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Discorsi da ufficio. E da parrucchiere.

(Originale su Orticalab, al link sotto.)

Ogni mattina, prima di tuffarci nei problemi, io ed i miei colleghi scambiamo qualche battuta sui fatti del giorno, bevendo il caffè.

Ovviamente, l’argomento più gettonato per questo periodo è la kermesse elettorale. Orbene, ho scoperto che la stragrande maggioranza dei miei compassati colleghi ha allentato i freni, diffida del voto ‘utile’ (una stronzata, dicono) e intona stasiotikà (canti d’incitamento guerreschi) e peana (canti di lode) in onore di Grillo.

Prima del fenomeno Grillo, la stanchezza, la delusione e lo scoglionamento (si può dire?) erano identificabili nell’astensionismo. Ora, c’è una modalità in più: votare Grillo.

Ma cos’ha Grillo che catalizza in tal maniera anche spenti travet, rappresentanti di un’inossidabile classe (ex)media impiegatizia di matrice democristiana stile Anni’80? Cosa dice mai Grillo che attizza e semina dubbi in irreprensibili e monotoni impiegati di provincia interna meridionale?

Mia madre, oggi a pranzo, ha raccontato che dal suo parrucchiere i discorsi sono gli stessi. Tra un taglio ed una piega, si chiede alle clienti un’opinione sui candidati, perché fìkscion e Sanremo sono argomenti banali, ormai. La risposta, anche tra attempate pensionate, è sempre quella: Grillo ha ragione. Ma perché Grillo ha così ragione? (Analizzeremo il voto e scopriremo che i vecchietti amano il ‘vaffa’?)

La mia deformazione professionale mi spinge a riflettere sui modi comunicativi dei candidati più che sulle loro promesse. È risaputo che in questo secolo vale più il ‘come’ che ‘cosa’ dire. O promettere.

Come tutti abbiamo avuto modo di leggere, i candidati di ogni schieramento si sono prodotti nelle loro performances anche qui da noi: non è l’Irpinia una platea da snobbare. Anche perché – con tutti i problemi che abbiamo – le occasioni per ‘passerellare’ sono numerose.

Gli stili retorici, l’eloquio e le modalità sociolinguistiche dei candidati spaziano dal pacato-quasi-soporifero di Ingroia all’eccitato-anzichenò di Grillo, passando per i giaguari di Bersani e le sibilanti poetiche di Vendola. Ma Grillo martedì ha fatto il botto a Milano. Su IlFattoQuotidiano si da – come al solito – ampio spazio al comico genovese, nuovo tribuno oratorio, e i lettori si dichiarano commossi dallo spettacolo cui hanno assistito in Piazza Duomo, esempio di onestà e coraggio in un Italia marcia.

Premesso che molti accusano la testata di Padellaro-Travaglio-Gomez di palese endorsement a Grillo e che ogni loro articolo o post sul M5S suscita tsunami di reazioni nei lettori, per la maggior parte a favore del comico genovese, ciò che mi ha colpito è aver ritrovato nei commenti la stessa veemenza e lo stesso infervorato appoggio che sento tra i miei colleghi (e che mia madre ascolta dalle clienti del parrucchiere).

Per questo motivo mi sono soffermata a riflettere sul ‘cosa’ dice il Beppe ed ho capito che i contenuti dei monologhi di Grillo rientrano tutti nella sfera delle modalità, non in quella delle soluzioni positive. Grillo parla di come si comporterà (o come si comporterebbe) se avesse spazio e voce in Parlamento e nei territori, non di cosa farà; declama di come è tragica la situazione e di come invece dovrebbe essere mandandoli a casa. In questo, è totalmente diverso da chi promette cose del tipo: abbattimento del comunismo (ma perchè, in Italia c’è mai stato?), vincolo regionale del settantacinque per cento delle tasse in Lombardia, condoni, ponti, un giorno alla settimana al ristorante, abbonamento al satellite, Gardaland gratis, uno spritz pagato a Cesenatico e tanto altro. Fuori da questo livello comunicativo ormai classico e forse demodè, Grillo la vince, perché non mirabola più di tanto e non adotta comportamenti al limite dell’assurdo (ma nel marketing dei detersivi funziona) come la lettera di rimborso dell’IMU (Lupi, intanto, a Uno Mattina di mercoledì ha smentito totalmente il Cavaliere delle Meraviglie, ma è l’effetto ‘a chi la spara più grossa’ che conta). Grillo offende, inveisce, dice parolacce, è poco politically correct, sdogana rabbia. Grillo dice tante cose, sul web s’irride delle sue boutade (vere o false che siano). Appare di volta in volta misogino, protezionista, xenofobo, apocalittico, cattolico-midollare, quel tanto che è comune a troppi Italiani (i quali in cuor loro sono misogini, protezionisti, xenofobi, apocalittici, omofobi, vatican-oriented) e soprattutto solletica la voglia di vendetta di una nazione che da Stella e Rizzo in poi hanno indicato nella Casta (politici, sindacalisti, giornalisti, banchieri) la vera causa dei problemi del Paese. Già, ma siamo noi che abbiamo scelto/letto/eletto/nominato (direttamente ed indirettamente) l’attuale e vituperata Casta. Grillo è abile: accusa la Casta (“Arrendetevi siete circondati!”), ma evita di dire che il popolo è stato bue. Ci fornisce un modo per riscattarci senza colpevolizzarci: votare il Movimento Cinque Stelle. Ma quale autocritica, quale autocoscienza! Siamo tutti vittime e come vittime ci possiamo ben arrabbiare. Facciamo bene ad arrabbiarci. Mi sembra la scena di Quinto Potere: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”. Questa è la frase spesso citata proprio nei blog dei sostenitori di Beppe Grillo.

Per queste caratteristiche poco berlusconiane nei contenuti e negli intrighi, tra l’altro, Grillo non è adatto ai confronti televisivi (anche perché sarebbe obiettivo di un fuoco di fila compatto e bi-partizan), tanto meno uscirebbe indenne dal fact-checking. Il suo essere diverso consiste anche nel non imitare le azioni dei politici di professione: stare in tivvù, cioè.

Mettiamoci, poi, che gli Italians salgono sempre sul carro del vincitore e che il successo di Grillo è spinto dalla quasi convinzione generale che sia lui il trionfatore di queste elezioni. È la profezia che si auto-avvera. Sentite questa. Un mio famigliare ha detto: “Sai, sondaggi segreti indicano Grillo vincente con più del quaranta per cento!”

Sondaggi segreti? Cioè, facciamo finta che non si sappia sennò gli Italiani correranno a votare Grillo ancora più in massa? Però, diciamo la verità, tanti voti a Mister Banana sono stati nei tempi recuperati così, con sondaggi farlocchi nel combinato disposto degli Italiani che comunque votano chi vince, immaginandosi furbi nell’annusare prima la puzza del vincitore. E poi, il lunedì sera non se ne trovava uno, dico uno, che ammettesse coram populo di aver votato il Patonza.

Forse quello di Grillo non sarà il primo partito (di certo non avrà il mio voto), ma lunedì sera sarà difficile trovare un Italiano che dichiarerà di non aver votato Grillo. Siamo un popolo di furbi.

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Discorsi da ufficio. E da parrucchiere.
Tag(s) : #Beppe Grillo, #elezioni 2013, #IMU, #Quinto Potere
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