(Una volta mi chiesero di scrivere una novella fantasy. Io non ne sono affatto capace. Così vi racconto cosa è il fantastico per me.)
Non ho mai amato i robot. I miei incubi si manifestano tuttora attraverso le sembianze di automi. Non ne ho ancora compreso il motivo.
Una volta vidi un documentario a NatGeo Channel su robot, automi e androidi e stetti male tutta la giornata. Anche perché successe mentre facevo colazione. Non mi è passato il terrore per Terminator e RoboCop mi ha mandato spesso in depressione.
Il mio fantastico più privato ha per lo più a che fare con le favole. O la mitologia. O i desideri.
Talvolta i superpoteri, come volare o essere invisibili.
Per taluni il fantastico ha risvolti erotico-sessuali. Per altri é barocco, o grottesco, o terrificante. Moltissimi pensano che il fantastico più ortodosso sia quello di Dick o Asimov. Ho letto qualcosa di Asimov ed ho visto tanto tempo fa Blade Runner. Papà ci portò a vedere 2001 Space Odissey quando la ri-editarono. Come pure, io e le mie sorelle non mancavamo mai ad una puntata di Spazio 1999. Ma nulla di più, lo ammetto. Non è il mio genere d’elezione.
Devo anche raccontare che per lavoro mi è capitato di dover leggere manoscritti di fantascienza o fantasy. Diciamo più horror-fantasy che sci-fi. Tipo uno smelenso e pseudo erotico romanzo che narrava di una tizia bloccata dalla neve, la quale viene salvata da un aitante proprietario di maniero con cavalli. Il tizio in questione, ricchissimo e proprietario di ospedali (che idiozia!), si scopre essere il suo scrittore preferito, nonché … vampiro! Il resto è la solita sbobba sentimental-infermieristica del 'dai-che-ti-salvo-io-ma-no!-non-ti-meriti-un-essere-come-me-dobbiamo-lasciarci-ma-io-non-ti-dimenticherò-mai. Una cagata pazzesca, direbbe Fantozzi. Un altro esempio di horror fantastico ad uso femminile è stata la storia di un certo Adam (ma va?), un essere informe trovato da una tipa in Carolina (lo Stato degli USA) nel fango di una crepa nel terreno dopo un acquazzone. Questa creatura aveva la caratteristica di trasformarsi in ciò ed in chi aveva accanto. Tale Adam – per la gioia della sua scout – si trasformò allora nel figo più bello che fosse mai passato per quella fattoria e misero su famiglia. Vivevano più o meno felici&contenti (con grande riprovazione della comunità agricola, la coppia aborriva medici, analisi del sangue e parti in clinica. Va’ a capire perché…), fino a che diventò indecente che lei invecchiasse e lui no. Alla fine lui la lascia e si va a trasformare in qualche altra cosa o persona. E lei – ormai anziana ed in vena di confessioni liberatorie – ci scrive un libro didascalico per i posteri.
Il terzo manoscritto fantasy o sci-fi che ho dovuto visionare sarebbe stato un ottimo spunto per un film: gli uomini con le ali. In un ambiente-mondo rarefatto e abissale, alla Philip Dick, l’umanità ha scoperto che gli uomini possono impiantarsi un gran bel paio di ali. Strutturate come quelle di un'aquila, solo molto più grandi, colori a piacere. Costi esorbitanti e farmaci lifelong, ma vuoi mettere? Fanno status, fanno la differenza tra chi i soldi ce li ha e chi rimane a camminare sui marciapiedi di basalto, come il detective che deve vederci chiaro in un rapimento di infante, una sparizione di riccona snob alata ed un altrettanto alato archistar arrogante. A parte il mio iniziale disgusto per chi cerca di trasformarsi (come Orlane, o quell’avvocatessa messicana che si è impiantata due paia di corna e quattro canini a sciabola e si è completamente tatuato il volto sforacchiandolo con piercing estremo, o quello che si crede una tigre, visto al Guinness dei primati), la descrizione delle ambientazioni non era affatto male. Diciamo che non era il mio ideale di lettura, ma ho apprezzato l’onesta intellettuale di voler dare una morale avanguardista al fantasy-noir abbastanza raffinato, seppur prolisso (per via dell'introspezione psicologica dei personaggi, detective in primis). Poi, un giorno, nasellando su Pinterest vidi la copertina di questo libro (che negli USA è uscito per davvero) che ha per titolo 'When We Have Wings'.
