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Il monastero delle Clarisse

(Originale pubblicato il 30 novembre 2009 su Ottopagine.)

Oggi vi parlo di una storia di donne. Di come si percepisce la solidarietà femminile attraverso esperienze disparate e in luoghi, talvolta, inusuali per le nostre quotidianità.

Quando sono andata a Santa Lucia di Serino (vd puntata del Viaggio della settimana scorsa) ho voluto visitare il Monastero delle Clarisse, di cui l’altro anno si è celebrato il quarto centenario dalla fondazione. Il nome completo è Monastero di Santa Maria della Sanità. Ha una bella e lunga storia, che parte, ovviamente, dalla Chiesa di Santa Maria degli Angeli nel 1212, anno in cui Santa Chiara si consacrò a Cristo. Santa Maria degli Angeli è un’enorme chiesa di colore bianco cenere che si staglia nella piana sotto Assisi e nei miei ricordi recenti è sempre avvolta nella bianca bruma del primo mattino delle valli umbre.

La ricca storia di questo Monastero, s’intreccia con le vicende di circa cinque secoli tra Napoli, Salerno ed il Serinese, coinvolgendo molte famiglie della zona, in primis i Moscati, da cui discese anche San Giuseppe Moscati, medico e scienziato.

C’è moltissima documentazione inerente la storia di questo complesso monasteriale, raccolta in due pubblicazioni del defunto Alfredo Marranzini, rimpianto sacerdote di queste terre. Ho avuto l’onore di ricevere le pubblicazioni direttamente dalle mani dell’Abbadessa, la quale, assieme ad un’altra sorella, mi ha ricevuto nel parlatorio in un piovoso giorno di ottobre.

La prima cosa che noto è la vastità del complesso, acquisito ed accresciuto dal 1608, quando un Cappellano dello SMOM, Giulio Chiarella, pensò di condurvi le Clarisse di clausura da Napoli. Ovviamente, rimando alle pubblicazioni, più esaustive dei miei appunti, perché oggi voglio raccontarvi di un mondo nel mondo.

Rosanna, la mia amica di Santa Lucia, citofona per farci aprire. Prima di entrare nel parlatorio ci fermiamo a guardare la “ruota degli esposti”. Il parlatorio è un’ampia stanza con diverse sedie, di cui quattro ben ordinate davanti ad una grata spessa e lavorata.

Arrivano le Sorelle. Ammetto la mia profonda emozione: è la prima volta che incontro delle suore di clausura. Provo una forma di soggezione e mi sento pure suggestionata dalla loro scelta di vita così totale, così lontana dal mio modo di essere, io che odio finanche l’inverno perché m’impaccia con troppi abiti, io che non chiudo mai porte nè finestre perché mi mancano sempre aria e luce, io che passerei la vita a viaggiare, saltando da un aereo all’altro. E loro, invece, lì, così felici di esserci, così entusiaste, anche dietro quella grata, anche in un monastero così grande e silenzioso in un giorno grigio di pioggia e vento.

Per salutarci, ci tocchiamo le dita attraverso la grata.

Dietro loro richiesta non dirò il loro nome. L’Abbadessa è uno scricciolo sorridente e tenero e la Sorella che la accompagna è un esempio di energia e forza.

Dopo le prime notizie di prammatica sulla storia del Monastero, voglio sapere cosa fanno e come risolvono le loro quotidianità con il mondo esterno. Loro pregano, ovviamente, studiano tanto, ricamano, cucinano, preparano anche le marmellate (questa è una cosa che piace molto fare anche a me), tengono ordinata la loro grande casa e la Chiesa annessa.

Esercitano in ogni momento di veglia la misura del loro sacrificio di non avere intimità e vivere totalmente in relazione tra loro. Hanno un profondo senso di democrazia, che è il miglior mezzo di convivenza e le proposte dell’Abbadessa (dalle riparazioni alle materie di studio, per esempio) vengono comunque votate nel consiglio. Hanno un’intensissima vita di comunità.

Le famiglie d’origine le aiutano molto, ma anche la cittadinanza di Santa Lucia è molto vicina e le sostiene e le aiuta.

Sono in tutto una ventina e le loro storie sono diverse. Mi chiedo quanto possono conoscere del mondo “di fuori” e se pesa loro ogni tanto questa scelta, per me menomante. Mi sovviene Nietzsche - non certo un chierico - che proclamò: “Chi ha un ‘perché’ per vivere, sopporta tutti quanti i ‘come’ ”. Quindi, devono averci una ragione profonda e molto motivante per stare qui con coscienza e con il sorriso, no? Mi sembra blasfemo citare Friederich dello Zarathustra, ma io sono fatta così ed affronto l’argomento. Con mio stupore scopro che le Sorelle sanno molto di più di quanto io non immagini, sulle cose laiche, terrene e secolari. Hanno Internet, un sito ed una casella di posta dove ricevono le lettere di persone che vogliono confidarsi, parlare, essere ascoltate e consigliate.

Rimango a bocca aperta. Mi parlano di politica, di storie “forti”, di problemi di salute che affrontano assieme, informandosi ed assistendosi l’un l’altre come mamme e figlie.

E parlando parlando, i loro dubbi, i loro quesiti, ma anche le loro felicità ed i loro entusiasmi sono simili a quelli che prendono me, cittadina oltremodo laica di un mondo più vasto, ma non per questo più ricco. Mentre ci scambiamo i “trucchi” – trovati sul web - per fare le marmellate, la grata è scomparsa ed io mi ritrovo a parlare con amiche, usando quel lessico includente che noi donne abbiamo per fare gruppo e creare solidarietà, quando l’argomento che sottende la vita ed il suo significato è rappresentato dall’esistenza dell’altro, figlio, fratello, prossimo, amico, compagno, come si vuole chiamare. Non sono più due mondi separati: l’essere donne è uguale dappertutto, nei modi più che nei contenuti.

Uscendo con Rosanna dalla Chiesa mi fermo ad osservare e fotografare l’impiantito maiolicato davanti al portone. Mi ricorda per colori e vivacità le maioliche del Chiostro di Santa Chiara a Napoli.

Sulla strada del ritorno, mi sovviene di non aver fatto loro la ‘domanda delle domande’, ovvero perché avessero scelto questo destino. Ma, in fondo, ricordando i loro sorrisi, a cosa sarebbe servito chiederglielo?

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Tag(s) : #reportage in Irpinia
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