. All’università me ne occupai per bene. So riconoscere un toponimo o un cognome di origine longobarda e questo fa sempre colpo.
A guardarlo da sotto mi è sembrato uno di quei giochini di un tempo, dove c’era da far scendere una pallina di ferro per scivoli degradanti in verticale senza farla cadere. Le strade di Senerchia salgono e scendono.
È un paese ricostruito daccapo, il Terremoto lo ha distrutto. Per metà e forse più non ha i nomi delle strade, è quasi tutto Via Piano di Zona, la zona della ricostruzione, posta nella parte alta. È un vero puzzle con i numeri civici, sparsi alla rinfusa man mano che sono state costruite le nuove abitazioni. Sarebbe una botta di vita riordinare la toponomastica e battezzare le vie (non tanto larghe) che separano i nuovi fabbricati, tutti di color sabbia-portata-dallo-scirocco. Non c’è un Vigile Municipale, ma non ci sono neanche problemi di parcheggi introvabili, soste in doppia fila che ti attacchi al clacson, passi carrabili impediti, multe a ciel sereno o autovelox nascostissimi. Avellino e queste mie problematiche quotidiane si trovano adesso molto lontane da Senerchia.
Il Municipio non è al centro. Tra l’altro, non ho avuto la percezione di un centro-del-paese. Parcheggio con molta cura, non vorrei apparire poco urbana solo perché c’è molto spazio e assenza di circolazione veicolare.
Mi sento il solito brivido lungo la schiena di quando ero piccola e andavo per la prima volta in un posto da sola. Il fatto che ci sia un po’ di vento che agita il mio trench professionale, sotto i Ray-Ban mi sento tanto Kay Scarpetta, anche se lei è una detective (se non ricordo male) ed io non proprio. Sì, sono fuori luogo, ma io la prendo spesso a gioco.
Davanti al Comune non c’è nessuno, ma neanche lungo le vie del paese ho incrociato molte persone.
In compenso, l’aria è davvero buona e mi sembra un posto nitido e sano. Infatti, dopo, andandomene, lungo i rovi delle strade mi sono messa anche a cercare gli asparagi selvatici. Mi è parso un fatto magico, come il mitico ritorno delle lucciole nelle notti d’estate lungo le siepi. Mi ricordo di aver cercato, e trovato, asparagi selvatici anche salendo verso Assisi dalla porta di San Vetturino, però. No, decisamente Kay Scarpetta non l’avrebbe fatto.
Senerchia è un paese di confine, sta finanche dopo Calabritto. Sembra sottoposto a più spinte centrifughe, verso i paesi più grandi già in territorio cilentano o verso l’Estero.
I registri dello stato civile mi indicano che sono troppi i cittadini di Senerchia che vanno via, che sono già via oltre oceano e che muoiono. Il rapporto tra registrazioni di nascite e decessi e di 1:3 . È stato registrato un solo matrimonio durante l’anno scorso. Ormai, pare che si tenga contabilità e si registri la vita e la memoria dei residenti all’estero che da qui sono partiti, e dei loro figli nati in Venezuela o Argentina per lo più e che ora sposano persone dai tanti nomi e cognomi, come vogliono gli usi sudamericani. Senerchia è forse più viva lì nei ricordi di questi emigrati che non qui ed ora.
L’addetto all’anagrafe è cordiale. Mi chiede che strada avessi percorso per arrivare. Mi racconta del lavoro al Comune. Della poca vita nel paese. Mi sembra che abbia accettato la situazione, forse perchè è abbastanza giovane e si può ancora spostare.
I caffè che arrivano sono caldi e piuttosto buoni. Mi parla di com’è organizzato il Comune, sono pochi i dipendenti e, nonostante la routine, diventa complicato assentarsi per le vacanze estive.
Nella maggior parte dei piccoli Comuni, le carte, le pratiche in genere, i registri, gli schedari sono tenuti perfettamente, ci si riconosce in quel lavoro di cura, si cerca senso in quello che si fa, forse non avendo molto altro.
Mi viene in mente quella conosciuta poesia di Ungaretti sulle foglie di autunno, sospese. Senerchia mi è sembrato un paese sospeso, in attesa di un inverno più lungo. E dopo, ancora un altro inverno, ancora più lungo.
Per andar via verso Calabritto mi rammarico del fatto che la via interna sia interrotta per frane multiple e costoni di roccia che dirupano giù. “Ma no! C’è il cartello d’interruzione, però l’autista del pulmino stamattina ci è passato. Andate pure dottore’ che vi sbrigate prima.”
Ringrazio e metto in moto. Lo scorgo dal retrovisore che rimane davanti alla porta del Municipio fino a che non svolto la prima curva. Ad ogni altra curva successiva mi convinco che la strada all’improvviso sparirà e dovrò tornare indietro, tanto è sconnessa e fratturata, stretta e spesso sterrata. Non c’è anima viva. Poi lo vedo, il cartello “Calabritto”. Ma questa è un’altra storia.
