Il bello del mestiere del giornalista è che ti trovi un giorno a descrivere, un altro ad indagare, un altro ancora a stigmatizzare, ma anche – e meno male – a raccontare qualcosa di non arrabbiato, o di inusuale. Ci riflettevo domenica sera, quando, per via del rigore non concesso al Toro, un incazzato Gramellini – tutta la Fazio’s Band, però, è meglio che spariscano un po’ dalla scena perché sono inflazionati e non tirano più – discettava di come la rabbia abbia preso il sopravvento stilistico, estetico, giornalistico, oltre che antropologico, e di come, invece, sia terribilmente difficile parlare di cose positive, o di cose che funzionano. O di cose fuori del mainstream (la corrente principale di opinione pubblica), aggiungo io. Be’, nei panni di Gramellini, io mi sarei fermata lì. Se non fosse stato per Faziofazio, il quale ha rincarato la dose lamentandosi che occorre parlare di bellezza e di gioia&felicità… insomma tutta roba fantastica se non fossimo in tempi di grossa crisi. Parla facile Faziofazio: lui non ha problemi nello sbarcare il lunario e si può dedicare alla bellezza.
Finisce che con tutta questa melassa rancidella l’òdiens manda ramengo una corazzata come la RAI con tutto Sanremo: la gente vuole serietà, vuole capirci, innanzitutto. La gente vuole intelligenza. Se Faziofazio – dopo cinque giorni di Sanremo – costruisce una puntata domenicale sul festival, usa male la sua intelligenza e parimenti confida nella scarsità d’intelligenza degli spettatori di Rai3. (Magari, quando ci si accorgerà pure che l’intelligenza di Matte Orenzi è usata per fare fessi gli Italiani sarà sempre troppo tardi. Ma tant’è. Si riderà poscia.)
Su di un fatto Gramellini ha ragione: troppa rabbia (o meglio rabbiosità) ci fa perdere il significato della realtà ed il senso da dare ad ogni eventuale proposta di soluzione dei nostri guai. Privati e pubblici. (Chi pensa che il riferimento sia ai grillici fa peccato.)
Non siamo gente, noi italici, da meditazione o ‘mindfulness’, come si porta dire oggi: noi siamo nipotini degli Elleni ed è solo con l’intelligenza filosofico-speculativa che sappiamo tiraci fuori dai guai. Stavo per scrivere ‘casini’, ma mi son ricordata dove volevo andare a parare oggi: vorrei, appunto, parlare di un’intelligenza di tipo ellenico.
Ci fu chi lo descrisse ‘intellettuale della Magna Grecia’ (l’Avvocato buonanima), dimenticando che proprio nella Magna Grecia nacque il fior fiore di pensatori e filosofi della più compiuta democrazia occidentale, quella ellenica, appunto. L’Espresso una volta iniziò con un orrifico “Dorondondario” un reportage sul viaggio del Nostro in Canada (questa ed altre amene – lo sono davvero – cronache di potenti nel libro di Denise Pardo “Razza Cafona”), eppure, giratela come vi pare, ma – fatta la tara su ogni cosa abbia fatto di sbagliato Ciriaco De Mita – un ceffone intelligente l’ha piazzato a tutti, dal palco del congresso dell’UDC.
“Romani, amici, miei compatrioti,
vogliate darmi orecchio.
Io sono qui per dare sepoltura
A Cesare, non già a farne le lodi.
Il male fatto sopravvive agli uomini, il bene è spesso con le loro ossa
Sepolto…”
Lo riconoscete, vero? È l’incipit dell’orazione funebre alla morte di Cesare, dalla tragedia di William Shakespeare. A me quest’orazione è sempre piaciuta, perché è un capolavoro di arte della persuasione: Antonio usa l’intelligenza. Sono tempi concitati per la Roma Antica. La gente non comprende bene la transizione dalla democrazia alla monarchia. C’è Bruto che immagina di fare una cosa ‘democratica’ uccidendo Cesare, colpevole di ogni nefandezza. A noi, spettatori del Globe, e ad Antonio non importa se sia vero o no: è in gioco la pace civile di un impero ed Antonio deve usare l’intelligenza per riportare un popolo -- infervorato, rabbioso (riecco Gramellini) e aizzato dal sangue -- al ragionamento restituendo loro la capacità di discernimento. Noi, spettatori del Globe, rimaniamo incantati ad ascoltare l’intelligenza di Antonio che parla.
L’Irpinia, o l’UDC, non sono Roma. Non c’è nessun Cesare da seppellire, nessun Bruto da neutralizzare. Non ci sono riferimenti ad eventi e persone reali, tranne che per l’uso dell’intelligenza. E di questi tempi, è merce rarissima. Ho preso le parole di De Mita e -- sfrondate da ogni contesto, da ogni cronaca, da ogni sbaglio -- per un attimo, un attimo soltanto, ammetto di riconoscergli quello che tantissimi altri politici non hanno: la capacità di ragionare. O quantomeno – riprendendo il filo dell’ultima rubrica (qui: http://www.orticalab.it/Se-a-decidere-non-siamo-noi) – di saper usare la logica e non le supercazzole o la rabbia.

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