Tutta questa lunga premessa per comunicare ai lettori (che finora hanno avuto la pazienza e la buona educazione di resistere fin qui) che il mio fantastico é diverso. Non é fantasy, non é sci-fi, non é fantascienza, non é favolistico. Non ci sono nudi o semi-nudi inguainati in latex con elmi chimerici e sciabole performanti. Né draghi nè androidi (per carità!), tantomeno capitani di ventura su astronavi interstellari.
Sarà un genere a sé stante. Chissà. Un non-genere.
O forse è semplicemente mancanza di fantasy-a, la mia. E pensare che ero una delle più allenate sognatrici ad occhi aperti della mia età.
Mi ricordo che nella mia primissima adolescenza, tanti anni fa, esisteva una piccola collana di narrativa per ragazze. Piccola anche in senso letterale, in quanto i libri erano a mala pena più alti di 10 cm e più larghi di 7. Questa lilliput-collana aveva come argomento i primi amori, le cotte, come si chiamavano ai miei tempi. Ora non ricordo neanche più chi fosse l'editore. Ma non dimentico che i libricini avevano copertine molto colorate, erano scritti a caratteri grandi e che il mio gruppo di quattro amiche inseparabili (Paola, Monica, Sonia ed io) era devoto a questa collana al punto di leggersi l'ultima uscita durante le ore di lezione. Mi ricordo che uno di questi libricini - copertina sul verde brillante con disegni vari di stelle e pianeti - narrava di un'amicizia e di un amore adolescenziale tra abitanti di mondi e tempi diversi. 'Lui' si chiamava Xavier. All'epoca mi sembrava un gran bel nome esotico, anzi ultragalattico, data quella ‘X’ come iniziale. Solo molti anni dopo scoprii che era il francese per Saverio. Ma é rimasto un gran bel nome per me, in virtù di quel piccolo racconto fantastico. Di tutti quei libricini letti allora, mi ricordo solo di questo con Xavier. Sarà stato perché era l’unico ambientato fuori della Terra, o perché mi piace la diversità, magari perché era anticonformista. Boh.
Un altro tipo di 'fantastico’, più banale, invece, venne fuori un giorno di tanti anni fa, dopo aver visto StarWars. Riflettevo che, sì in fondo, sarebbe stata una gran figata poter vivere su di un pianeta con due soli (amo la luce e l'estate). E così ridisegnai a matita la scena in cui Luke Skywalker sogna di andar via mentre guarda il famoso tramonto doppio. Mi venne benissimo quel disegno e lo conservo ancora. (Se mi ci metto, riesco pure a fare cose per le quali non ho un vero e proprio talento, tipo il disegno libero. Ma succede raramente e solo se sono fortemente motivata.) Star Wars (IV episodio, il primo cioé) era il 'fantastico' tipico della mia epoca. Per decenni ha rappresentato il modello di riferimento dei viaggi intergalattici, delle armi, delle navicelle. Tanto che mio figlio è cresciuto dormendo la notte abbracciato ad una spada laser, la light-sauber verde di Skywalker junior.
Le ho viste quasi tutte, le trilogie di Lucas. Tranne gli ultimi due episodi, – che poi sono i primi -- perchè si era perso lo spirito iniziale: all'inizio circolava molta più poesia e metafora. Io sono ancora lì, ferma alla scena del tramonto con due soli.
Poi, proseguendo nel mio personale fantastico, è stata la volta di Capitan Harlock. Un bel tipo. Tenebroso, leale, coraggioso, etc etc etc. Ero adolescente (quelle come me, le baby-boomers beta, a 15 anni ancora giocavano con le Barbie, tanto per intenderci) e dopo l’abbuffata di Jeeg-Robot, Mazinga e Goldrake, Harlock era una bella evoluzione del genere. Tenuto anche conto che il cartone aveva una sigla niente male e la navicella era un treno -- antesignano dell'Alta Velocità -- in cui viveva tutto l'equipaggio. (Per i più curiosi, la canzone della sigla sta nella mia playlist personale sull’iPod.)
