La notizia è questa: il CENSIS ha calcolato che 10 ricconi italiani guadagnano quanto 500mila famiglie di operai. Duemila ricconi italiani, pari allo 0,003% dell’intera popolazione, possiedono il 4,5% della ricchezza nazionale. Le disuguaglianze aumentano. Al Sud c’è il 33% di probabilità in più di diventare poveri, contro il 10,7% del Nord e il 15% del Centro. Al Sud si corre più il rischio d’indebitarsi, che non nelle altre parti del Paese.
Le disuguaglianze economiche, oltre che nei consumi (tagliatissimi), si riverberano anche nelle scelte di vita: sposarsi, avere figli, rimanere nel luogo di origine, oppure divorziare.
L’amore ai tempi della crisi è difficile, quasi amaro. E pure triste, perché, come tante altre cose, non ha prospettive. Ovviamente, mi riferisco a quelle fasce di popolazione (la maggioranza degli Italiani) che non hanno un’autonomia economica tale da sopravvivere con dignità, ovvero che appartengono all’ex ceto medio in caduta libera.
Va da se che, comunque, gli ottanta euro decretati non risolvono le sorti di un Paese, non risollevano gli spiriti, né giovano all’amore. Con 80 euro viene solo il dubbio quale bolletta pagare per prima. (A proposito di bollette. Avete letto della proposta di pagare il canone televisivo per tempo di fruizione? A me, pare una cosa buona: finalmente la gente smetterà di vedere programmi ‘o-scemi’.)
Dunque, l’amore e l’economia sono più collegati di quanto non s’immagini. Secondo l’ISTAT (indagine del 2013), un futuro incerto condiziona “altri ambiti esistenziali, come quello affettivo e sentimentale”, si legge sul sito «D di Repubblica» di qualche giorno fa. Molte sono le indagini effettuate nel mondo occidentale in cui la tendenza pessimistica negli affetti viene ripetutamente confermata. Se per circa due terzi degli uomini intervistati nelle varie ricerche, il frequentare una donna disoccupata non rappresenta un problema, l’inverso, purtroppo, preoccupa fino all’ottanta per cento delle donne (cifra assoluta rilevata in Spagna). In caso di coppie sposate, la disoccupazione del marito è uno dei motivi di separazione. Sono i soldi il collante delle coppie, non l’amore. La maggior parte delle liti avviene per motivi economici. E il 64,2% delle coppie italiane sposatesi dal 2009 in poi è in regime di separazione dei beni e ciò la dice lunga sul colore delle prospettive economiche. Ci si sposa tra ricchi perché le asimmetrie economiche e di censo rovinano le unioni. Non ci si sposa tra poveri (non funziona più il ‘due cuori e una capanna’) perché quasi sempre finisce in dramma. Infatti, sono le classi meno abbienti a ricorrere al divorzio appena possono permetterselo economicamente. Significa che le ristrettezze economiche costanti e la poca serenità finanziaria della coppia, in ogni caso, logorano i rapporti e, appena si può, ci si divide.
La rovina dei matrimoni non è perdere tempo sui social network (come urlano gli apocalittici), bensì troppi soldi o troppo pochi. Avere troppi soldi implica la possibilità di comprarsi tutto, anche una nuova libertà coniugale (tuttavia, una ricerca USA ha rivelato che i ricchi non divorziano così frequentemente, neanche in presenza di tradimenti).
Avere poco denaro implica litigi continui sulle spese. Avere abbastanza - cioè non molti, né pochi - soldi, invece, ci rende abbastanza tolleranti con il coniuge perché ci consente di avere una casa con due bagni, con un po’ più di spazio da ritagliarsi. Oppure, ci consente di andare in vacanza. Anche un brusco cambio nelle finanze crea instabilità nella coppia, sia nel caso di perdite economiche, come in questa lunga crisi, sia nel caso di improvvise fortune, in cui le sopraggiunte possibilità materiali svelano intolleranze latenti e prospettive di cambiamenti entusiasmanti.
Chi è disoccupato tendenzialmente sceglie di non sposarsi. Non solo non ci sono soldi per la cerimonia, ma ancor meno per sostenere una famiglia.
Eppure, una proposta conveniente ci sarebbe. Sposare un contadino. Pare che di questi tempi un farmer (un contadino) sia meglio di un banker (banchiere), come diceva il «Time» già qualche anno fa, e che una recente indagine della nostra Confindustria indichi come risposta in tempi di grossa incertezza il ritorno all’agricoltura per le giovani e future generazioni. Sei genitori statunitensi su dieci sarebbero contenti se la loro figlia anziché sposare il Principe Azzurro sposasse un agricoltore, gente senza grilli per la testa. Almeno, un pasto caldo al giorno è assicurato.
Tuttavia, rifugiarsi nel minimalismo di vita e di spesa può funzionare fino a che si ha fantasia e gioventù. La realtà è dura da fronteggiare e i dati CENSIS sul reddito sono impietosi. Metteteci pure che il JobsAct aumenterà il precariato, con l’alleggerimento delle sanzioni per chi sfora la quota dei contratti a termine. Aspettare che le cose cambino non è salutare per la tenuta morale di una popolazione, ovviamente tranne di quello 0,003% di ricchi di cui al primo paragrafo.
La crisi ha le sue colpe, ma un ventennio di turbo individualismo di centro-destra, con tutti i corollari iper-capitalisti, ha disastrato il nostro Paese, allargando a dismisura il divario tra chi ha (troppo) e chi non ha (o sta perdendo costantemente). Il principio dell’economia è come quello di Lavoisier: nulla si crea e nulla si distrugge. Se da una parte ci stanno i soldi, vuol dire che da un’altra mancano. Non ci si deve fidare più delle pratiche liberiste, ancorchè travestite da renzismi, secondo le quali il sistema si autoregola e che solo i più capaci hanno diritto al successo. Il sistema attuale è molto falsato: norma dopo norma, contingenza dopo contingenza, è successo che i capitali e le rendite si sono agglutinati attorno a pochissimi poli, immeritatamente, utilizzando il bisogno delle popolazioni, disposte ad abbassarsi il valore del lavoro e della dignità pur di sopravvivere.
Per ogni senatore americano repubblicano che ha votato contro l’innalzamento dei minimi salariali, ci sono migliaia di operai cinesi che hanno cominciato a ribellarsi allo sfruttamento. Ciò significa che un limite umano esiste. Uno Stato civile, democratico e attento non arriva alle rivolte operaie (ci siamo già passati ed abbiamo ottenuto diritti oggetto attuale di smantellamento disonorevole), ma s’impegna costantemente a regolare il sistema di bilanciamenti e ridistribuzioni in nome della pace sociale e del benessere. La politica non può erodere il welfare state in nome del pareggio di bilancio, o della salvaguardia della finanza bancaria, sapendo che i soldi per la sopravvivenza dignitosa delle genti sono stati dirottati altrove attraverso evasione, corruzione e poca attenzione alle politiche del lavoro, cercando, soprattutto, di non disturbare l’avida attività di accumulo di quello 0,003% di popolazione.
No, cari amici concittadini e lettori, non è che a votare riforme liberiste, de-regolanti e precarizzanti si diventerà tutti ricchi, nonchè fortunati in amore. Vi garantisco che è l’inverso.
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ORTICALAB: libera, pungente e benefica
La notizia è questa: il CENSIS ha calcolato che 10 ricconi italiani guadagnano quanto 500mila famiglie di operai. Duemila ricconi italiani, pari allo 0,003% dell'intera popolazione, possiedono il ...