È per via della mia indole da motore diesel -- niente scatti, cioè -- se alla notizia del sequestro di atti trentennali da parte del Procuratore Cantelmo, (qui: http://www.orticalab.it/Le-mani-della-Procura-su-30-anni) non ho fatto un salto di esultanza. Ci starebbe, comunque, un salto triplo.
Quello che provo è un caos calmo. Fremo dentro. Mi sembra stia per accadere un miracolo: riacquistiamo la vista.
Per anni, noi avellinesi abbiamo accettato e acconsentito a che la politica – avendo confuso e mistificato il ‘bene comune’ con il ‘vantaggio privato’ – attuasse pratiche gestionali ed amministrative spurie (usiamo un eufemismo), talvolta subdole e impercettibili, talvolta eclatanti e sfacciate. Attraverso una continuità impunita si sono consolidate nel tempo e si fa fatica oggi ad avere l’esatta contezza del livello di malversazione, di corruzione e di distrazione (che sia di attenzione da parte della popolazione, ovvero di risorse pubbliche dal loro uso collettivo e onesto). Trent’anni di guasti sono tanti (praticamente, dal terremoto 1980) e noi in tutto questo tempo abbiamo perso la bussola: non abbiamo più capito, né visto molto bene.
La lamentazione di questi anni è divenuta via via più un esercizio di retorica abituale nonché argomento meteorologico che cosciente preoccupazione sulla capitolazione etico-morale della nostra comunità. Il prosciutto dinanzi agli occhi ce lo siamo messi da soli, ogni qual volta abbiamo varcato la soglia del seggio elettorale.
Quando, la primavera scorsa, ho girato un po’ di strade per raccogliere voti, in quanto candidata al consiglio comunale (i miei trenta e più resoconti li trovate qui: http://karli.overblog.com/tag/amministrative%202013/3 ), molti amici, di quelli stretti stretti, mi hanno candidamente negato il voto, perché dovevano ringraziare questo o quel tipo, per i piccoli o grandi favori ricevuti e per quelli che avrebbero chiesto. È il sistema.
Di che ci scandalizziamo? È nella nostra natura (il potere è catalizzante) e nella nostra antropologia di sudditanza opportunista. Sì, certo, si potrebbe risalire a tante altre cause e ragioni che spieghino i nostri sbagliati modi di concepire il potere, la cosa pubblica, il vantaggio, il vivere in una collettività o la solidarietà. Tuttavia, è assodato che trattasi di un sistema la cui pervasività ha lentamente modificato il DNA cognitivo, influenzando la percezione delle cose e inficiando l’attività decisionale. Anzi, la capacità di discernere e di agire moralmente.
Chi ha protestato è stato tacciato di allarmismo, spesso considerato un esagerato: non può – ci si è illusi – una piccola Città scendere così in basso. Eppure, ci siamo ritrovati sul fondo di una fossa, alla cui oscurità, purtroppo, ci siamo colposamente assuefatti.
C’è un piccolo racconto di H.G. Wells, “The Country of the Blind”, una metafora sull’adeguamento al peggio degli uomini, i quali diventano ‘ciechi’ laddove lo sono già tutti, per conformismo, per abitudine, perché diventa normale. Wells non critica i ‘ciechi’ né indaga sulle cause della cecità di questo popolo leggendario, perso nelle Ande -- a trecento miglia da Chimborazo, racconta la storia -- bensì analizza il sottile e pericoloso percorso cognitivo ed etico che omologa e trasforma in ciechi anche i forestieri che vi giungono, dimostrando che ci vuole molta forza e un lampo di resipiscenza per decidere di scalare la montagna ed uscire dalla vallata maledetta, prima di perdere definitivamente la capacità di vedere esattamente le cose come stanno.
“Generazione seguì a generazione. Dimenticarono molte cose; ne inventarono altre”, scrive Wells. È successo così anche a noi.
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