E con Capitan Harlock si esaurisce la galleria del mio fantastico di tipo 'intergalattico'.
Di fantasy e sci-fi ne son pieni i video-giochi di mio figlio. Non li amo, non so e non voglio giocarci. Lui, il cresciutello pargolo, ha anche tanti libri di fantascienza e simili. Lui si spaventa di meno. Io mi sono sempre rifiutata di vedere Alien, per esempio. Ci ho messo un po' prima di accettare Avatar. Tutta la mia attuale curiosità verso il futuro si ferma a Wall-E, che poi è uno dei miei idoli. Da bambina il futuro ed il fantastico erano i Jetsons. Grandicella, vidi la saga di Marty McFly, ma la circostanza di poter rimanere intrappolati nel passato mi metteva ansia.
Poi, c'é anche il ‘fantastico’ -- diciamo -- terrestre. Il mio fantastico terra-terra assomiglia ad Alice oltre lo specchio. Ovvero, al concetto degli hyper-links. Un click su di una riga e ti ritrovi in un altro mondo. Apri una porta e paf! ti ritrovi catapultata in un altro paese, in un altro luogo, in un altro tempo.
Per farvi capire, nel mio quartiere, a pochi metri da casa mia c'é una specie di piccola sartoria artigianale. É un bel posto. Tutto boiserie in legno scuro a fascioni non lucidati. Cuciono biancheria, ricamano, costruiscono lampade, bambole e pupazzi, fanno cuscini e patchwork. Di aspetto, sembra più un antico cottage nordico che un'attività artigianale in una piccola provincia interna del meridione d'Italia.
Ecco, di sera, con le luci dei lampioni, quel laboratorio di sartoria prende un'aura diversa, fantastica, e diventa lo stargate per altri mondi. Un giorno me ne andrei da Peter Pan, un altro coi pirati nei Caraibi, un'occhiata agli dei dell'Olimpo, una capatina su Andromeda, uno slalom tra gli anelli di Saturno... (Adoro gli anelli di Saturno. Una volta mi capitò di vedere un rendering del NatGeo in cui era la Terra ad avere gli anelli. Fantastico!)
Da piccolina, nei miei sogni ad occhi aperti c’era sempre una casetta (tipo quella che vedete in foto).
L’intero mio regno era lì dentro. Una metafisica della tana? Forse, ma per quanto piccola all’esterno, l’uscio era lo stargate dei miei desideri. Come il laboratorio di sartoria del mio quartiere. Una volta dentro, c’era tutto l’immaginabile e l’inimmaginabile di un’adolescente che aveva già letto troppi romanzi di avventura ed era convinta che la mitologia greca fosse il più alto esempio di antropologia e di metafora delle umane cose.
Di volta in volta, sono stata una samurai (che ganzi i samurai!), un'amazzone, un’astronauta in solitaria. Ma il mio campo-base era sempre una piccola cascina con il trucco, come una sorta di mistificazione: rassicurante fuori, misteriosa dentro.
Chissà, forse é così che sono io. O forse siamo tutti così.
Come disse anche Actarus (aka Goldrake): “Padre, certi umani possono essere peggiori dei Generali di Vega.”
L'avrete capito -- e forse ne siete rimasti delusi -- che quello che avete appena letto non è un racconto, ma un raccontarsi: la morale è che c'è sempre un ulteriore tipo di fantastico. Meno iconografico e più quotidiano, come la realtà dietro la realtà. Come se si potesse alzare un lembo di orizzonte e tirare via la pellicola salva display: ciò che appare assomiglia tanto a ciò che vediamo, solo che è come una pagina di Word dove non abbiamo nascosto i caratteri non stampabili. Per me il fantastico è svelare tutta la realtà.
“Che lo vogliamo o no, siamo tutti psicanalisti, amanti dei misteri del cuore e della mutanda, palombari degli orrori”, diceva Emile Ciòran. Il mio 'fantastico' lo trovo ogni giorno nella mente degli uomini e delle donne che incontro, in coloro che cercano di mistificare con le parole la realtà talvolta indicibile nascosta dietro i loro occhi.
