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"E sono contento per Tsipras"

Ho solo aspettato i primi exit poll su “La7” (come quasi tutti) e a mezzanotte meno un quarto di domenica sera stavo già dormendo. Non mi sono svegliata nel cuore della notte per sbirciare sullo smartphone come andavano le cose. Non ho l’ansia del sondaggio, né la tendenza alla predizione. Di solito raccolgo quello che ascolto dalla gente e come indicazione dell’aria che tira basta e avanza pure.
Domenica sera, sentivo (Mentana, mi sembra) dire in tivvù che solo in Italia (Paese arretrato, cioè) non si usano gli exit poll come dati, laddove in Francia Marine Le Pen ha fatto la sua trionfale conferenza stampa sui sondaggi di voto, non sui risultati. Ma noi non siamo Francesi, né Inglesi, né Tedeschi … siamo solo Italiani.
Per carità, lungi da me criticare una delle cose più simpatiche delle elezioni: lo sbertucciamento degli istituti demoscopici. A me fa un sacco divertire il confronto tra sondaggi. Mi spiace che ‘sti poverini lavorino tanto ad inventare algoritmi e a cercare i delta (di solito indicano i differenziali), ma non li azzeccano proprio. E sono anche sicura che i numeri siano incolpevoli: quello che manca è imparare l’antropologia.
Infatti, gli errori più vistosi – sembra un fatto controintuitivo – sono stati compiuti sui grandi numeri (PD, M5S, FI), mentre con i partiti piccoli, exit e proiezioni sono stati più aderenti ai risultati e talvolta ci hanno pure preso. A casa – uno che ne ha viste tante di elezioni – mi ha antropologicamente detto: “Quelli convinti-convinti e che si trovano agli estremi dell’arco parlamentare, non hanno mai timore a svelare il loro voto. Sono più sinceri.”
A latere del dato incontestabile che gli exit poll hanno toppato tutti (qualcuno di più, però), rimane – anch’esso incontestabile – il fatto che poche persone davvero capiscano gli umori e la psicologia della nostra nazione.
Più che dal coraggio, noi siamo guidati dalla paura. Più che dalla disperazione, siamo guidati dallo sperare. Più che dalla conoscenza, siamo guidati dalla mitraglia d’informazione (no, non mi riferisco ai giornali, bensì al concetto sociologico di Brassens). Mettete tutto questo assieme e la risultante è con tutta evidenza Renzi, così come venti anni fa la risultante fu Berlusconi, una precedente evidenza di cui ancora paghiamo pegno. Illuminati editorialisti stanno invocando a gran voce le elezioni politiche ora, per non perdere il traino ancora fumante del 40% e consolidare il renzismo. Perché – ed è facile intuirlo – il punto debole non è il leader (che vota e dopo va a Messa), bensì il suo entourage da ballo delle debuttanti (il riferimento è a tutti i suoi ggiovani politici, non alle donne dell’esecutivo, quelle definite dai media ‘Madamine’ preziose. Non solo ad esse, voglio dire).
Poi, c’è il discorso sul #paesereale. Perché un hashtag? Perché hanno provato a farci credere che il Paese reale fosse lo stesso che nei social, sul web, nei blog intestinali (nel senso di fortemente umorali), dove è tutto un po’ più carico, le paure come gli entusiasmi.. Significa che nel populismo italico esistono forme e gradazioni. E meno male. Questa volta abbiamo comunque fatto una miglior figura dei Francesi e degli Inglesi
Ieri mio figlio mi ha chiesto cosa poter dire ad un paio di amiche/amici che non volavano votare, i quali tutt’al più avrebbero votato Grillo.
“Non lo so” ho risposto “prova a parlare di programmi.” Mi ha guardato storto. I programmi non li legge più nessuno, si va avanti a slogan e ad iconografie.
Mediaticamente – lo sappiamo tutti — funziona di più il Renzi-uguale-a-noi che va al seggio di Pontassieve con moglie e figli e poi a Messa, che non la Diva-Pascale, o la difesa dall’assalto mediatico di Grillo&consorte a Sant’Ilario. Un Salvini in bermuda e felpa (con tablet in seggio) è più rivoluzionario (e vincente) di un Maroni-con-codazzo-di-elmi-cornuti-ampolle-del-Po-e-ramazze-verdi.
Poi, per ultimo c’è Tsipras. La sua lista in Italia ha superato lo sbarramento. I grossi opinionisti (anche L’Espresso della settimana scorsa) non scommettevano sul 4%. Invece.
Oddio, a dirla tutta, mi sorprende di più il 4,4% del Nuovo Centro Destra. Leggendo su social e blog lunedì mattina, ho scoperto un’intera foresta amazzonica di “Son contento/a che Tsipras ce l’abbia fatta”. Quasi tutta l’intellighentsija italica a complimentarsi del successo di Tsipras. Mi ha colpito questa cosa. Che significa “son contento”? Che l’hai votato ma non vuoi dirlo? Che non l’hai votato ma avresti voluto farlo? Che una pacca sulle spalle ai fratelli ‘ostinati’ non si nega? “Son contento” perché è meglio Tsipras che Grillo? E se Tsipras è meglio di Grillo, perché non averlo detto prima, eh? Che ora che Grillo è ridimensionato alquanto si fa i fighetti con la sinistra anti-capitalista? Oppure, finito il Patonza si può anche riconoscere che esistono i comunisti?
Non so cosa succederà nei prossimi mesi. Ma so che ieri mattina in ufficio tutti a sospirare come aver scampato un pericolo. In effetti, più che dal coraggio siamo guidati dalla paura. E questo lo sanno tutti gli psicologi, gli antropologi e i sociologi. I sondaggisti no. Cià.

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Tag(s) : #elezioni europee 2014, #Tsipras, #sondaggi, #exit poll
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