Ieri, sulla strada per andare al lavoro, ascoltavo Aldo Cazzullo intervistato alla radio. Cazzullo presentava il suo ultimo libro (“Basta piangere”) in cui analizzava la sua generazione (che è anche la mia) e cercava di trarne insegnamenti per la generazione dei suoi figli, ora adolescenti. Il libro di Cazzullo parla anche di me, nel senso generazionale, ovviamente.
Rapidamente, il giornalista-scrittore ha elencato le differenze tra noi e i nostri figli, nonché tra noi e i nostri genitori, comprese le differenze di opportunità comunicative (leggi: internet) e di opportunità di vita (leggi: mercato del lavoro, depressione economica). L’Autore conclude, comunque, con un messaggio di speranza, giusto per non deprimerci ulteriormente.
Il libro, tuttavia, è per noi, in una sorta di amarcord che evidenzia un aspetto fondamentale delle generazioni succedutesi dopo i Sessantottini: la nascita dell’Individualismo.
Ad intervista terminata, ho cominciato anch’io a recuperare nei ricordi gli indizi dell’individualismo che attualmente è la nostra dannazione e la Causa Prima della nostra mancanza di efficace indignazione per tutte le cose storte nel nostro Paese, ma non solo del nostro. L’individualismo ha colpito tutto il mondo occidentale, con picchi parossistici negli USA, ma ha avuto soluzioni che altrove non hanno significato la debacle valoriale e comportamentale che viviamo noi Italiani. I Paesi in via di sviluppo e i BRICS non sono vittime dell’individualismo, anche perché tale atteggiamento nei confronti della società ne avrebbe impedito e ne impedirebbe lo sviluppo economico.
Una forma di reazione alle aperture del Sessantotto ha condotto i nostri genitori a costruire dei gusci mentali alle nostre aspirazioni, spingendoci alla competitività, all’iper-training, nel senso che abbiamo studiato tanto per diventare i migliori. Ma non ci è servito a niente, perché quelli prima di noi non hanno lasciato i loro presìdi. Questa iattura (o questo attaccamento piuttosto feroce) si è riverberato alle generazioni successive, le quali a loro volta maledicono chi viene prima di loro, cioè … noi.
Tutto è andato in discesa dagli anni Ottanta ad oggi, perché l’accaparramento delle risorse e dei posti al sole ha escluso tutte le generazioni successive. L’unica reazione (la più istintiva, purtroppo, ed anche la più sbagliata) è stata quella di proteggere a nostra volta i nostri figli, aumentando in loro le incertezze nell’affrontare un mondo-savana o un ambiente-giungla. Non abbiamo instillato loro il valore della solidarietà e dell’uniti-si-vince. Li sproniamo a difendersi piuttosto che aprirsi. Vorremmo risparmiare loro i disagi di una vita di precariato e di privazioni, ma abbiamo prodotto quei ‘bamboccioni’ che i nostri governanti ci rimproverano. Facile per loro, appartenenti ad un’enclave dorata, in cui il futuro dei loro rampolli è garantito dall’appartenenza alla rete che conta.
Diventa necessario che questi nostri figli debbano gioco-forza slattarsi. Mi sono accorta che è un’impresa immane: l’individualismo è l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo. Istigazioni al selfish sono onnipresenti: dalla comunicazione pubblicitaria alle modalità di fruizione del patrimonio tecnologico comunicativo. I social network sono in fondo poco social, perché costruiscono minuscoli sistemi solari in cui siamo noi al centro, rafforzando la convinzione che è tutto il resto a gravitarci intorno. Per capire quanto individualistici siano i social, basti pensare alla dilagante costumanza di scattarsi le foto e di cambiare freneticamente ed ossessivamente le foto del profilo e di copertina, in un’orgia autocelebrativa: io qui, io lì, io d’estate, io d’inverno, io con gli occhiali, io con la birra, io che mi sto scattando una foto allo specchio…
La lettura degli status e dei profili ci da più inquietudine che benessere, perché il crescente tasso di egoismo, di individualismo e di auto-referenzialità altrui cozza con il nostro. Proprio recentemente, è apparso uno studio in cui si analizza il sentimento di antipatia e di fastidio quando vediamo le foto del favoloso viaggio all’estero del tipo o della tipa, o quando leggiamo la lista delle cose positive che costoro hanno fatto o che sono loro capitate. È banalmente semplice: ci da fastidio che il loro individualismo (che appare vincente) sia maggiore del nostro. Indubbiamente, ci sono situazioni in cui cerchiamo di apparire fighi/felici/vincenti mentre non lo siamo, ma è per darci un tono, perché è così che ci si comporta in un social. Rimane comunque il dato inconfutabile che la dimostrazione pavonesca e glam (ma diffusissima) di foto dei loro viaggi, dei loro breakfast e/o brunch, dei loro check-in agli aeroporti, degli shopping-mall che visitano, nonché delle languidezze artistiche e di design nei loft metropolitani (specialmente se filtrati con Instagram) ci spingerebbe – e spesso ci convince proprio -- all’oscuramento del profilo dell’amico/amica.
I messaggi pubblicitari, però, sono peggiori, perché li subiamo passivamente. Prendete ad esempio alcune recentissime pubblicità di case automobilistiche. Uno slogan recita: “XXX proprio come te”. Un altro: “Non confonderti, non restare nell’ombra, non uniformarti.”
Anche per le caratteristiche negative si tende all’individualizzazione.
Come questa banalità semantica “Un italiano su due perde i capelli, specialmente in autunno.” Significa che normalmente in autunno cadono i capelli, ma la circostanza per quanto comune e diffusa viene presentata come a) una patologia e b) come una cosa che colpendo tutti ci rende … uguali. Pelamarònna, uguali no, uguali mai! Correremo a comprare lo shampoo che ci permetterà di uscire dalla bolgia affollata ed amorfa.
Ancora sui capelli. Uno shampoo antiforfora usa l’individualismo per circoscrivere e additare il povero forforato, come se dicesse “Vuoi rimanere solo tu ad avere la forfora?”. Individualisti sì, ma non nelle disgrazie.
Anche la fallimentare propaganda ENEL sui #guerrieri (di cui scrissi qui: http://www.orticalab.it/Da-vittime-a-guerrieri-l-eroica) si basa su individui singoli, tipo ninja de noantri.
Qualcuno dice che le pubblicità seguono la cultura imperante, non la creano. E ciò mi sembra abbastanza esatto. Ciò non di meno, però, la corroborano, la rinforzano, la difendono.
Morale? Rimarremo individualisti ancora per molto tempo. Con buona pace del messaggio di speranza di Cazzullo.
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