(L'articolo originale venne pubblicato su Ottopagine il 4 gennaio 2010)
Eccomi ad Altavilla in un assolato sabato di novembre. È una giornata splendida per il clima e per la luce che illumina tutti i colori del foliage autunnale. Mentre percorro la Nazionale ammiro l’intera palette dei colori caldi e allegri che l’autunno in Irpinia sa comporre. È un vero spettacolo.
Seguo il tracciato di curve – su di un asfalto spesso seghettato da micro frane - e ripesco i ricordi di quando da piccola capitavo con mio padre ad Altavilla. Mi ricordo che la domenica c’era (ma vi è tuttora) un ricco mercato, mi ricordo che se ne parlava come di un centro vivo ed importante e mi ricordo l’ampio corso che confondevo con quello di Pratola Serra, ma ero piccola e per nulla “toponomista”.
Parcheggio dietro il Municipio, in un’area recuperata dove c’è anche un ponte dedicato ai Caduti di Nassirya.
Proprio oggi è in programma la celebrazione dei Caduti delle Guerre. Saluto il Sindaco per incontrarci dopo. Approfitto per chiacchierare a modo mio con Assessori, Consiglieri, addetti all’anagrafe e amici. Cominciamo dalla demografia, appunto. Ad Altavilla vivono poco più di cinquemila abitanti, di cui il 60% sono donne, va da sé. Il saldo naturale tra nascite e morti è negativo. Anche qui i giovani vanno via.
La storia del paese parte dagli Hirpini, ma Altavilla diventa nota quando un esponente dei De Capua (vassalli del feudo normanno) dà al centro di Scandiano il nome odierno in onore delle origini dei feudatari: Hauteville. Bello, non c’è che dire. I Normanni mi stanno pure simpatici, sono passati anche per la Puglia (anzi di più) ed il paese dal quale proviene la mia famiglia è segnato da una robusta marca genetica normanna.
Incontro Amerigo, il quale tra l’altro, è il Presidente di una cooperativa di servizi sociali del posto. Mi parla della risposta socio-assistenziale data alla popolazione. Si rammarica molto per la mancata assegnazione al Comune del punto 118, dell’emergenza sanitaria, cioè. Mi racconta di alcuni decessi che potevano evitarsi se solo avessero avuto le ambulanze. Altavilla è equidistante da Avellino e Benevento, ma nel raggio dei fatidici 20 minuti salvavita non c’è un presidio di emergenza medica. Il problema è di tutti i Comuni ricadenti nello stesso range di operatività. Sono anni – venti, per la precisione - che la Regione promette, delibera, dimentica, viene sollecitata e si sorprende, torna a promettere e dimentica nuovamente. Amerigo è veramente costernato. Lo vedo da quanta foga mette nel raccontare e nel protestare. Amerigo, alto e atletico, è anche un campione di judo che organizza corsi per ragazzi disabili. Altavilla ha un bel rapporto con lo sport. Mi parlano di molti campioni e campioncini di varie discipline, natii del posto. Giovanni Feola, per esempio, era un motociclista campione delle 450 ai primi del secolo. Un grande che morì in un incidente stradale sulla via Emilia. Oddio, non fu proprio così accidentale l’evento, era davvero bravo e dava fastidio. Accanto alla strada che porta il suo nome, l’Amministrazione sta ultimando un centro polisportivo.
Sono in costruzione una piscina semi olimpionica coperta e un circuito ciclabile. Ma esistono già un campo giochi per bambini e due tendostrutture, si può fare calcetto e tennis, anche all’aperto. Lo sport è una delle risposte sociali più incisive che l’amministrazione rende alla cittadinanza.
C’è una bellissima storia che lega il Comune, lo sport ed i lavoratori delle miniere di zolfo, le quali per decenni hanno inciso su ogni aspetto della vita di questo paese. Il vecchio campo sportivo (regolamentare) di Altavilla venne costruito a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 su di un terreno di proprietà dell’allora padrone delle miniere – Capone, che fu amico di Garibaldi - e dato in comodato secolare al Comune. Ebbene, i minatori regalarono una loro giornata lavorativa per spianare la terra e allestire un minimo di strutture. Questa cosa mi commuove e cerco d’immaginare Altavilla ai tempi delle miniere. Con Claudio, amico e collega di lavoro, ripercorro, attraverso le testimonianze ancora presenti, la storia delle famose miniere di zolfo, che tanto sviluppo (in ogni senso) hanno portato ad Altavilla. La fondazione della SAIM risale al 1918, dall’unione di altre aziende più antiche nate nella seconda metà del 1800, di cui una denominata Miniera Sociale, nome che testimonia anche il clima cooperativo in cui nasceva l’impresa. Nei momenti migliori, furono occupati circa 900 addetti su tre turni nell’arco delle 24 ore e sicuramente era il posto di lavoro più grande ed importante di tutto il Sud d’Italia, una cittadella satellite di Altavilla che comprendeva anche uno spaccio aziendale con annessa farmacia. L’azienda, il lavoro stabile ancorché faticosissimo, l’occupazione, l’indotto (che impiegava altri 400 artigiani vari) e l’arrivo di manodopera da altri comuni e province hanno avuto i loro effetti che ancora si riverberano nel paese sottoforma di orgoglio, ma anche di rimpianto. Ci fu uno sviluppo economico e culturale importantissimo, come in nessun’altra parte del Mezzogiorno. Il Paese arrivò a contare circa 9000 residenti. Richiamava artigiani esperti da fuori – fabbri, falegnami, carpentieri, scalpellini – e tutto ciò portava fermento, solidarietà, cooperazione. C’erano tutti gli ingredienti per il riscatto di una terra del sud, piena di sole e adagiata tra colli e vallicelle. Raccontando e camminando, arriviamo nella zona nord est del paese e alla mia sinistra vedo i colli del Sannio, dietro i quali spunta brulla e rocciosa la cima del Taburno.
