Uòlter l’uomo buono e pacifico, quello che conosce l’arte dello straniamento (come tecnica cognitiva di problem solving, ma anche come metodo attoriale) ed ha una soluzione dialettica per ogni problema. Ebbe la cazzimma di continuare per mesi – dopo la sconfitta del 2008 – a dire che il piddì non aveva perso, tanto era convinto della sua abilità affabulatoria.
Uòlter. L’africano; il romanziere (Berselli era convinto che avesse un ghost writer. Deve essere plausibile: io stessa conosco molti ghost writer di politici); il filantropo che regala(va?) la sua pensione di europarlamentare pari a cinquemila euri in beneficenza; che acquistò un appartamento alla figlia a New York con i proventi dai suoi libri (ma davvero tutta l’Italia legge i libri di Uòlter?); l’eterno rivale del cinico D’Alema. Sì, sì, Uòlter Gianveltroni.
Il prefisso Gian-? Semplice. Gian- come Giano, il bi-fronte; oppure come una nota catena di panifici di Roma, Il Gianfornaio, dove trovi tutti i tipi di pane. Ecco, Uòlter, il massimo della diversificazione dell’offerta, per il piacere di tutti.
L’Espresso, nel disegnare la galassia neorenziana, lo mette all’inizio della lista, assieme con (udite, udite!) il mistico della sofferenza democrat, Fassino, sindaco di Torino, ex dalemiano di ferro. Ma ci sono anche: Virginio Merola, sindaco di Bologna; Michele Emiliano, sindaco di Bari, la già citata Serracchiani, governatore del Friuli V.G; Stefano Bonaccini, consigliere regionale in Emilia Romagna. Non vi sfuggirà che questi esponenti renziani siano amministratori locali e che anni addietro costituivano il cosiddetto Correntone, orientato a sinistra del centro-sinistra. L’Espresso, invece, toppa quando mette fra gli (ex) ‘ostili’ Fioroni e Franceschini. Ciò, tuttavia, conferma soltanto la ressa a saltare sul carro. Siamo ridotti maluccio.
Questo op-ed è dedicato a Gianveltroni, però. Sapete, io lo conobbi ai tempi della sua campagna elettorale a Sindaco di Roma. Ancora si percepiva il riverbero del congresso post PdS del 2000, quello dell’I care di Don Milani. Bello slogan, senza dubbio, ma per l’ideologia (piuttosto a macedonia, secondo me) della neo-formazione di sinistra che si rivolgeva agli Italiani tutti, sarebbe stato meglio un We care. Mi avvicinai e glielo dissi. “Compagno, sono lieta di fare la tua conoscenza. Approfitto per farti una critica.” E gli descrissi la mia idea di comunicazione politica rispetto all’I care. E lui, Uòlter, con la testa prematuramente già in Africa, mi rispose citando il titolo del suo CD di raccolta brani Me, We. Introvabile perfino su Amazon.
Eccolo, il Gianveltroni, buono come il pane, adatto a tutto. Adesso, secondo me, sarebbe stato il suo momento. Infatti, alla Festa Nazionale Democratica di Genova se n’è uscito con la dichiarazione di somiglianza tra la fase del Lingotto (la sua) e la tendenza renziana della base del piddì, dopo più di dodici anni. Qualche ragione ce l'ha, però. Sia Veltroni che Renzi sono impastati di speranze e di sogni. Il primo lo era sulla frequenza americana Anni ‘70, il secondo è sintonizzato su Amici: i tempi cambiano. Cambiano così tanto che il ‘ma-anchismo’ veltroniano si è trasformato in inaspettata perentorietà pro-Renzi per il bene del partito (sottintendendo il Paese). Lo ascoltavo sbigottita qualche giorno fa su SkyTG24, Uòlter, sicuro della sua scelta, convinto, senza avversative-concessive. Mi è sembrato strano, come una vertigine, come un’aurora boreale dietro Montevergine. Eppure, non è difficile capire che Uòlter si sta vendicando di D’Alema, come pure lo sta facendo Fassino, mandato spesso a sperde, come si dice in Groenlandia (lì dove le aurore boreali ci stanno eccome). E non è la prima volta che D’Alema propone un suo candidato (lo fece con la Finocchiaro, ora tenta con l’eterno puledro Cuperlo) pur conoscendone la debolezza, ma ascoso comunque armeggia per il cavallo vincente: cummannari jè megghiu ca fottiri.
In ogni caso, come ha scritto anche Marco Staglianò, D’Alema ha sempre ragione. Sbaglia nell’azione, Baffino, perché ciascuno è vittima del proprio brutto carattere a prescindere dall’intelligenza, ma nell’analisi è stramaledettamente perfetto.
Uòlter, dicevamo, impresse al partito un’aura di leggerezza tale che a me sembrava Topolinia. La tattica di essere anti-berlusconiani nel merito, ma berlusconiani nel metodo (nella comunicazione, cioè) non è comunque riuscita a Gianveltroni, ma sicuramente riuscirà a Matteo Renzi. Il rischio è che lo stesso Renzi potrebbe marcire di tattica interna e giungere al ‘qui si parrà la tua nobilitate’ rancido di fonzismo anacronistico.
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