L’ho letto in due ore circa in un pomeriggio ozioso d’estate, sul divano di casa.
Sì, è vero, è il libro scritto da un amico/compagno di liceo di mia sorella. Ma ciò non depone rispetto alla benevolenza.
È il libro di un docente di economia aziendale così lo stile, nonchè metà dei contenuti di questo “Umano errare” (pagg. 155 per i tipi di Albatros) ne risentono alquanto, ma nulla cui non possa essere posto rimedio con il tempo e l’applicazione. Con la dovizia ed il candore dell’accademico, l’Autore appassionato non avverte che c’è qualche tecnicismo (stilistico e lessicale) di troppo, ma se vorrà continuare a scrivere narrativa dovrà limitarli. Siamo pronti a dargli una mano, con affetto e simpatia.
Certo, narrare di sentimenti e lacerazioni emozionali, immersi in dinamiche aziendali e organizzative è sforzo sovrumano, ma Piero Mastroberardino ci prova e noi gli riconosciamo l’impegno e la nitidezza espositiva, più che il ‘colore’ o la poetica.
Plot accattivante (con diversi finali potrebbe adattarsi per una miniserie televisiva di successo o un drammatico cinematografico), con gli ingredienti classici: odio/amore, rivalità, intrighi, vincitori&vinti, amori non corrisposti (nessuno va a buon fine), morte, partenze, addii, posti dell’anima, mari&tramonti.
Gli archetipi ci sono tutti: la super manager solitaria che soccombe negandosi sempre l’amore (ne ho conosciuta qualcuna), il manager di classe che vince senza sforzo (chissà perché, ma me lo sono prefigurato con le sembianze del Direttore di Limes), il fuoriclasse indipendente (magari con capelli longuette, biondastri, un filo di barba, amante del surf), l’arrivista miope (l’ho immaginata brunetta, scattante, sguardo furbo, ma esperienza poca), altre pedine inquiete.
Emerge, ma solo un occhio attento può percepirlo, una volontà di confessarsi, almeno nelle emozioni, ma – ripeto – la gabbia ‘professionale’ di Piero è un filtro potente. Urge rilassarsi!
Immagino che qualcuno si sia chiesto cosa c’entri il viaggio del titolo. Semplicemente Piero (in amicizia, anche perché ha un cognome lungo assai) tenta un viaggio in sé stesso, seppur nelle fattezze della rappresentazione di una commedia umana, sul cui proscenio si affacciano vari e diversi personaggi a giocar una partita a scacchi: chi per vincere la vita, chi la libertà, chi il dolore, chi la solitudine.
È un viaggiare ancora timido -- devo dirlo -- perché manca il coraggio di discendere ‘negli inferi’ delle proprie debolezze e ritornare più forti, più consci, più adulti.
Perché è solo il viaggiare, più che l’età, l’unico strumento per crescere e per diventare davvero ciò che si è.
E con quest’ultima frase metto assieme Indie Jones, Nietzsche e Daisaku Ikeda. Crepi l’avarizia!
mkb
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