É terrificante la lettera che il ventenne Pietro Di Paola ha scritto ai suoi cari il giorno prima di spingere la sua ex ragazza dal settimo piano per poi buttarsi giù anche lui. Morti entrambi.
Una tragedia. Con aggravante.
L’aggravante è la tortura. Di due tipi. La prima è il sadismo di Pietro, che ha predisposto il sacrificio come fosse una lezione nei confronti di Alessandra Pelizzi, la sua ragazza fino a poche settimane prima. Lezione finalizzata a ristabilire il suo personale senso di giustizia che chiedeva soddisfazione per il dolore dell’abbandono.
La seconda tortura ha contorni più labili ed evanescenti, tuttavia ampi: è il cosiddetto pensiero comune nei confronti delle illusioni dell’Amore e della Felicità, così come propagandate dall’antropologia moderna. Pare nasciamo con un credito incommensurabile di Amore e Felicità che siamo tenuti a riscattare quanto prima. Le aspettative sull’Amore (che deve essere sempre grande, assoluto, esclusivo) e sulla Felicità diventano sempre più alte, man mano che le spinte individualiste si rafforzano, in un mondo in cui sempre più diventiamo spettatori delle vere o presunte felicità dei fortunati, così come rilanciate dai media e dai social.
Mi ha sconvolto la lucidità (alcuni hanno parlato di vera e propria patologia psichiatrica) con la quale il ragazzo ha premeditato il percorso di dolore da far provare ’pedagogicamente’ alla ragazza. Scrive: "Non mi sono lanciato con lei subito ma anzi le ho fatto prima provare il terrore di perdere tutto amici famiglia e futuro."
Ovvio che sono farneticazioni. Continua il ragazzo: "Un odio così forte da essere felice di sacrificare la propria vita per far provare all’altro la vera tristezza." C’è da inorridire ad ogni parola.
Siamo abituati — maledizione, purtroppo lo siamo — alle cronache di femminicidi per incapacità di accettare l’abbandono, la cui reazione viene rafforzata da sentimenti di rivalsa per l’indifferenza dell’altro/a nei confronti del proprio dolore.
Il ragazzo parla di "atto di giustizia" (sic), laddove è solo vendetta. Parla di felicità e di speranza. Questa nostra società è ossessionata dalla felicità, come dall’idea di amore perfetto e ognuno di noi rischia sempre troppo (relativamente alla mancata misurazione delle proprie difese psicologiche) ad alzare continuamente le aspettative. Tant’è che il ragazzo afferma di essere stato fregato dalla speranza.
È talmente compreso nella sua funzione di castigatore delle ingiustizie, che con compiacimento dispensa interpretazioni e giustificazioni. Scorrendo la storia famigliare del ragazzo attraverso i saluti che lascia ai suoi cari, si può notare una profonda crisi d’identità, un rimprovero alla madre (’non serve trovarsi per forza un uomo’), uno al padre che li abbandonò tempo prima. Nonché un’esortazione alla sorella e un chiarimento alla nonna, confessandole di aver ammazzato per seguire la sua personale felicità.
Nel caso di specie la felicità assume le fattezze di vendetta per essere stato lasciato solo. La nostra società stigmatizza l’essere soli, perché la solitudine è sinonimo d’insuccesso, di esclusione, di scarso valore. La nostra autostima subisce un colpo mortale nel momento in cui qualcuno ci lascia. Più che il dolore di aver perso una persona amata, quello che ci azzanna l’anima distruggendo la ragionevolezza e la lucidità di pensiero è l’orgoglio ferito: non sentirsi degni di amore, di affetto, ma soprattutto di attenzioni. Noi pensiamo di essere talmente unici, speciali e meritevoli di tutta l’amore felice del mondo da rimanere terrorizzati nel rimanere soli, privi di qualunque ’qualcuno’ che sia funzionale al nostro rispecchiamento di qualità, in quanto partner. Temiamo di non poter esistere, terrorizzati dal non essere nessuno senza qualcuno che affermi la nostra esistenza attraverso la cessione di attenzioni.
Il successo dei social, per esempio, è una conferma delle nostre paure: più amici, più consenso, più identità. Tuttavia, i social non sostituiscono nè surrogano il fondamento (sbagliato) su cui poggia la nostra traballante psiche moderna: l’amore quale conferma del nostro valore, quale conferma d’identità e spesso di possesso.
La solitudine è degli uomini forti, si racconta nelle biografie e nell’epica. Uno degli errori più tragici è unificare i vari aspetti della solitudine nella sola accezione di ’sentirsi soli’, condizione possibile anche vivendo circondati da persone, condizione che è dunque solo psicologica.
Nessuno pare insegnarci a vivere la solitudine, né quella fisica, tantomeno quella psicologica e gli stimoli esterni incitano ad allontanare, ovvero neutralizzare le circostanze e le condizioni di solitudine, in quanto roba da sfigati, deboli e inadatti.
Mi manca il respiro ad immaginare la crudeltà di un ragazzo che nei pochi istanti di volo ferale della ragazza prima di schiantarsi sul selciato ha fortemente desiderato che lei provasse il terrore di una fine incipiente, assieme al riconoscergli il potere di dare la morte e – chissà – anche provare un tardivo pentimento per averlo ingiustamente lasciato.
Il senso di giustizia personale e iper-personalizzato che l’individualismo alimenta è un fattore a pericolosità crescente ed è sensibile all’imitazione, all’emulazione e al superamento progressivo dei limiti civili e psicologici. Non è tollerabile nelle vicende criminali e per questo sorgono i sistemi giuridici e giudiziari. Assume forme di abominio se applicato alla vita sociale, al concetto di amore e a quello di felicità.
Non esiste un Tribunale che ristabilisca livelli equi di amore, felicità e affetto per tutti. Tuttavia, esiste una cultura che può – e necessariamente deve – modificare le scale di valori per rendere meno vulnerabili gli uomini alle istigazioni egotistiche.
Dobbiamo imparare a coltivare un Sé pieno anche nella solitudine ed aiutare noi stessi ed i nostri figli a seguire il grande esempio di William Shakesperare: "Ho imparato che non posso esigere l’amore di nessuno. Posso solo dar loro buone ragioni per apprezzarmi ed aspettare che la vita faccia il resto."


/http%3A%2F%2Fwww.orticalab.it%2Fsites%2Fortica%2Flocal%2Fcache-gd2%2F300x186x11e1a1f0ad7e55caeeaf92544328199f.jpg.pagespeed.ic.ZdhJDRqMps.jpg)