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Prima della pioggia

(L'originale su www.orticalab.it)

Ecco, per un paio di ore mi sono dimenticata che a neanche cento metri dal Teatro c’era un cantiere pieno di rifiuti e di amianto en plein air. E che siamo appena usciti da quella figuraccia della mostra-fiera delle bancarelle; che fra qualche settimana Avellino ritornerà famosa per la sua caratteristica più persistente, ovverosia la pioggia (avevate pensato a qualcosa di meno nobile vero?); che era l’ultimo giorno delle mie ferie (poche e praticamente in house!).

Mi è piaciuto il cartellone di Musica al Parco: ottima formula, briosa e stimolante come un gin fizz. Un grazie ed un complimento a Luca Cirpiano, all’Associazione Senzatempo e al Teatro Pubblico Campano. Bene. Ora si spera che i libri dell’Istituto di Studi Filosofici arrivino davvero ad Avellino. Giusto per elencare due o tre cose che meritano.

Ascoltare i Manomanouche domenica sera, mi ha fatto sognare di un bistrot parigino, magari in una di quelle notti da cielo blu Van Gogh, canovaccio per note e strofe musicali come poesie di Prevert. La musica Manouche sarebbe una delle diverse declinazioni del jazz, il cui esponente più famoso è stato Django Reinhardt. Ritmo cadenzato, tra lo gispy e lo tzigano, deve il suo nome da un ceppo nomade. Fine dell’erudizione. Non sono mica Gino Castaldo, io di tecnica musicale non ci capisco niente, ma di sicuro posso raccontarvi che tutte quelle note saltavano giù dal palco come un giochi d’acqua.

Chissà se davvero ci azzeccano queste mie evocazioni, ma a me davano proprio quell’impressione di francesità. Anche perché il Django (che nome da western però, e con quel cognome teutonico, poi …) più volte citato dai Nunzio Barbieri (chitarrista sannita) è un sinti belga, vissuto e morto in Francia. Tanto per rimarcare l’impressione, il terzo brano era proprio un valzer, tranquillamente ballabile in una rue fatta milonga, come un tango.

Decisamente, questa musica manouche ha più carattere — con rispetto parlando — di un altro tzigano, dal nome Goran di qualche sera fa. Che sia per matrimoni o funerali, che suoni con flute di champagne o fiaschetti di tokai, ma Bregovic una volta sentito, ti vale per sempre. Á la manouche si può suonare lo swing americano ed anche cantare quello più nostrano.

Verso la fine della prima parte, in una lunga rievocazione swing, sono entrati il ritmo ed il fischio delle locomotive verso il West, un inciso di Piazzolla, due righe di Anonimo Veneziano e una citazione da Goldfinger.

Alla fine dei fraseggi tra i quattro musicisti, il contrabbassista si è ritrovato accartocciato al suo contrabbasso. Se non fossimo in un mondo a geometria euclidea, questo grosso violino che è il contrabbasso era come cresciuto tra le braccia di Gianludovico Carminati grazie al fungo del Brucaliffo di Alice.

Nella seconda parte, arriva Elena Colombatto, voce. Tra le altre, canta "Guarda che luna…" Non era piena, non era blu, le nuvole non l’avevano coperta, non c’era il mare — che fu pure di Fred Bongusto — ma era un piccolo attimo di felicità.

Dietro l’angolo c’era il cantiere di cui prima. L’indomani sarà stato un altro giorno, decisamente meno felice. E non per la pioggia.

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Foto: courtesy di Antonio Bergamino
Foto: courtesy di Antonio Bergamino
Foto: courtesy di Antonio Bergamino
Foto: courtesy di Antonio Bergamino
Foto: courtesy di Antonio Bergamino
Foto: courtesy di Antonio Bergamino
Foto: courtesy di Antonio Bergamino
Foto: courtesy di Antonio Bergamino
Foto: courtesy di Antonio Bergamino
Foto: courtesy di Antonio Bergamino
Foto: courtesy di Antonio Bergamino
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Foto: courtesy di Antonio Bergamino

Tag(s) : #Manomanouche, #Teatro Gesualdo, #Avellino, #jazz, #Django Reinhardt, #Luca Cipriano
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