(Originale pubblicato su Orticalab, al link in basso.)
No, che non dovrei scrivere un articolo come questo, che parla – da giornalista – di giornalismo e di notizie e che, per di più, non ne parla mica bene.
Ho letto qualche giorno fa The Guardian ed ho trovato un editoriale dal titolo: “Le notizie non fanno bene. Non leggiamone più.”
Certo, un po’ apocalittico, ma l’articolo doveva farsi spazio tra milioni e milioni di titoli quotidiani e cercare di emergere con il suo importante messaggio, nell’ammasso delle notizie.
Ho scelto tale argomento perché in questi frenetici giorni di elezioni presidenziali, per esempio, tutti noi stiamo abusando di notizie. E – confessatelo con me – vi sentite storditi e non capite bene i confini del problema. Anzi, direi di più. Man mano che aumentano le notizie (ricombinate dai mille media come nel tangram) aumentano pure le variabili da considerare per definire meglio il problema e farci noi stessi un’opinione, nel tentativo d’intravvedere una possibile soluzione. Finiamo col diventare noi passivi e le presidenziali un nuovo reality, tipo L’Isola dei Rissosi, La Fattoria dei Traditori, Master Gunner, La Iena (potete inventarne quanti vi aggrada: ci stanno tutti.)
Ma facciamo un passo indietro.
Una delle leggi fondamentali della psicologia dice che senza informazioni si va in ansia. Noi siamo curiosi per sopravvivenza, cerchiamo notizie, dati e informazioni per ridurre l’incertezza. In altre parole, le notizie e le informazioni ci orientano nella vita. Ci danno la sensazione di tenere tutto sotto controllo, dall’alto come GoogleEarth. Ci fanno andare avanti, come una torcia che interrompe il buio.
Tuttavia, troppe informazioni ci fanno perdere la bussola. La moltiplicazione dei dati e delle notizie ci sta rendendo insicuri, come l’uomo -- dell’aforisma attribuito a Eric Segal (sìsì, quello di Love Story) -- che con due orologi non sapeva mai quale fosse l’ora esatta.
Ma allora dov’è la verità?
Le due asserzioni ‘le informazioni sono fondamentali’ e ‘troppe informazioni ci fanno diventare matti’ sono entrambe vere. Il discrimine è l’apparizione dei social media che ci inondano di informazioni inutili o inutilmente ripetitive. Sono notizie e dati forniti a porzioni sempre più piccole che aumentano lo stordimento e l’incapacità di applicare un qualsiasi algoritmo per decidere, come individui, cittadini, popolo, nazione.
Scrive The Guardian: “Le notizie ci fanno girare in tondo, componendo nella nostra testa le mappe sbagliate. Finisce che così il terrorismo è sopravvalutato. Lo stress della vita moderna è sopravvalutato. Il fallimento della Lehman Brothers è sopravvalutato. L’evasione fiscale è sottovalutata. Anche l’assistenza sanitaria è sottovalutata.”
Mi sembra un discorso di quelli che fa Gino Strada (uno dei miei idoli, lo ripeto), non nelle parole, bensì nei corollari. Infatti, le guerre attuali hanno come spinterogeni gli atti di terrorismo, da vendicare a tutti i costi, di solito altissimi; guardiamo talmente tanto il nostro ombelico di consumatori occidentali insoddisfatti che ci viene lo stress da accumulo beni; la crisi economica attuale è un uragano innescato da un battito d’ali di farfalla, avvenuto ben prima del crack della banca d’affari americana; la nostra povertà è sempre la ricchezza di qualcun altro; la sanità è sempre meno un diritto anche nel fantastico mondo occidentale e socialdemocratico.
Detto così, è spiazzante nella sua semplicità: quattro o cinque fondamentali e sappiamo in che mondo ci troviamo. Tuttavia, la realtà informativa in cui siamo davvero calati è diversa: è frammentata, inintelligibile, senza isoipse di senso, in una sorta d’impossibile puzzle a mille dimensioni. The Guardian provocatoriamente chiede ai lettori se, su diecimila notizie lette negli ultimi dodici mesi, riuscissero a ricordarne/nominarne una che li avesse effettivamente aiutati a prendere una decisione rilevante per vita/carriera/affari. La riposta è praticamente impossibile: siamo abituati – in questo mare maximo – a riconoscere ciò che è nuovo o recente, ma non ciò che è utile o rilevante. Provate anche voi.
È successo che oltre alla tivvù e ai giornali, i social media hanno allagato – come in Waterworld – il mondo dell’informazione e non riconosciamo i punti di approdo sicuri. Per questo, oggigiorno, essere esposti a meno notizie è il miglior viatico per capire la realtà e prendere una decisione. Anche le intuizioni risulterebbero più immediate e produttive.
