(L'articolo originale è stato pubblicato su L'Universale.it ieri, con il titoli "Chi ruba il futuro a chi?")
Lui è mio figlio.
Ho lasciato i miei quattro lettori a considerare i conflitti generazionali, con l’ultimo post pubblicato su questa testata.
Ritorno sull’argomento, anche perché nel Mondo Occidentale pare si stia innescando una sorta di conflitto generazionale aggravato. A leggere i giornali del Mondo Occidentale, ogni generazione pare che abbia, ovvero debba avere, il sacrosanto diritto a sentirsi derubata da quella precedente (ciò non è valido per gli alpha-boomers, i Sessantottini cioè. Ve lo dico io per esperienza diretta) e nel contempo debba essere accusata di ogni malversazione sociologica da quella successiva. Finora, solo i Millennials si salvano perché quelli che vengono dopo sono ancora troppo piccoli per capirci qualcosa, tra sensi di colpa da indurre e rivendicazioni da mettere in scaletta.
Lo spunto, come al solito, mi è stato suggerito da un articolo pubblicato sul NewYorkTimes qualche giorno fa. Approfitto dell’occasione per ribadire — per l’ennesima volta e non mi stancherò di ribadirlo ancora in futuro — che a differenza di tanti ed autorevoli giornalisti italiani, i quali leggono la stampa estera e saccheggiano a mani basse senza citare fonti articoli, report e dossier — chi vi scrive, pur prendendo suggerimenti e riportando sintesi degli articoli di stampa estera, cita rigorosamente le fonti e traccia sempre un confronto con la realtà italiana. Diciamo che mi sono proditoriamente assunta una funzione pedagogica o – se volete – digestiva, nel senso che non tutti hanno la possibilità (leggi tempo) per informarsi sulla stampa estera: lo faccio io per voi, in una sorta di ‘digesto’ commentato. Chiudo la lunga parentesi digressiva.
Nel suo pezzo, Michael Winerip — un beta-boomer come me – descrive il nuovo (e tutto ipotetico) conflitto tra la sua generazione e quella dei figli, i Millennials, scavalcando a piè pari la GenX e quella Y (da noi si chiamano TQ, ovverosia TrentaQuarantenni).
Winrip, assalito dai sensi di colpa del tipo “Voi rubate il futuro ai vostri figli!”, “Siete degli egoisti: lavoro e pensione!”, capovolge la situazione ed elenca una serie di stra-validi motivi che rimettono a posto le cose.
Poiché anche chi vi scrive si trova nella situazione di Winrip, ho ritenuto una sorta di dovere morale condividere e commentare le rimostranze del giornalista statunitense.
All’età dei suoi figli, Winrip studiava fuori casa e l’università (alloggio compreso) costava un decimo di quanto costa oggi. Se non ci fossero lui e la moglie a portare a casa lo stipendio, nessuno dei suoi figli guadagnerebbe abbastanza da pagarsi gli studi, tenendo presente che la disoccupazione sta aumentando anche negli USA (da noi invece no?). Sua figlia, tra l’altro, è anche stagista, ovviamente senza compenso (esattamente come da noi). Non può andare in pensione Winrip, perché il reddito diminuirebbe così drasticamente che non ce la farebbero a campare, avendo tutti i suoi figli (quattro) a casa con lui. E, tra l’altro, una volta ritiratosi dal lavoro per dare spazio ai giovani, i suoi figli di sicuro non contribuiranno all’economia famigliare collettiva, o al suo sostentamento. Negli USA non è detto che l’Obamacare mantenga e da noi l’IRPEF non è detto che basterà. Fine del sunto dal NYT con commento. Ora vi dico la mia.
La cosa più difficile da accettare è l’accusa di egoismo e di taccagneria che i Millennials lancerebbero (o dovrebbero lanciare, secondo questi media semina-zizzania) ai loro genitori. Uso il condizionale perché questa nuova Guerra Generazionale è stata innescata da altri che non i diretti interessati. I Millennials non si sognano neanche di inveire contro i genitori sul futuro fregato: stanno bene così: finché ci sono i genitori non si muore di fame. A casa mia non parliamo inglese ed io non sono una giornalista del NYT, con il reddito che ne consegue. A casa mia sono io la breadwinner, cioè quella che porta il pane a casa, per motivi molto personali che non sto qui a raccontarvi.
Io non rubo nulla a mio figlio, anzi lo sostengo: gli pago l’università (tasse, trasferte giornaliere — perché è un fuori sede: un alloggio in loco non posso permettermelo — , libri) e il suo tempo libero. Lo cibo, lo vesto, lo calzo. Vive con me, usa la mia auto (che rifornisco di gasolio, come sovvenziono il mantenimento e il rifornimento del vecchio scooter che il padre gli ha lasciato), ho un’assicurazione RCAuto a guida libera (che costa di più) per tutelarlo. Gli pago due sim telefoniche e due connessioni dati (ADSL e mobile); se si rompe un cellulare, glielo sostituisco. Se vuole andare in vacanza, lo sovvenziono a fondo perduto. Mio figlio non lo immagina proprio un futuro, perché i media in questo decennio non hanno fatto altro che dipingere a nero pece il futuro di chiunque. Quello dei Millennials che non sognano più; quello dei Trenta Quarantenni che ce l’hanno praticamente con tutti; quello dei tardivi boomers come me, che hanno studiato assai assai per essere pronti a ricevere un’eredità gestionale che invece i primi nati del dopo-guerra tengono ancora strettamente con sé, spessissimo combinando guasti. Un tutti-contro-tutti caotico e amaro.
Mi sono chiesta a chi giova voler mettere a tutti i costi i figli contro i genitori, come se non bastassero già le dinamiche psicologiche standard ed i conflitti generazionali di tipo classico: abiti, costumanze, amici e uso del tempo libero.
Penso che la mia generazione abbia perso totalmente, quella dei Quarantenni non ha molte speranze se continuano a pontificare e governare quelli prima di me. I Trentenni hanno più da sperare (a proposito quanti anni ha Matteo Renzi?) dall’inevitabile cambio generazionale nelle classi dirigenti attuali (la Moira Atropo taglierà inesorabile prima o poi). I Millennials, lo ammetto, sono i più sfortunati: non sono numerosi (il calo demografico è pressoché verticale) e dovranno prendersi sulle spalle il carico economico ed assistenziale dei pensionati di domani (davvero tanti, non per niente ci chiamarono baby-boomer). I Millennials non sono la Screwed Generation (Generazione Fottuta), mi sa che gli Screwed siamo noi.
Mio figlio, in conclusione, più che il futuro, mi ha pregato di non rubargli tempo con queste considerazioni tragiche (in realtà le ha definite minchiate) e, visto che ero in vena di pietà e commiserazione, mi ha nel contempo chiesto di dargli le chiavi dell’auto ed i soldi per la benzina e per una pizza con gli amici. Al prossimo che mi accusa di egoismo generazionale, gli tolgo il saluto.
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