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Le (nuvole di) parole per dirlo

Non sono riuscita a trovare un testo scritto del discorso integrale che Matteo Renzi ha tenuto dopo i risultati trionfali delle primarie di domenica. Mi sarebbe servito per fare quella che molti speech analyst e semiologi chiamano ‘word cloud’, ovverosia la nuvola delle parole, in cui vengono addensati i termini più pronunciati.

Ho ascoltato per benino tutti i 33 minuti e mezzo in una clip sul web, munita di taccuino e dito veloce sul tasto ‘pause’. Una strizzatina d’occhio alla famiglia (siamo italiani) è d’obbligo, come pure una ripassata al pantheon post-moderno (Mandela compreso). La novità è la stigmatizzazione della vergogna (tutta di sinistra) per il verbo ‘vincere’: massì, è liberatorio vincere.

Vi fidate se vi dico che il verbo più citato (al netto di ‘fare’, ‘dire’, ‘avere’ ed ‘essere’) è stato ‘giocare’, comprese le metafore calcistiche? E che il discorso era pieno di termini come bellezza, orgoglio, gioia, cuori, riscaldare, coraggio, fiducia e – già detto -- vincere? (Gli autori di Crozza, d’altronde, lo sanno da parecchie settimane.) La parola ‘sinistra’ è stata citata solo un paio di volte. Suvvia, lo sapevamo che a Renzi questa parola non è gradita: allontana l’audience e le analisi del voto hanno confermato che il successo di Renzi si deve per lo più ai non iscritti al piddì.

Tuttavia, la mia analisi di oggi è solo semantica. Renzi nel suo discorso di ringraziamento ha usato (e normalmente usa) parole calde, allegre e positive e quando gesticola è sempre includente, mai respingente. Renzi non ha usato il pronome io, bensì un ‘voi’ riferito agli elettori che lo hanno portato fin lì e un ‘noi’ per indicare chi cambierà il partito, ma anche il Paese e/o il Governo. Renzi è stato bravo a lodare e ringraziare chi l’ha votato, tuttavia vorrei sottolineare che ad un ‘voi’ elettori si è sempre più frequentemente (ed anche insistentemente) contrapposto un ‘noi-nuova-classe-dirigente, un ‘noi-giovani-ansiosi’ di meriti e rivalsa (a prescindere dalla circostanza che in Irpinia il capolista renziano fosse il sempreverde Sen. De Luca), nei confronti delle generazioni precedenti, quelle che – come da opinione comune -- avrebbero rovinato tutto. Ecco, a me qui è venuto un moto di fastidio.

Caro Renzi, sono d’accordo che il cambiamento sia necessario. Sono intimamente convinta che una larghissima consorteria intergenerazionale di ladri abbia depredato tutto, anche l’onore della nostra nazione. So benissimo che a certi livelli le parti politiche non sono più parti ma un fronte unico che si strafoga concordemente ad un solo tavolo (ieri ho rivisto il film “Viva l’Italia”, con Michele Placido, giusto per averne un resumè). Ma non mi piace questo conflitto generazionale che sub liminalmente (ma neanche poi così sub liminalmente) traspare dalle parole del neo segretario. Tolto il colore e gli ammiccamenti, Renzi dice: ‘Voi mi avete dato i voti e noi cambieremo le regole del gioco’. Noi, noi, noi… non mi piace caro Renzi, io non sono un ‘voi’ (tra l’altro non ho neanche votato domenica) e non ho mai fatto parte di un ‘noi’ vincente o rottamante. La mia generazione, al pari della vostra, è stata schiacciata per prima, con la differenza di non avere mai avuto la possibilità di recuperarci. Ora siamo ruderi senza mai essere stati edifici. ‘Vi ringraziamo, ma ora tocca a noi’, dice ripetutamente Renzi tra gli applausi. Ma io e i miei coetanei, di cui fanno parte quei cinquantenni fuori del mercato del lavoro, cui il neo segretario ha dedicato due-parole-due, genitori di figli che saranno più poveri di noi adesso, siamo stati cancellati e relegati all’oblio. Eccolo il nuovo che avanza. La socialdemocrazia stile Matteo, ovverosia il centro-sinistra senza più welfare. E fino ad un certo punto è colpa del Patto di Stabilità che vieta agli enti locali di spendere.

Il terrore del passato, delle generazioni che sono state, è apparso nella metafora sul tasto rewind. In quel pezzo di nastro di vecchia cassetta che Renzi non vuole ripercorrere ci siamo anche noi, che non abbiamo neanche fatto parte del coro. Grazie assai, dice Renzi, ma ora tocca a noi.

Caro Renzi, ora come ora abbiamo fame di giustizia, più che di merito. Abbiamo bisogno di lavoro più che di rimpiangere il Titolo V della Costituzione com’era.

Mi fa piacere che tra le cose promesse ci sia il taglio di un miliardo ai costi della politica, ma io – appena finirò di scrivere questo op-ed – devo cercare di decifrare il sito del mio Comune e calcolarmi da sola quanto dovrò sovra-tassarmi per la TARES.

Il che mi sembra proprio una beffa.

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Tag(s) : #Matteo Renzi, #Partito Democratico, #primarie
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