Prendete, ad esempio, la quarta votazione delle presidenziali. Dopo il fallimento di Prodi, si è scatenata una ridda d’ipotesi, di dietrologie minime e minimali. La gara non è tanto a chi l’azzecca (tra commentatori, giornalisti, opinion-makers, politici, maitre-à-penser, il calcolo delle probabilità ne favorirà certo qualcuno, ma per caso, non per raziocinio), bensì a chi ne pensa di più arzigogolate e fantasiose, se non fantastiche: le hanno sparate con il cannone della neve artificiale. Qualcuno – in delirio -- ha detto che Bersani è uno stratega ultra-sopraffino perché sta bruciando apposta tutti i candidati, quelli di larghe intese (con il PdL, cioè), quelli d’intese interne (con i renziani) e quelli d’intese con il M5S (per far loro un dispetto dopo la figuraccia della diretta-streaming). Io non riesco nella maniera più assoluta a concepire Bersani uno scacchista così mefistofelico: per come la vedo io, è semplicemente uno che sta sulla bocca dello stomaco ad un certo vanitoso Matteo (nome che nella paremiologia indica di solito un bi-fronte, nevvero?) il quale gli sta facendo vedere i sorci verdi. Metteteci pure la spocchia autoreferenziale del piddì e si va incontro a morte sicura. Io direi a Bersani che chi la fa l’aspetti. Le primarie del piddì sono state vinte a botte di pacchetti di voti e patti correntizi. E ho detto tutto.
Allora, dicevo, dopo la quarta votazione siamo stati sommersi da parole, ipotesi, teorie, assiomi e dagli immancabili tweet (lanciati da Mentana come botte a muro sotto Capodanno, per fare più ammuina) che per ripigliarmi ho cercato su YouTube la scenetta tra Salemme, Buccirosso e Coccobbil (da L’Amico del Cuore), giusto per liberare la mente (ieri ilpost.it ha scritto di volerci regalare dieci minuti di pausa qui). Ciò che vi sto raccontando non fa parte della nuovissima e sterile polemica dei brunovespa-giulianoferrara-robertocota “Social-sì/social-no”, perché i tweet non hanno aiutato Marini, ma neanche Rodotà. Punto.
Intanto, una visione olistica e soddisfacente non è possibile, quindi, per ora, abbiamo un Presidente della Repubblica di grande compromesso. Ovviamente, manco nel Piddì un’idea chiara se la son fatta (non ne hanno una da tempo, ormai), perché più in là delle dimissioni della Bindi e l’annuncio della resa di Bersani non sono andati. (Mo’ la smetto di fare riferimenti al piddì e alle presidenziali: le vicende si susseguono così rapidamente che questo mio articolo sarà obsoleto prima ancora di andare in stampa e arriveremo alla fantascienza di rieleggere ‘con viva e vibbrande soddish-fazzione’ pure Napolitano. Ah già successo? Bella Napoli è ancora qui e combatte assieme a Mister Trifola? Avanti Crozza!)
La soluzione non è, però, smettere di leggere, bensì leggere più narrazioni, più editoriali circostanziati e argomentati che non micro storie. Tutte queste sono fattoidi (li chiamano così, questi micro-fatti) che alimentano il rumore e la confusione mentali, oltre che il senso di spaesamento e di alienazione dalla partecipazione civile.
Ci vuole tempo per digerire le informazioni e tirare fuori una decisione che sia una ed anche seria. Meglio La Repubblica di Platone che #larepubblica (uso l’antagonismo di questi due titoli solo per assonanza, non per un giudizio di valore, beninteso). Meglio le lunghe e riflessive analisi di Anneo Lucio (Seneca in amicizia) e Publio Elio ‘Yourcenar’ Adriano (il mio imperatore preferito), che le sincopi sintattiche (mamma che emicranie a decifrare sequenze di @ e #) di Twitter. Meglio leggere Sinistrati di Edmondo Berselli (grande, grande grande!), che con Gianni Vattimo (Ecce comu), Riccardo Barenghi (Eutanasia della sinistra), Rodolfo Brancoli (Fine corsa) o Alessandro Amadori (Silvio, tu uccidi una sinistra morta), aveva già ampiamente previsto il tracollo del piddì (un’emulsione instabile), che pascersi di inutili invettive tutte ex post su fèisbuk.
Meglio perdere tempo su di un lungo editoriale (magari su Orticalab!) che alimenta la riflessione per un giorno intero, che venir tramortiti dalle raffiche del feed, che annichiliscono l’iniziativa cognitiva rendendoci intellettualmente passivi, prostrati e fatalisti, nell’attesa di un gancio dal cielo che ci salvi.
Reggetevi forte, amici miei, sappiate che non c’è nessun gancio.

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