Come da significativo martellamento della scorsa settimana, ho avuto l’onore di presentare al Circolo della Stampa di Città un convegno sulla prevenzione oncologica.
Poiché la prima e fondamentale prevenzione avviene attraverso l’alimentazione, eccomi a chiacchierare sull’argomento. Ovviamente, a modo mio: questa è la stanza tutta per me.
Non sto qui a ripetere il valore, innanzitutto psicologico e simbolico, del cibo, tanto che programmi di cucina impazzano e nella grossa morìa di vacche che affligge l’editoria, si salvano solo i libri di gastronomia.
Tuttavia, così, come c’è una forma di culto per la gastronomia, parimenti c’è una sorta di religione rispetto alle diete.
Mettiamoci, inoltre, che siamo alle porte dell’estate e si comprenderà come mai i sensi di colpa sugli abusi alimentari ci inducano a prendere drastiche e talvolta nocive decisioni rispetto alle privazioni alimentari.
Per quello che mi è toccato di capire e sperimentare, non esiste la dieta perfetta. Ciò non significa che abbiamo, quindi, l’autorizzazione alla ’scofenatura’, cioè all’ingurgitamento indiscriminato. In altre parole, non possiamo ritenere che le lasagne, il soffritto, ’a carnë ’e puorchë chë ’e pepainë, solo perché tradizioni locali di un Paese mediterraneo (il nostro), entrino d’ufficio a far parte della dieta mediterranea, che è proprio tutta un’altra cosa. (Non mi sto inventando lingue, ho solo utilizzato un grafema più appropriato per rendere lo schwa, come da articolo precedente in questa stessa rubrica.) Come hanno detto le mie amiche Katya e Giulia durante il convegno, la dieta mediterranea rappresenta l’unico caso di bene immateriale divenuto patrimonio dell’UNESCO, ciò significa che ha un valore storico e culturale, oltre che medico. Il problema è che noi scambiamo la dieta mediterranea con la pizza, la pastasciutta (matriciana, carbonara, cacio&pepe, bolognese, genovese...) e le mozzarelle, roba che non è propriamente salutare in termini di corretto approvvigionamento calorico.
Neanche si può fare esattamente l’opposto, aderendo alle diete iperproteiche, tipo niente pane&pasta, ma avanti tutta con le carni. Infatti, questa è la contro religione di stampo americano. Ma negli USA, terra di eccessi (l’obesità è endemica oltre Atlantico) la situazione si aggrava, a causa della prospettiva ideologica di una redenzione attraverso lo sforzo personale. Questa ultima biblica affermazione non è che la sintesi di un concetto espresso da Gilbert Seldes: l’idea che scegliere i migliori comportamenti e i migliori consumi possa trasformarci in persone migliori. Seldes è un esperto di riti, religioni, movimenti e sette ed è convinto che la maniacalità degli Americani rispetto alla ricerca di un metodo per immaginarsi migliori derivi loro dalle conseguenze del cristianesimo riformato, che ha come fissa la purificazione delle anime e dei corpi. (Se poi ci riescano davvero, è altra spinosa — nonché ridicola, per noi alunni del Prof. Bellavista — questione.) In soldoni, se mangio roba ’giusta’, ’pura’ e ’perfetta’ mi salverò, perché il Signore apprezzerà il mio sforzo. Le religioni, per la verità, sono già piene di prescrizioni e divieti sul cibo, talvolta temporali (Quaresima, Ramadan e shabbat), talvolta qualitative (kasher/kosher, niente alcool, niente carne di maiale, niente latte...), ma sempre per ragionati motivi igienici legati ai luoghi storici. Comunque, a me la cucina kasher mi piace assai e a Roma la sanno fare bene.
L’ossessione è tale che lo stesso soddisfacimento delle prescrizioni di purezza nella ricerca dei cibi ’giusti’ è diventata una religione di per se. Nascono, sempre più negli USA, supermercati esclusivi, quasi club, con tanto di tessera ed iniziazioni, sorta di gruppi di acquisto solidale a prezzi altissimi con la pretesa di altissima qualità. Il diktat è: cibi migliori per persone migliori. In questa accezione, a volte cibo migliore significa anche cibo al limite dell’edibilità: senza zucchero, senza sale e — ultima tendenza — senza glutine.
Assistiamo ad un dilemma esistenziale — o ad una esaltazione massima — quando conosciamo un ebreo che oltre a cibarsi kasher cerca anche cibi gluten-free, iposodici e ipo-calorici: sta ’nguaiatë assajë.
Conclusioni. L’obesità è un problema moderno, quindi legato al benessere, alla globalizzazione e alla industrializzazione degli alimenti. Fatevene una ragione e cercate solo di mangiare semplice e soprattutto poco. Potete consolarvi saltuariamente — molto saltuariamente — con una pizza o un grandioso baba’ (l’originale è SENZA panna, mi raccomando), ma anche con una frolla di Attanasio e dintorni e sentirvi nu rre, evitando di scomodare le religioni.
Se volete saperne di più, c’è un bel libro dal titolo "A qualcuno piace piccante" con una selva di peperoncini rossi in copertina, come il simbolo di questa rubrica.
E comunque, viva gli struffoli (con la scorzetta di arancia candita nel miele), anche se non è Natale!
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