Ho letto un suggestivo reportage – dal titolo “La forma dell’acqua”, pubblicato sul National Geographic Italia dello scorso agosto – sugli acquedotti pugliesi, tutti riforniti extra regione, tra i quali il più lungo e importante è la condotta che parte dal nodo Conza-Caposele-Cassano Irpino. Ci sono le foto di Caposele, del Laceno; la storia della Pavoncelli; l’elencazione delle mirabilie dell’acqua irpina nella antica ‘situculosa Apulia’, ora fiorente qual California.
Quando visitai per la prima volta Santa Maria di Leuca, volli andare a bere dall’ultimo fontanile d’Italia, a Finisterrae, perché da lì usciva l’acqua che veniva dalla mia provincia di formazione, circa cinquecento kilometri più a nord-ovest. Ebbi un moto di orgoglio. In questi giorni, però, provo solo disappunto al ricordo di tante vicissitudini, tante manifestazioni, tanti dubbi come cittadina e come cittadina impegnata a difendere il valore della territorialità, della solidarietà e delle lotte per l’acqua come bene pubblico e comune.
In un’altra vita, mi sono occupata per anni dell’EIPLI, il famoso Ente Irrigazione, uno dei tanti enti sciolti ancora in agonia per motivi imperscrutabili. L’EIPLI nacque per gestire la raccolta delle acque irpine da canalizzare in Puglia per lo sviluppo agricolo. Nell’epoca d’oro di questo ente, non si contavano le forme di ristoro ingegneristico ed edilizio nelle zone di raccolta, a fronte della cessione delle acque, tant’è che la dizione esatta dell’Ente includeva lo Sviluppo delle Regioni coinvolte, in uno scambio solidaristico. Nel tempo, l’EIPLI ha ridotto la sua presenza ed il suo intervento in Irpinia (ma anche in Lucania ed in Molise). Ricordo le lotte, gli incatenamenti sulla diga di Conza per salvare la sede irpina dell’Ente e per aiutare i lavoratori che percepivano a singhiozzo gli stipendi. (Ora ne sono rimasti meno di dieci e fra qualche anno saranno tutti in pensione. La sede irpina chiuderà per vecchiaia.)
Sono stata molte volte a Bari a ragionare delle acque irpine e ho conosciuto Commissari e dirigenti dell’EIPLI. Ho tante volte discusso con loro di destini, di progetti, di intenzioni politiche. Ho cercato incontri con Nichi Vendola per capire se davvero la Regione Puglia avesse intenzione di privatizzare l’EIPLI (anche se l’ente nacque quale diretta emanazione del Ministero delle Politiche Agricole) come era già stato fatto con l’Acquedotto Pugliese (prima di Vendola). Così come provai ad avere un contatto con i vertici della Regione Campania per chiedere un aiuto: la piccola Irpinia, da cui dipendevano le sorti sociali ed economiche della rinascente Puglia e dissetava la metropoli partenopea, non aveva voce in capitolo sulla raccolta delle acque, né sulla gestione. L’Irpinia non ha mai avuto ristoro, ha sempre ceduto. In nome di una solidarietà, forse. O molto più probabilmente è andata come diceva sempre mio padre (pugliese doc): “Chi pecora si fa, lupo se la mangia.”
Il riconoscimento ufficiale della nostra sconfitta sarà la legge regionale sulla riforma del servizio idrico: in una sola parola, scompariremo.
I Titani ci mangiano in un sol boccone, come Chrono con i suoi figli. Se la Puglia e Napoli hanno preso la fondamentale risorsa e noi irpini non abbiamo mai fatto pesare il nostro valore strategico, lasciando che i partiti continuassero a giocare in pace a zecchinetta con gli enti di gestione (un po’ a te, un po’ a me…), come si vuole – solo ora – far sentire il nostro dolore di terra conquistata, depredata e da ultimo cancellata?
Ma quando mai siamo riusciti noi irpini a fare corpo unico e dimostrarci coesi e compatti contro un’ingiustizia? Abbiamo scampato il ridisegno provinciale perché la modifica non è stata riproposta in Parlamento, ma non abbiamo alcun merito. Anzi, ci siamo fatti pure fregare in votazione sulla primazia degli abitanti del Capoluogo (Benevento ci supera) e non sugli abitanti della provincia (l’Irpinia è più popolosa del Sannio).
Nel caso delle risorse idriche, abbiamo un Ente di gestione che ci fa pagare le tariffe di servizio tra le più alte d’Italia e noi, invece di capirci meglio come cittadini, raccogliamo lo sfogo individualistico degli abitanti di Montella (territorio di captazione) che vorrebbero mantenere la franchigia sui metri cubi di acqua pro capite, altrimenti sarà class-action. Ah, sì? È tutta l’Irpinia, semmai, che dovrebbe godere di franchigie per quanto ha contribuito allo sviluppo di altri territori.
Dalla stampa recente apprendo che tre giorni fa diversi Sindaci si sono riuniti a Montefalcione per difendere l’identità ambientale dell’Irpinia. Leggo parole roboanti, di grande indignazione e di determinazione a lottare. Mmh. Mi ricordo di un’analoga tavola rotonda tra sindaci dei Comuni sedi di sorgenti, qualche anno fa. Si trattava di mettersi d’accordo per andare a Napoli e convincere Bassolino a spuntare una tariffa dalla Puglia. Macchè. Tra veti incrociati (sindaci di area bassoliniana che non volevano dar noia a Vendola, contro sindaci centristi o di centro-destra), menefreghismo, richieste di giunti di deviazione per esigenze iper-localistiche, il consesso fu sciolto senza neanche salutarsi. Non siamo capaci di creare un marchio unico provinciale per l’eno-gastronomia, ma irrealisticamente ora sogniamo di sollevarci contro il ridisegno dei confini di Waterland? Bravi, ma che bravi che siamo.
Tutti siamo colpevoli, innanzitutto d’ignavia. Non ci siamo informati, non abbiamo voluto informarci sullo stato dell’arte rispetto alla distribuzione extra regionale delle risorse idriche che da sempre abbiamo condiviso. Assorbiamo l’indifferenza politico-amministrativa della Regione Campania (non da ora, beninteso) e della Regione Puglia, convinte – entrambe le realtà – che per numeri o per economia potessero e possano ancora permettersi d’ignorarci. Non sarà l’indifferenza dei Titani che ci ferisce e ci ucciderà. È stata anche l’ingordigia di molti amministratori miopi, i quali, agendo con logiche spartitorie di matrice partitica, hanno logorato irreparabilmente il tessuto identitario irpino, minando la cooperazione ed il riconoscimento dell’unicum territoriale quale catalizzatore di volontà e azione. Non saranno tavoli e osservatori (tutti falegnami ed astronomi nella nostra provincia!) a riallacciare i vincoli solidaristici tra la gente irpina. Come le colpe politico-amministrative sono bi-partizan, anche la soluzione deve necessariamente esserlo.
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