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L'uguale disuguaglianza del JobsAct

La guerra tra poveri, innescata già da tempo dal premier italiano — ha trovato il suo culmine nella scelta dei soggetti cui si applica (o si dovrebbe applicare) il JobsAct.

Come ci hanno riportato le cronache e i retroscenisti, ci sono stati alcuni tiri alla fune rispetto all’inclusione dei lavoratori della Pubblica Amministrazione (definiti su molti media con il parziale ed errato termine ’statali’) tra i destinatari degli effetti della nuova riforma del mercato del lavoro.

Pare che Renzi prima volesse escludere questa categoria, mentre successivamente abbia voluto fortemente la sua inclusione, seppur nella più complessiva riforma della P.A., sulla quale sembra lavorare il Ministro Madia. Il motivo? Patti elettorali con il centro-destra.

Mi chiedo che gusto ci sia, da parte dei politici del centro-destra, a vedere attuati ex post alcuni loro capisaldi programmatici attraverso un governo di centro-sinistra (seppur allargato e piuttosto anomalo). Visto che non c’è distribuzione immediata di potere, posso solo arguire che si tratti di conservazione di quanto essi (centro-destra) abbiano ancora in mano e di salvaguardia vicendevole di alcune tutele. Sembra strano, in epoca di cambiamenti di verso, di rottamazione e di nuovismo, come gli intrecci negli alti livelli siano ancora più palesi. Ha scritto Michele Ainis su «L’Espresso» del 16/10: "Il governo annuncia la trasparenza e pratica l’oscurità. Così aumentano astensionismo e complottismi."

Oddio, non possiamo scandalizzarci più di tanto, giacché il piddì ormai — ad onta delle sue radici — asseconda, anzi agevola disuguaglianze e deregolamentazioni. Il Paese sta diventando più un Far West che una moderna nazione progressista.

Il JobsAct non ha nulla di flexsecurity, ma molto di ’fate-un-po’-quel-che-cazzo-vi-pare’ con i lavoratori. Al fine di rendere più uguale questa disuguaglianza, il Governo (o meglio Renzi) ha deciso di estendere il far west anche alla Pubblica Amministrazione, per far felici i ricchi capitalisti old-style, i mercatisti, i sostenitori dell’imprenditoria iperliberista miracolosa, i leghisti ’ngazzusi e gli i(n)chinian-sacconiani.

Questo tipo di politica non è progresso, bensì disgrazia, perché asseconda gli umori viscerali di un’opinione pubblica incazzata e — ahimè — molto disinformata. Alimenta — distraendo i combattenti con slogan e propaganda fuffante — la guerra tra poveri.

Dal punto di vista psico-sociale e pubblicitario, i lavoratori privati saranno meno scontenti delle tutele che mancheranno loro se la disgraziata condizione cui li espone il JobsAct apparterrà anche a quei privilegiati della Pubblica Amministrazione. Che scemi che siamo! Invece di chiedere l’innalzamento delle tutele, immaginiamo ci sia più democrazia e uguaglianza esponendo maggiormente e più lavoratori ai rischi che imprenditori e Stato non vogliono assumersi nei confronti del lavoro. Davvero i politici e gli Italiani che appoggiano l’estensione del JobsAct alla P.A. immaginano che da questa decisione passi l’efficientamento del settore? Bastonare i lavoratori dell’ossatura di un Paese non li rende più ligi, produttivi e fedeli. Anzi.

Pensiamoci.

A parte l’alienarsi il voto dei dipendenti della P.A. (stia attento Renzi a non curarsi dei pezzi di elettorato che perde per strada), è giusto ricordare che i lavoratori della P.A. (che includono sanità, scuola, forze dell’ordine, enti locali, agenzie e funzioni centrali) perdono ogni anno dalla crisi circa 1400 euro per mancato rinnovo di contratto e diminuzione del potere d’acquisto, diventando poco a poco le cenerentole di tutti i lavoratori, a latere del dato che il numero totale dei pubblici dipendenti è calato del 6% (fonte: Ragioneria dello Stato). Non solo, ma contemporaneamente si annoverano esempi di premialità ingiustificata ai dirigenti. Voglio citare — tra i tantissimi — il caso della Regione Toscana («L’Espresso» della settimana scorsa), che ha assegnato una media di 16mila euro ai dirigenti quale premio di produttività in base ad obiettivi generici ’non sfidanti’, come ha dichiarato l’OIV (l’organismo esterno di valutazione). Insomma, Renzi fa scuola: premiare chi già sta bene.

Non ci si scandalizzi, quindi, se gli ultimi sondaggi del Prof. Diamanti restituiscono un quadro nero della condizione ideologica e psicologica degli Italiani, sempre più soli, sempre più privi di riferimenti politici (cresce l’astensionismo, ma pare che Renzi se ne sbatta con arroganza), sempre più sfiduciati.

Io, però, una riflessione stramba la farei. Estendere il JobsAct alla P.A. — perché così vuole l’opinione pubblica già da anni aizzata contro la categoria — potrebbe essere un vantaggio per i lavoratori privati. La quasi certa non applicazione fattuale delle tutele decrescenti e dell’articolo 18 ai pubblici dipendenti verrebbe estesa per analogia anche nel settore privato, in virtù di un lungimirante principio para-giuridico (cionondimeno molto importante e assai frequente, detto anche ’derecho de sobrecarta’, diritto dell’involucro/regolamento, ovverosia consuetudine) escogitato nel XV secolo in Spagna ed applicato forsennatamente nelle colonie oltreatlantico, ma anche nei tempi moderni nel nostro Paese: se obedece, ma no se cumple, cioè ’si obbedisce ma non si attua’. Potrebbe essere una soluzione, anzi la solita soluzione all’italiana.

(Lo stemma in alto è quello della contea di Navarra, luogo in cui il derecho de sobrecarta venne più ampiamente utilizzato, contro il governo centrale.)

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Tag(s) : #Matteo Renzi, #JobsAct
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