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La Torre dell'Orologio e noi

Le cronache s’intrecciano e si rincorrono.

Si descrivono sdegni e sgomenti. Si sono organizzati sit-in e proposti appelli. Frenetiche le dichiarazioni di chi spinge all’impegno civico (sull’onda emotiva) affinché non abbattano la Torre dell’Orologio, simbolo della nostra città, elemento distintivo e riconoscibile anche fuori dai confini urbani. Le Autorità istituzionali, le parti sociali e sindacali e le associazioni tutte hanno chiesto ed ottenuto un tavolo permanente per una rapida risoluzione del problema. L’opinione pubblica è agitata e vuole capire il perché di tanto drastica decisione. Le penultime agenzie hanno corretto la decisione: la Torre non verrà abbattuta, bensì impalcata. Le breaking news, tuttavia, rivelano che l’impalcatura verrà posizionata modularmente. Così come modularmente si procederà anche al pagamento delle retribuzioni degli operai addetti, l’importante è che non perdano il lavoro. Giusto.

No, non temete, non cadrà la Torre del Fanzago, ma è che il nostro monumento-simbolo ha per Avellino lo stesso valore emotivo (ma non solo, ovviamente) della Clinica Malzoni.

Io, da casalinga di questa Città, ovverosia idealtipo di un abitante avellinese che sente una notizia simile (la chiusura della Clinica Malzoni!), con lo strascico di cronaca descritto in incipit, esternerei i dubbi di prassi: ‘Ma che c’è sotto? É tutto un magna-magna, come al solito! I soliti poteri forti… È colpa della politica!’

Magari sono una casalinga che oltre a guardare le tivvù locali, qualche volta legge i giornali, dove si racconta dello sdegno dell’opinione pubblica e delle legittime proteste dei lavoratori. Qualche volta – se fossi una casalinga di tipo evoluto – arriverei anche fino al web per googlare sull’argomento e per accorgermi che dietro le parole “carenza di requisiti minimi strutturali, tecnologici, organizzativi” e “assenza del titolo autorizzativo” (tratte dalla determina in data 21 febbraio) può starci una tragedia collettiva. Ma anche no. Chissà cos’è: una 626 incompleta; una situazione strutturale inadatta a macchinari ed attrezzature delicate; un sovraffollamento di personale o di pazienti? Davvero non sappiamo. O – meglio – noi casalinghe non sappiamo.

Ho letto e riletto anche la cronaca della seduta di ieri mattina (qui: http://www.orticalab.it/Caso-Malzoni-Ci-sono-le-condizioni) che purtroppo non aiuta la comprensione dei motivi che hanno imposto prima la chiusura totale, poi quella temporanea ed infine una chiusura parziale del nosocomio. Faccio fatica – sempre da casalinga – a capire in cosa consista il progetto di modulazione della struttura che è stato presentato al Comune già lo scorso 26 novembre. Ma perché, finora non era stato fatto nulla? C’è forse qualcuno che ha perso la pazienza, o che ha ritenuto che la sicurezza non fosse più procrastinabile? Boh. Continua a chiedersi la casalinga che è in me.

Gli attori di queste vicende – non nuove -- non si rendono conto che forse forse tutte casalinghe non siamo e che gli allarmismi continui e sempre più intensi, così come le stranamente rapide soluzioni di tavolo, diffondono più dubbi di quanta ansia rasserenino.

Si potrebbe supporre che una clinica, la quale nel tempo ha acquisito fama e prestigio oltre i confini provinciali (ed anche regionali, ve lo garantisco), non possa più stringersi nei locali che occupava dalla sua fondazione, nonostante aggiusti e migliorie intervenuti nel tempo. A periodi alterni, la Clinica ha fermato reparti per ristrutturazioni e adeguamenti vari. Probabilmente, gli adeguamenti realizzati nel tempo non sono (o non sono più) consoni alle prescrizioni, ovvero ai requisiti necessari. Chissà. Forse lavoro troppo di fantasia. Ma senza parole chiare, è lecito suppore ogni cosa.

Ci voleva un atto municipale per scuotere ancor di più un’asticella traballante da parecchio tempo. Ogni tot mesi, c’è una ‘vertenza Malzoni’ che riempie le colonne cittadine. Gli operatori si mobilitano, si teme per l’indotto, per le maestranze, per i pazienti. Come al solito, però, la leva è sempre sul personale. Si fanno belli tutti (come potete leggere anche qui: http://avellino.ottopagine.net/2014/02/26/caldoro-la-regione-fara-la-sua-parte-per-riaprire-la-clinica-malzoni/?utm_medium=facebook&utm_source=twitterfeed) invocando la rapida soluzione a causa delle maestranze.

Che la Clinica sia un’eccellenza da decenni, non deve essere più dimostrato. Che ci siano stati e ci siano ancora problemi – anche se non ne conosciamo compiutamente le cause – anche questo, però, è sotto gli occhi di ciascuno. Se non altro, perché ora c’è anche una determina municipale. Il problema ha fatto un salto di qualità. Verso il basso.

Ho letto le dichiarazioni dei politici locali. Mi è venuto il sospetto che sappiano di più di quello che hanno dichiarato. Anche in Danimarca c’era del marcio, tutti lo sapevano, ma solo Amleto venne definito pazzo.

Personalmente, ritengo che in Italia – e nel sud campano napolicentrico – non sia mai sopita la fame di sanità e soprattutto di sanità di alto valore in un sistema a rete, di cui anche la Clinica Malzoni è parte, proprio per la qualità dei servizi, e ciò a prescindere dalla natura convenzionata della struttura.

Sono anche convinta, però, che alcune situazioni critiche – il mio discorso è ora più globale e non si riferisce al caso di specie – dipendano anche e molto dalla carenza di prospettiva demografica. Siamo una terra di spopolamento giovanile e di contemporaneo aumento di patologie senili ed oncologiche. Non mi sembra ci sia nessuno che si batta per riconvertire la sanità sulle direttrici del prossimi decenni. È sicuramente anche un problema d’investimenti economici (vale per il privato convenzionato, come per il pubblico), ma è un danno ed un abominio ritenere che la sanità sia un business. Quando lo capiremo, sarà troppo tardi.

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Tag(s) : #Avellino, #Malzoni
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